fonte: http://www.ruralpini.it/Svizzera_senza_pesticidi.html

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di Michele Corti

Una notizia clamorosa e dal valore storico: la Cancelleria federale svizzera ammette il referendum del comitato “Per una Svizzera senza pesticidi sintetici”. Iniziativa per abolire completamente l’uso dei pesticidi e l’import di prodotti al pesticida. Frutto della democrazia svizzera che consente il referendum propositivo di modifica della costituzione. Nell’articolo ricordiamo il referendum del 1990 e le iniziative possibili in Italia sul fronte della liberazione dell’agricoltura dai pesticidi

(11.12.16) La Svizzera non smette di dare lezioni in tema di democrazia diretta e di ecologismo concreto. Una lezione tanto più significativa dopo la vicenda italiana del referendum sulla contro riforma costituzionale che ha visto una grande partecipazione al voto e un pronunciamento chiaro nel senso della difesa della democrazia ma che ha sottolineato come il popolo in Italia possa intervenire sul processo legislativo in modo limitato.

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Il plurilinguismo svizzero. Le lingue ufficiali sono quattro (Tedesco, francese, italiano, romancio. Ma la lingua parlata (e spesso anche scritta) differrisce da quelle standard

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Democrazia diretta

In Svizzera il referendum di iniziativa popolare può riguardare anche le modifiche della costituzione federale. Così essa è sottoposta a una revisione dinamica (e senza drammi) con un significativo apporto da parte delle iniziative referendarie. All’art. 192 della costituzione federale svizzera si afferma il principio che:

La presente Costituzione può essere riveduta in ogni tempo, interamente o parzialmente. Il popolo può anche proporre la revisione totale della Costituzione e se il Popolo si pronuncia per la revisione totale, si procede alla rielezione delle due Camere (art. 193). Il differenziale di quoziente di democrazia tra la carta elvetica e quella italica è incommensurabile.

Per una Svizzera libera dai pesticidi

Va premesso che la Svizzera è da tempo incamminata su una strada di forte espansione dell’agricoltura bio che la vede seguire l’esempio dell’Austria. Nel Canton Grigioni le aziende bio sono il 50% e nella val Poschiavo (geograficamente valtellinese) il bio arriva al 90%. Desta comunque scalpore la notizia che la proposta di referendum presentata dal comitato «Per una Svizzera senza pesticidi sintetici» l’8 novembre 2016 ha superato l’esame della Cancelleria federale e che dal 29 novembre si stanno raccogliendo le firme. Si tratta di un paese al cuore dell’Europa (anche se fortuna per esso fuori da una UE agli antipodi dai principi democratici) La raccolta firme si concluderà il 29 maggio 2018. I promotori hanno 18 mesi per raccogliere 100 mila firme. Nel caso di successo della raccolta firme al referendum può essere presentato anche un controprogetto da parte dell’assembea federale . Nel caso passerebbe il progetto che otterrebbe la doppia maggioranza sia degli elettori che dei cantoni. Va infatti tenuto presente che la Svizzera è una vera federazione e non sarebbe ammissibile un voto che passa in una minoranza di cantoni sia pure con una maggioranza di elettori.

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Ma cosa chiedono coloro che vogliono abolire i pesticidi dalla faccia dell’agricoltura svizzera? In concreto l’inserimento all’art. 74 della costituzione federale di un nuovo comma.

L’articolo attuale è così formulato:

Art. 74. Protezione dell’ambiente

  1. La Confederazione emana prescrizioni sulla protezione dell’uomo e del suo ambiente naturale da effetti nocivi o molesti.
  2. Si adopera per impedire tali effetti. I costi delle misure di prevenzione e rimozione sono a carico di chi li ha causati.
  3. L’esecuzione delle prescrizioni compete ai Cantoni, per quanto la legge non la riservi alla Confederazione.

Il referendum propone di aggiungere

2bis. L’utilizzazione di pesticidi sintetici nella produzione agricola, nella trasformazione dei prodotti agricoli e nella cura del suolo e del paesaggio è vietata.  L’importazione a fini commerciali di derrate alimentari contenenti pesticidi sintetici o per la cui produzione sono stati utilizzati tali pesticidi è vietata.

Cosa dire? Più chiaro di cosi! In ogni caso non sarà una battaglia facile perché se è vero che la Svizzera è il paese della democrazia diretta più avanzata è anche vero che è anche sede delle alcune delle più famigerate multinazionali.
I promotori si rendono ovviamente conto che è indispensabile un’attuazione graduale di questa rivoluzione e hanno previsto delle misure transitorie che prevedono un periodo di 10 anni per l’entrata in vigore del bando dei pesticidi.

Alle disposizioni transitorie (art. 197 della Costituzione federale recante Disposizioni transitorie successive all’accettazione della Costituzione federale del 18 aprile 1999) si aggiunge così un nuovo comma

Disposizione transitoria dell’art. 74 cpv. 2bis

1. La legislazione di esecuzione dell’articolo 74 capoverso 2bis entra in vigore entro dieci anni dall’ accettazione di questa disposizione da parte del Popolo e dei Cantoni.

2. Il Consiglio federale emana provvisoriamente le disposizioni di esecuzione necessarie mediante ordinanza, provvedendo ad assicurare un’attuazione progressiva dell’articolo 74 capoverso 2bis.

3. Fintanto che l’articolo 74 capoverso 2bis non sia interamente attuato, il Consiglio federale può autorizzare provvisoriamente derrate alimentari non trasformate contenenti pesticidi sintetici o per la cui produzione sono stati utilizzati tali pesticidi soltanto se sono indispensabili per far fronte a una minaccia fondamentale per l’uomo o la natura, in particolare a una grave situazione di penuria o a una minaccia eccezionale per l’agricoltura, la natura o l’uomo.

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E in Italia? Il precedente del fallito referendum del 1990

Anche in Italia il tema pesticidi è stato oggetto di referendum. Ben 25 anni fa. Ma non fu un merito. Perché il velleitarismo e l’ideologismo ottenne come risultato che quello fu il primo referendum azzoppato dal mancato raggiungimento del quorum. Perché non passò? Innanzitutto va osservato che non avendo il popolo diritto di iniziativa legislativa ma solo diritto di abrogare le leggi approvate dalle camere, il quesito referendario non poteva essere formulato in termini chiari. Si voleva abrogare – per costringere il legislatore a stabilire una nuova norma – la norma che consentiva al Ministro della Sanità il potere di stabilire quale fosse il limite oltre il quale un dato prodotto cominciava ad avere effetti nocivi sull’organismo.  Il quesito era così formulato:

“Volete voi l’abrogazione dell’art. 5 della legge 30 aprile 1962, n. 283 “Modifica degli articoli 242, 243, 247, 250 e 262 del testo unico delle leggi sanitarie approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265: “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”, limitatamente al secondo paragrafo del comma h) che reca il seguente testo: “Il ministro della sanità, con propria ordinanza, stabilisce per ciascun prodotto autorizzato all’impiego per tali scopi i limiti di tolleranza e l’intervallo minimo che deve intercorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta e, per le sostanze alimentari immagazzinate, tra l’ultimo trattamento e l’immissione al consumo”?

I promotori del referendum si auspicavano che il legislatore, per colmare il vuoto, si orientasse verso una soluzione che in luogo di limiti di legge “politici” si basasse su limiti dedotti da indicazioni medico-scientifiche. La debolezza di un simile approccio appare evidente se si considera che gli organismi ufficiali (Istituto superiore di sanità e, oggi, l’EFSA, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare che prende per buone le prove di innocuità degli ogm fornite dalla Monsanto) si basano – ma sarebbe difficile che fosse diversamente considerando la logica (politico-legale) che li informa – su protocolli che non tengono conto del principio di precauzione ma che, al contrario, si basano sulla dimostrazione palese (attraverso indagini epidemiologiche o test con cavie di laboratorio) della tossicità conclamata. Oggi sappiamo che l’approccio delle agenzie in materia di ricerca delle prove degli effetti della tossicità di una molecola di sintesi sconta limiti enormi.

I danni alla salute, sempre che siano riconosciuti, sono acclarati con molto ritardo rispetto all’introduzione nelle catene alimentari della molecola di sintesi in ragione della necessità di accumulare nel tempo evidenze statistiche sufficienti. Nei fatti quando si arriva a “criminalizzare” una molecola, sono decaduti i brevetti o gli organismi bersaglio (malerbe, insetti, funghi) sono divenuti ad essa resistenti tanto che alla multinazionale che l’ha brevettata conviene mettere sul mercato un’altro principio attivo. Detto in termini facilmente comprensibili è necessario che muoia o comunque si ammali un notevole numero di persone prima che un qualsiasi prodotto di sintesi venga additato come pericoloso. Vi è poi l’annosa questione dell’effetto cocktail. Gli organismi viventi, i consumatori primari o secondari contaminati dalla tale molecola chimica non sono esposti solo a una sola molecola, ma a un insieme di molecole tossiche, genotossiche, cancerogene ecc. La logica dei “limiti di legge” e delle prove tossicologiche è irrimediabilmente impotente a tutelare la salute su questa base. Oggi, a differenza del 1990, sappiamo che molecole per lungo tempo ritenute innocue o poco pericolose sono distruttori endocrini, sono causa di danni a livello epigenetico che si traducono in cancro e altre malattie degenerative. Dopo decenni di indagini si sono accumulate evidente che alcuni pesticidi possono spiegare la riduzione della fertilità umana, l’aumento di malattie metaboliche, neuro degenerative, comportamentali. Posso ridurre l’intelligenza dei bambini. Se la speranza di vita sana è in diminuzione (mentre i media della finanza continuano a sbandierare l’aumento della vita media) è perché la contaminazione dell’aria e del cibo è aumentata. Sono diminuite le forme più grossolane di inquinamento, sono aumentate quelle più subdole, quelle che fanno si che l’esposto (si chiama così il cittadino avvelenato in nome del profitto), attraverso i suoi gameti “ammalati”, avrà figli, nipoti, pronipoti più suscettibili al cancro e alle malattie neurodegenerative, meno intelligenti, meno fertili.

Nel 1990 al referendum anti-pesticidi vennero mancare consensi anche a seguito di un’impostazione ideologica. Era inserito in un pacchetto di tre referendum di chiara marca ideologica promossi dagli ambientalisti e dalla sinistra: Partito Radicale, dai Verdi, dal Partito Comunista Italiano, da Democrazia Proletaria, da Sinistra Indipendente, da Lega Italiana Protezione Uccelli, da Legambiente e (solo per i due quesiti sulla caccia) dal Psi. Era espressione di un ambientalismo chiaramente ideologico, di matrice urbana che lasciava diffidente larga parte dell’elettorato “moderato” che negli anni successivi si sarebbe in larga misura allineato ad un consenso sempre più generale (ma anche sempre più ambiguo). Un elettorato che, però, al di fuori degli schieramenti politici divenne sempre più “trasversalmente” un consumatore bio, un riciclatore. Unire il tema dei pesticidi a quello della caccia fu un grave errore perché mobilitò non solo il mondo venatorio ma anche quello agricolo (dove la componente bio era allora una minoranza “marziana”). Quanto sia stato un errore insistere con l’abolizione della caccia che in nessun altro paese del mondo è perseguita dai movimenti ecologisti lo si capisce oggi a posteriori. Con i cinghiali (e altra fauna nociva) che entrano nelle città, con il moltiplicarsi di incidenti stradali anche mortali per impatto con esemplari di fauna selvatica, con i danni enormi all’agricoltura che eccedono la capacità di indennizzo degli enti preposti (senza contare che gli agricoltori non “professionali” non sono indennizzati da tempo) anche gli ambientalisti (tranne le frange fanaticamente animaliste) si guardano bene in mente di riprovare ad abolire la caccia. Si limitano a impedire la revisione di una legge (157/92) che “tutela” in modo assurdo anche la fauna dannosa e che ha provocato – in forza delle limitazioni spesso capziose dell’attività venatoria – la tendenza alla prossima estinzione del cacciatore.

La battaglia si sposta sul piano locale

L’ambientalismo istituzionale, però, non si sogna nemmeno di tornare alla carica sui pesticidi. Entrato in legami sempre più stretti con i poteri forti grazie alla “green economy” e alle speculazioni sulle finte energie rinnovabili, ha perso anche quello che c’era di buono in quella carica ideologica del passato. Per questo motivo in Italia le iniziative contro i pesticidi, a differenza della Svizzera, sono portate avanti a livello locale. Anche se non è facile.

Malles

A Malles, in val Venosta, nel 2014 il referendum comunale per la messa al bando dei pesticidi (69% di votanti, 75% di SI) è stato insabbiato prima dal consiglio comunale (vai all’articolo) che aveva fatto mancare il numero legale alla sua ratifica poi dal Tribunale di Bolzano con una sentenza in sede civile del maggio di quest’anno. Nel frattempo, però, il comune di Malles come altri in Italia, ha introdotto un regolamento molto restrittivo. Nel 2012 il Tar di Trento (vai all’articolo) aveva sostanzialmente respinto il ricorso contro un regolamento del genere del comune di Malosco in val di Non (la valle di Melinda e della monocoltura della mela con largo ricorso ai pesticidi) . L’esempio di Malles ha però messo in moto un movimento (tutto giocato a livello locale) che ha coinvolto aree vicine al Trentino-Alto Adige come il bellunese o lontane come il Salento. Di particolare interesse la campagna “Liberi dai veleni” lanciata in provincia di Belluno. Qui, dopo il capoluogo, il secondo comune della provincia, Feltre, ed altre amministrazioni hanno adottato nelle ultime settimane regolamenti restrittivi sull’onda sia del successo di alcune esperienze di agricoltura bio ma anche all’espansione di meleti chimici (per opera di imprenditori del Trentino-alto adige) e della monocoltura viticola del Prosecco.

Vedasi Gazzetta Ufficiale Svizzera (ITA)

https://www.admin.ch/ch/i/pore/vi/vis471t.html

e/o Gazzetta Ufficiale Svizzera (ITA)

https://www.admin.ch/opc/it/federal-gazette/2016/7519.pdf

Schweizerisches Bundesblatt (DEU)

https://www.admin.ch/opc/de/federal-gazette/2016/8433.pdf

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Uno studio pubblicato il 9 dicembre sulla rivista Neurology espone i risultati di uno studio che solleva nuove preoccupazioni circa i legami tra pesticidi e malattia di Parkinson e relativamente alla contaminazione delle catene alimentari. L’eptacloro epossido è un insetticida cloroganico (della “famiglia” del Ddt) largamente utilizzato in agricoltura sino agli anni ’70-’80 è oggi fuorilegge in molti paesi. Ma data la persistenza tutt’oggi si trovano residui negli alimenti e nelle acque.

Lo studio su Neuroly mette in relazione il consumo di latte con l’insorgenza del morbo di Parkinson nelle Hawaii. Qui sino al 1988 le coltivazioni di ananas erano trattate con eptacloro e le vacche erano alimentate con i residui e scarti di ananas.

I risultati dicono che il 90% di coloro che consumavano latte al tempo dell’uso dell’eptacloro presentano residui del pesticida nel cervello (chi non beveva latte solo nel 63% dei casi). Per di più chi consumava latte presenta il 40% in meno di cellule cerebrali nella Substatia nigra rispetto a chi non consumava latte. Ed è proprio questa perdita di cellule che provoca il Parlinson.

Questi dati sono stati ottenuti dalle autopsie di 449 uomini tra i 45 e i 68 anni che avevano aderito all’Honolulu Heart Program tra il 1965 t e il 1968.  Come è noto il morbo di Parkinson è al momento incurabile. Le cellule cerebrali non producono dopamina, il neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione del movimento e delle emozioni.

 

La correlazione tra latte e Parkinson non era nuova ma lo studio conferma osservazioni precedenti negli Usa che legavano la malattia con il consumo di latte alimentate illegalmente con sementi conciate con Eptacloro. Il morbo di Parkinson è una patologia dove le base genetica (colpisce i maschi) si intreccia a fattori ambientali. L’esposizione a insetticidi, erbicidi, fungicidi oltre a ferite alla testa è nota da tempo come condizione che favorisce l’insorgere dalla malattia. Paradossalmente il fumo appare come fattore di prevenzione della malattia.

Ovviamente non solo il consumo di latte o di frutta ad essere messi in discussione quando si mette in evidenza il nesso tra Parkisnson e pesticidi. Ma si deve insistere affinché questi alimenti siano esenti da pesticidi (anche quelli che non sono stati ancora collegati a gravi malattie).

 

PCB e DDT continuano ad essere presenti nelle catene alimentari del pianeta anche se sono stati banditi. Ma le nuove molecole che regolarmente – scaduto il brevetto – le multinazionali mettono sul mercato dell’avvelenamento sostenibile (“sostenibile” ovviamente per l’ipocrisia di istituzioni che sono permeabili alle lobby e che enunciano principi di precauzione solo per ingannare i sudditi) si riveleranno prima o poi pericolose. Ci vorranno i tempi della scienza (rallentata dal fatto che i finanziamenti sono condizionati direttamente o indirettamente dalle multinazionali, quando non complice e socia in affari), ci vorrà l’approssimarsi della scadenza dei nuovi brevetti. Solo l’abolizione senza se e senza ma dei pesticidi può fermare l’avvelenamento strisciante che significa GENOCIDIO STRISCIANTE, CONTROLLO DELLE NASCITE CON ALTRI MEZZI, DELIBERATA MUTAZIONE GENETICA DELLA SPECIE UMANA (i pesticidi e i tossici in generale non producono esemplari di Homo sapiens sapiens ancor più sapiens ma vale il contrario).

Pesticidi e bambini: l’esposizione da piccoli mette a rischio la fertilità da grandi

(01.12.2015) Gli uomini che durante l’adolescenza mangiano cibi contaminati da pesticidi rischiano seriamente di compromettere la propria fertilità. Lo afferma uno studio condotto sugli abitanti delle isole Faroe.

L’esposizione da adolescenti agli inquinanti ambientali organoclorurati può portare allo sviluppo di spermatozoi difettosi, secondo quanto affermano i ricercatori del Milken Institute School of Public Health della George Washington University. Lo studio, per la prima volta valuta il collegamento tra l’assunzione di queste sostanze in adolescenza e i problemi riproduttivi che si verificano negli adulti.

L’autrice della ricerca Melissa Perry ha guidato un team che ha sottoposto ad analisi i campioni di sangue e di sperma prelevati da 90 uomini tra i 22 e i 40 anni abitanti nelle isole Faroe, nel Nord Atlantico. Per 33 di questi volontari sono stati testati anchecampioni ematici prelevati all’età di 14 anni.

Faroe dieta pesticidi

La popolazione delle isole Faroe segue normalmente una dieta molto ricca di pesce, tra cui carne e grasso di balena, il che la rende più esposta rispetto alla media agli inquinanti organoclorurati, tra cui PCB e DDT, ancora utilizzati in agricoltura in alcuni paesi tropicali. Questi agenti inquinanti organici persistenti si accumulano nel grasso animale.

salmone cibi grassi sostanze inquinanti

Per valutare l’eventuale disomia della sperma, una condizione in cui gli spermatozoi presentano un numero anormale di cromosomi, i ricercatori, oltre alle analisi ematiche, si sono affidati anche ad un metodo di imaging sviluppato nel laboratorio di Melissa Perry. In questo modo è stato possibile scoprire che gli uomini che avevano livelli alti di pesticidi organoclorurati nel sangue sia a 14 anni che in età adulta presentavano un tasso superiore di spermatozoi con cromosomi anormali e, di conseguenza, un maggior rischio di sviluppare infertilità.

“La maggior parte delle persone può ridurre l’esposizione a PCB e DDT tagliando sugli alimenti che sono ad alto contenuto di grassi animali e scegliendo il pesce con saggezza. Questo studio, e altri simili, suggeriscono che le decisioni circa l’introduzione di sostanze chimiche nell’ambiente deve essere effettuata con molta attenzione, in quanto vi possono essere conseguenze impreviste lungo la strada”, ha commentato Perry.

Non passa mese senza che i risultati di nuove indagini cliniche rivelino come i pesticidi siano responsabili di danni alla salute in precedenza non considerati o solo ipotizzati. Molto spesso queste tristi evidenze mediche riguardano i bambini. In una società dove crollati i riferimenti sociopolitici ed ideologici è l’etica che deve tornare a informare i comportamenti queste considerazioni pesano come macigni. Non potevate dire “non sapevamo”, “ubbidivamo agli ordini”, “il mercato ce lo imponeva”, “eravamo costretti dalla globalizzazione”. Ma il crimine contro lumanità resta e i complici sono tanti.

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fonte:http://www.aiab.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3296:i-pesticidi-indeboliscono-i-polmoni-dei-bambini-e-sono-dannosi-come-il-fumo-passivo&catid=254:biogricolturanotizie14dicembre2015&Itemid=163

I Pesticidi indeboliscono i polmoni dei bambini come il fumo passivo

Si è spesso detto che la campagna è il luogo ideale per crescere i figli. Lontano dall’inquinamento della città, si può godere di ampi spazi aperti e di un sano stile di vita, a contatto con la natura.

Ma un nuovo studio ha messo in guardia proprio i bambini che vivono vicino le aziende agricole e sono esposti a una comune classe di pesticidi. Affermano che la vicinanza a quei prodotti chimici agricoli causa nei bambini l’insorgenza di debolezza polmonare. Gli esperti affermano che è altrettanto dannoso quanto il fumo passivo.
Lo studio è il primo a collegare l’esposizione di basso livello cronico ai pesticidi organofosfati alla salute dei polmoni nei bambini.

I ricercatori hanno scoperto che i livelli di metaboliti dei pesticidi organofosforici nel corpo dei bambini, che vivevano vicino le aziende agricole, sono collegabili a respiri più deboli e problemi asmatici. Lo studio ha trovato che ogni aumento di dieci volte delle concentrazioni di pesticida è stata associata ad una diminuzione di 159 millilitri della funzione polmonare. Ciò equivale a circa l’8% di aria, quanto serve, in media, per spegnere una candela. Inoltre, i bambini che sono esposti a questi pesticidi affrontano un rischio maggiore di malattia polmonare ostruttiva cronica in età adulta, una delle malattie respiratorie più comuni nel mondo.
La dottoressa Brenda Eskenazi della University of California, di Berkeley – uno degli autori dello studio – ha affermato: “I ricercatori hanno sempre descritto i problemi respiratori dei lavoratori agricoli che sono esposti a questi pesticidi, ma questi nuovi risultati riguardano i bambini che vivono in una zona agricola in cui vengono utilizzati gli organofosfati”.
Lo studio ha esaminato la funzione polmonare di 279 bambini che vivono nella Salinas Valley in California. I bambini partecipanti facevano parte del Centro per la Valutazione della Salute di Madri e Bambini di Salinas, uno studio longitudinale che li seguiva dal grembo all’adolescenza. Per cinque volte, i ricercatori hanno raccolto campioni di urina da bambini di età compresa tra i sei mesi e i cinque anni per testare i livelli di metaboliti dei pesticidi organofosforici. All’età di sette anni, i bambini sono stati sottoposti ad un test spirometrico per misurare la quantità di aria che potrebbero espirare.
La dottoressa Rachel Raanan, un altro autore dello studio, ha affermato: “I bambini nel nostro studio esposti ad antiparassitari superiori avevano capacità respiratoria inferiori. Se la funzione polmonare ridotta persiste in età adulta, potrebbe esporre i nostri partecipanti ad maggior rischio di sviluppare problemi respiratori”.
Per ridurre al minimo l’esposizione di un bambino, i ricercatori suggeriscono che gli agricoltori dovrebbero rimuovere i loro abiti di lavoro comprese le scarpe prima di entrare nelle loro case e che i bambini siano tenuti al chiuso quando sui campi vengono spruzzati i pesticidi. Inoltre frutta e verdura dovrebbero essere lavate accuratamente prima di mangiare.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Thorax.

Ennesima conferma: le mele sono la frutta più contaminata. Per via dei numerosi trattamenti cui sono sottoposti i meleti intensivi e della scarsa resistenza delle varietà “gradite al mercato” (in realtà imposte dalla filiera)

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2015/10/21/news/greenpeace_ci_sono_pesticidi_nell_83_delle_mele_biologiche_-125588830/

Le analisi sui campioni europei hanno permesso di individuare 39 tipi diversi di sostanze tossiche, potenzialmente dannose anche per la salute umana. Solo il 17% delle mele convenzionali testate è risultata priva di residui rilevabili. Agrofarma: gli ultimi report del ministero dice il contrario

UNA mela al giorno toglie il medico di torno. Oppure, nel caso in cui contenga pesticidi pericolosi, il medico ce lo fa chiamare di corsa. Greenpeace pubblica oggi i risultati di un’analisi sulle mele acquistati nei supermercati di 11 paesi europei,Italia compresa. Mentre i test sulle mele biologiche non hanno evidenziato tracce di pesticidi, ben l’83% delle mele prodotte in modo convenzionale sono risultate contaminate da residui di pesticidi, e nel 60% di questi campioni sono state trovate due o più sostanze chimiche. Metà dei pesticidi rilevati hanno effetti tossici noti per organismi acquatici come i pesci, ma anche per le api e altri insetti utili. Molte di queste sostanze chimiche, inoltre, sono bioaccumulabili, hanno impatti negativi sulla riproduzione o altre proprietà pericolose. Infine, a causa dell’incompletezza di dati e conoscenze disponibili soprattutto sugli effetti di residui multipli, non si possono escludere rischi per la salute umana.

Greenpeace ha analizzato 126 campioni di mele, di cui 109 prodotte convenzionalmente, le rimanenti provenienti da coltivazioni biologiche. Le mele sono state acquistate in 23 catene di supermercati e analizzate in un laboratorio indipendente per verificare la presenza di un’ampia gamma di residui di pesticidi. In Italia le mele sono state acquistate presso le catene Auchan, Carrefour, Lidl e un campione di mele biologiche presso Naturasì. Nella maggior parte dei campioni era presente almeno il residuo di un pesticida: in un campione acquistato presso Lidl sono stati trovati residui di tre pesticidi. La sostanza trovata più frequentemente è il “thpi”, un metabolita del fungicida captano. Greenpeace chiede ai supermercati di abbandonare l’uso di pesticidi pericolosi nella produzione ortofrutticola, incentivando gli agricoltori a preferire pratiche di coltivazione sostenibili.

“Dai campi al piatto, i pesticidi chimici sono una presenza troppo frequente nei nostri alimenti”, dice Federica Ferrario, responsabile della campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace, “anche se tutti i residui individuati rientrano nei limiti stabiliti dalle normative, la varietà di sostanze chimiche trovate mostra che nelle coltivazioni convenzionali è pratica comune irrorare i meleti con applicazioni multiple di pesticidi. Tutto questo, insieme alla scarsa conoscenza dei possibili impatti dei ‘cocktail di pesticidi’ sull’ambiente e sulla salute, è fonte di grande preoccupazione. Inoltre non è accettabile che gli agricoltori e le loro famiglie debbano sopportare il carico tossico di questo fallimentare sistema di agricoltura industriale”. Nel complesso, le analisi sui campioni europei hanno permesso di individuare 39 tipi diversi di pesticidi. Solo il 17% delle mele convenzionali testate è risultata priva di residui rilevabili. Alcuni di questi pesticidi sono considerati altamente persistenti e potenzialmente bioaccumulabili: ciò significa che, una volta rilasciati nell’ambiente, si degradano lentamente e possono risalire la catena alimentare accumulandosi in un’ampia varietà di organismi viventi, finendo così per danneggiare l’intero ecosistema.

Le mele analizzate sono state prodotte in Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Slovacchia, Spagna e Svizzera, e vendute nei supermercati dei rispettivi Paesi d’origine. “I supermercati devono interrompere questa dipendenza da sostanze tossiche e incoraggiare una progressiva riduzione dei pesticidi nella produzione convenzionale di mele, a partire dai pesticidi più pericolosi, fino alla loro completa eliminazione. I consumatori non vogliono essere responsabili inconsapevoli del degrado dei nostri ecosistemi e i supermercati devono assumersi la responsabilità di ampliare l’offerta di mele coltivate con tecniche che non necessitano di pesticidi, incentivando gli agricoltori ad adottare pratiche di coltivazione ecologiche”, conclude Ferrario. Lo studio conferma i risultati dell’analisi su campioni di acqua e suolo prelevati all’inizio dell’anno nei meleti europei, che avevano rilevato la presenza di numerose miscele di pesticidi.

La replica di Agrofarma. L’Associazione nazionale imprese agrofarmaci (Federchimica) precisa che le analisi cui fa riferimento Greenpeace non si riferiscono ai controlli di alcuna autorità designata come competente in materia. Le autorità competenti, Ministero della Salute in Italia ed EFSA in Europa, negli ultimi report pubblicati di recente hanno, al contrario, ribadito gli alti standard di sicurezza alimentare perseguiti sul nostro territorio e che pongono l’Italia tra i leader globali rispetto al tema”. “Nel suo report – continua Agrofarma – il ministero ricorda inoltre che il superamento occasionale di un limite legale non comporta un pericolo per la salute. Gli eventuali residui di fitofarmaci rilevati, infatti, rappresentano una percentuale molto inferiore rispetto al livello di guardia preso

come riferimento per assicurare la qualità igienico-sanitaria degli alimenti. I dati riportati evidenziano gli elevati standard di regolarità dei cibi che arrivano sulle nostre tavole, rassicurando dunque gli italiani sulla sicurezza di ciò che mangiano”.

Le notizie di questi giorni dicono che la Francia e altri paesi stanno pensando di bandire il Glifosate. In Italia, invece, tutto tace. Parla la Coldiretti,  un sindacato di ispirazione cristiana con tanto di assistenti ecclesiastici ma che, a quanto pare, del prossimo e del Creato non gli interessa più di tanmto, visto che si tricera dietro un ipocrita e burocratico: “”CI ATTENIAMO AL MINISTERO”. Il Glifosate è stato classificato probabile cancerogeno dall’IARC ma loro attendono che il Ministero si svegli. Ma oltre al Ministero non esiste anche la coscienza? Il principio di precauzione che dice che se c’è un forte sospetto che stiate avvelenando i fratelli e tutti gli esseri viventi? Sapete che è pericoloso e lo irrorate ugualmente?  Sapete che a Brescia nelle acque il Glifosate è oltre i limiti di legge? Certo che sì, ma ve ne fregate. Sapete che Brescia è in una situazione da “terra dei fuochi” con le discariche, gli inceneritori, le acciaierie, la concentrazione di impianti per il trattamento di rifiuti “attirati” per business dalle provincie vicine. E cosa fate? Fornite il contributo dell’ “agricoltura” (ma ormai è una squallida depandance industriale) all’avvelenamento del territorio. A Brescia c’è la tragedia del PCB. Ma la Coldiretti al carro degli interessi agroindustriali si nasconde dietro il dito del… “fintanto che è autorizzato lo usiamo”. Cosa ne dice Papa Francesco? Attendiamo anche da lui parole chiare. I pesticidi fanno strage. Non si vede il sangue che scorre ma il modo subdolo con cui agiscono causa montagne di sofferenze e danni irreversibili nel medio periodo. Un’offesa al creato, all’uomo e a Dio per chi crede.

Monsanto MonSATAN Sign

fonte: http://www.ilgiorno.it/brescia/erbicida-cancerogeno-1.814566

«Il Glifosate è autorizzato ci atteniamo al Ministero»

Brescia, 1 aprile 2015 – «E’ un fitofarmaco autorizzato, ci atteniamo a quello che dice il Ministero». Anche se il glifosate, sostanza alla base di un erbicida tra i più venduti al mondo prodotto da Monsanto, è probabilmente cancerogeno, questo non implica un’immediata sospensione del suo utilizzo. Spetta agli organi competenti, come la Commissione europea, ora decidere cosa fare. Nel frattempo, come devono comportarsi gli agricoltori? Chi ha scelto di seguire la strada del biologico ed è rispettoso dei disciplinari, in teoria già non utilizza sostanze come il glifosate. Gli altri, senza volerne fare una questione di buoni o cattivi, invece lo usano perché è tra quelli ammessi dal ministero delle Politiche agricole come disseccante delle erbe infestanti.

«Noi abbiamo aziende agricole costantemente controllate sotto il punto di vista dei fitofarmaci – spiegano da Coldiretti Brescia – tutti hanno anche un quaderno di campagna, dove registrano ogni tipologia di prodotto utilizzato, attenendosi a quelli autorizzati e alle dosi prescritte». E nella banca dati dei fitofarmaci autorizzati dal Ministero c’è anche il glifosate, con le dovute prescrizioni di dosaggio. Ora, però, pesa la classificazione di Iarc come probabile cancerogeno. Per l’Agenzia internazionale sulla ricerca sul cancro potrebbe anche provocare mutazioni nel Dna ed avrebbe una correlazione con i linfoma non-Hodgkin nei lavoratori più esposti.

Il dipartimento bresciano di Arpa, che monitora acque sottorranee e superficiali, lo ha ritrovato in diversi corsi d’acqua del Bresciano, anche in dosi superiori alla soglia di garanzia, segno che viene utilizzato abbondantemente anche nella nostra provincia. Dopo la pubblicazione della ricerca, Monsanto ha sentito la necessità di spiegare, con una nota pubblicata sul suo sito, di essere in disaccordo con Iarc e che tutti gli erbicidi a base di glifosate presenti sul mercato rispettano gli standard rigorosi posti dalle autorità regolatorie e sanitarie per proteggere la salute umana.

«Prima di dare il via libera all’uso dei prodotti – precisa Coldiretti – il Ministero fa tutta una serie di controlli, che sono a garanzia di tutti. C’è poi da dire che è finita l’era in cui si può usare di tutto e di più. Inoltre, avvalersi di questi prodotti ha un costo per l’azienda, per cui l’agricoltore fa ben attenzione a dosarne l’uso». Senza un intervento, dunque, dall’alto, per bandire il glifosate, Coldiretti Brescia spiega che non può dare indicazione ai suoi iscritti di non utilizzarlo: starà alla volontà dei singoli agricoltori decidere se metterlo sotto chiave in via precauzionale.

Repubblica, come altri media dei potentati finanziar,i scopre le novità sgradite ai padroni del vapore del biocapitalismo globale molto in ritardo. Annuncia che ” per la prima volta” (sic) si dimostra un effetto negativo dei pesticidi sulla fertilità maschile. Ma dove vivono? Guardare qui per capire che è da parecchi anni che i medici e i ricercatori denunciano questo nesso http://www.ruralpini.it/Commenti03.01.12-Salviamo-l-‘-uomo-dai-pesticidi.bak.htm

Save the man intitolava nel 2011 la Swedish society  for Nature Conservation un rapporto che, abbandonando il tradizionale atteggiamento dei conservazionisti (interessati solo alle specie animali in pericolo, meglio se “carismatiche”), lanciava l’allarme per la nostra stessa specie. Il rapporto riassumeva studi intrapresi da diversi anni che hanno già consentito di accumulare molte certezza. Abbastanza per mettere al bando numerosi pesticidi tre cui alcuni molto usati anche in Italia per la “lotta integrata”.  Ovviamente nella “notizia” di Repubblica c’è anche tanto di quel provincialismo che fa parlare di  risultati di indagini scientifiche solo se c’è di mezzo una Università yenkee.

Sono molti i lavori scientifici che dimostrano l’attività antagonista dei pesticidi rispetto ai recettori degli androgeni in vitro e questi effetti sono ben correlati con le loro proprietà antiandrogeniche riscontrate in vivo In ratti maschi esposti nell’utero ad una vasta gamma di pesticidi le strutture-bersaglio sensibili agli androgeni subiscono la demascolinizzazzione. Ma le indagini epidemiologiche confermano una correlazione tra esposizione ai pesticidi e disturbi della sfera riproduttiva maschile: non solo oligospermia ma anche ipospadia, criptorchidismo, ridotta lunghezza del pene ecc.

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fonte: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2015/03/31/news/pesticidi_in_frutta_e_verdura_danneggiano_fertilita_maschile-110891179/

Allarme pesticidi in frutta e verdura: riducono la fertilità maschile

Per la prima volta uno studio, condotto ad Harvard, dimostra una relazione diretta fra alimenti contaminati e qualità degli spermatozoi. La ricerca, su un campione ridotto di 150 uomini, ha rilevato che il rischio dipende anche dal tipo e dalla quantità di prodotti che si mangiano. Piselli, fagioli e cipolle più ‘sicuri’ di peperoni, spinaci, mele e pere. Gli esperti: lavare a fondo e togliere la buccia

di AGNESE FERRARA

ROMA –  I pesticidi presenti sulla frutta e la verdura provocano effetti sulla fertilità maschile. Ora, per la prima volta, i danni sono stati valutati non su persone esposte per ragioni professionali o sull’ambiente, ma su comuni consumatori. Prima di assumere le verdure è dunque bene lavarle più volte con molta cura e sbucciare sempre la frutta. Lo raccomandano gli studiosi del Dipartimento di nutrizione ed epidemiologia della Harvard T. H Chan school of public health di Boston che hanno condotto un’indagine su un campione di 155 uomini con problemi di fertilità, dai 18 ai 55 anni di età.

Dallo studio, pubblicato con tanto di editoriale sull’autorevole rivista Human Reproduction, risulta che il danno è correlato alla quantità e al tipo di frutta e verdura consumate, perché ci sono quelle che ne contengono di più e quelle che ne contengono solo tracce. Negli Stati Uniti, il dipartimento dell’agricoltura pubblica annualmente delle tabelle riassuntive sul contenuto di pesticidi di frutta e verdura ed è a queste tabelle ufficiali che hanno fatto riferimento gli studiosi per l’indagine.

Il campione è stato seguito per 18 mesi durante i quali ogni soggetto ha compilato dei questionari dettagliati su cosa e quanto mangiava, oltre ad essere sottoposto a periodiche analisi del liquido seminale. Comparando la quantità e il tipo di frutta e verdura consumate e i relativi tassi di pesticidi con le analisi degli spermatozoi, i ricercatori hanno scoperto che chi assumeva più di una porzione e mezza al giorno di frutta e verdura con elevati livelli di pesticidi aveva il 49% di spermatozoi in meno, ovvero 86 milioni contro i 171 milioni di chi invece ne consumava meno di mezza porzione al giorno e sceglieva quelle con poche sostanze chimiche. In chi mangiava frutta e verdura con alti livelli di pesticidi è risultato compromesso anche lo sviluppo normale degli spermatozoi con una percentuale del 32% in più rispetto agli altri.

Quali sono i cibi più a rischio e quelli invece più sicuri? “Quelli che contengono meno pesticidi sono i piselli, i fagioli, il pompelmo e la cipolla. Livelli elevati di residui invece sono stati riscontrati nei peperoni, negli spinaci, nelle fragole, nelle mele e nelle pere”,  precisano gli autori in una nota stampa. “Si tratta di una indagine preliminare fatta su un piccolo campione, ma per la prima volta abbiamo dimostrato che esiste una relazione fra pesticidi e qualità del seme – spiega Jorge Chavarro, a capo della ricerca – . I nostri risultati non devono scoraggiare il consumo di frutta e verdura, ma riteniamo che sia necessario adottare più strategie per combattere l’uso dei pesticidi, scegliendo prodotti organici e vietando le coltivazioni che usano grandi quantità di sostanze chimiche”.

Commenta Elena Vicini, della sezione di istologia ed embriologia e ricercatrice specializzata in biologia della riproduzione alla Sapienza di Roma:  “La ricerca è stata condotta su un campione piccolo e andrebbe estesa a una popolazione più vasta e senza problemi di sterilità per capire quanto i pesticidi incidano sulla qualità degli spermatozoi  Il risultato è comunque molto importante. La frutta e la verdura proteggono la fertilità maschile perché sono ricche di antiossidanti e non bisogna rinunciarci – avverte Vicini – . Si deve però avere maggiore consapevolezza nella scelta di alimenti non trattati rivolgendosi soprattutto a coltivatori di fiducia. E ricordandosi si lavare sempre a fondo la verdura e sbucciare la frutta”.

Più OGM = più pesticidi = più cancro (comunque la si metta)

Una bella rivincita per lo scienziato Seralini, messo alla gogna dell’establishment scientifico legato al carro delle multinazionali (ma anche per tanti altri che hanno subito dure conseguenze per aver denunciato, sulla base dei propri studi) la pericolosità del Glifosate.  L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, subito contestata duramente dalla Monsanto, ha inserito il Glifosate nell’elenco dei probabili cancerogeni. Una valutazione che segna un punto di svolta nella lunga storia di un pesticida che più di ogni altro ha visto il sistema dell’agricoltura chimica e delle multinazionali che controllano sementi, pesticidi, ogm, commercio internazionale delle commodities agricole insorgere contro ricercatori, agenzie, associazioni che mettevano sotto accusa il Glifosate sulla base di indagini epidemiologici e di studi sperimentali.

Questa volta la Monsanto si trova a tentare di contraddire un’agenzia internazionale molto accreditata, non singoli ricercatori coraggiosi o movimenti per la salute e l’agricoltura pulita. Per i governi sarà difficile ignorare la presa di posizione dello Iarc.

Va tenuto conto che il Glifosate non è sotto accisa solo per la “probabile” cancerogenità ma è stato associato all’autismo, indicato come interferente endocrino, killer della flora intestinale utile,  agente di modificazioni del Dna e di tare genetiche.

L’uso del Glifosate è cresciuto epsonenzialmente con l’utilizzo degli Ogm, venduti dai servi delle multinazionali come uno strumento per ridurre l’uso dei “fitofarmaci” in agricoltura. Dal momento che buona parte degli Ogm che hanno avuto applicazione su larga scala sono legati alla resistenza al Glifosate essi inducono a diserbare abbondantemente. In più inducendo, per fenomeni di impollinazione incrociata, la resistenza al Glifosate nelle malerbe si è causato un tendenziale aumento delle dosi di pesticida necessarie a controllarle. Un affare per la Monsanto e per chi scommette su un pianeta avvelenato per specularci sopra.

Monsanto

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2015/03/25/news/_quel_pesticida_e_un_probabile_cancerogeno_e_battaglia_tra_iarc_e_il_produttore_della_sostanza-110424637/

“Quel pesticida è un probabile cancerogeno”: è battaglia tra Iarc e Monsanto, produttore della sostanza

Utilizzato in 750 prodotti per l’agricoltura, per l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione l’erbicida potrebbe essere pericoloso. Ma Monsanto, la multinazionale che lo distribuisce, smentisce. Intanto gli agricoltori biologici chiedono la messa al bando

Antonio Cianciullo

ROMA (25.03.15) – Il glifosato, meglio noto con il nome di battaglia Roundup, è un “probabile cancerogeno” come afferma lo Iarc (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione) o è un erbicida non pericoloso per gli esseri umani, come sostiene la multinazionale che lo produce, la Monsanto? Lo scontro tra il colosso della chimica e il prestigioso istituto di ricerca è diventato incandescente quando lo Iarc ha reso noto il giudizio maturato su cinquepesticidi. Il glifosato e gli insetticidi malathion e diazinon sono stati classificati come “probabili cancerogeni” anche se “le prove sono limitate”. Mentre gli insetticidi tetrachlorvinphos et parathion sono stati considerati solo “possibili cancerogeni”.

Dei cinque prodotti indagati, quello con le vendite di gran lunga più importanti è il glisofato: è utilizzato in 750 prodotti per l’agricoltura e ha conosciuto un boom correlato con le piante ogm che hanno incorporato la resistenza a questo erbicida. È usato anche nei giardini. Secondo lo Iarc questa sostanza si può ritrovare nell’acqua, nell’aria e nei cibi, causando un’esposizione della popolazione nelle aree più vicine ai luoghi in cui viene utilizzato, anche se i livelli di esposizione osservati sono “generalmente bassi”. Il rischio ipotizzato è il linfoma non Hodgkin, una forma di tumore del sangue.

Lo Iarc precisa che il suo giudizio non ha valore legale: “Spetta ai governi e agli altri organismi internazionali emanare regolamenti e leggi a tutela della salute pubblica”. Ma certo il peso del suo giudizio è consistente. E la risposta della Monsanto è stata molto dura. “Il processo decisionale dello Iarc non è trasparente, la decisione è irresponsabile e potrebbe causare confusione sul tema molto importante della sicurezza”, ha dichiarato Robb Fraley, Chief Technology Officer della multinazionale americana. E Philip Miller, vicepresidente della Monsanto, ha aggiunto: “Lo Iarc ha volutamente scelto di ignorare dozzine di studi che supportano il giudizio di non pericolosità per il glifosato”.

“Per noi le valutazioni dello Iarc sono valide perché elaborate con metodo rigoroso e perché valutano studi indipendenti e pubblicati nella letteratura scientifica: quindi vanno tenute nella massima considerazione dalle autorità regolatorie”, ribatte Roberto Bertollini, direttore di ricerca dell’ufficio europeo dell’Oms. “Ciò non toglie che ulteriori studi siano benvenuti”.

Ma le associazioni dei consumatori e degli agricoltori sono già passate all’offensiva. In Francia Générations futures ha espresso soddisfazione per il giudizio dello Iarc. E il presidente di Aiab Vincenzo Vizioli ha chiesto che “l’Italia e l’Unione Europea considerino immediatamente le misure necessarie per proteggere agricoltori e consumatori dal glifosato. Che faccia male alla salute dell’uomo e dell’ambiente, che si accumuli nei cibi e nell’acqua, lo sappiamo da anni e da anni combattiamo contro questo e gli altri pesticidi, spacciati per innocui”. Anche Chiara Braga, responsabile ambiente della segreteria del Pd, ha aderito alla proposta di messa al bando del glifosato annunciando un’interrogazione parlamentare al ministro delle Politiche agricole.

Una buona occasione per ricordare che un vino non può essere buono né tanto meno pulito e giusto finché è ottenuto spruzzando fiumi di pesticidi (magari ancora con l’elicottero). Se ne discute a Verona

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fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/19/agricoltura-a-proposito-dei-danni-da-pesticidi/1438386/#

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di Patrizia Gentilini

Alimentazione e sicurezza alimentare, anche grazie ad Expo, sono argomenti di estrema attualità: correlati a questi temi sono usciti in questi giorni due comunicati stampa di particolare rilievo in quanto affrontano i rischi per la salute e l’ambiente rappresentati dall’utilizzo di pesticidi in agricoltura.

Il primo, datato 30 gennaio u.s. ed inviato alle Autorità competenti, è dell’Associazione dei Medici per l’Ambiente ed affronta il tema delle deroghe per l’utilizzo di principi attivi già messi al bando per la loro pericolosità. Il problema è di estrema attualità in quanto in questi giorni, ad esempio, la Regione Veneto sta valutando se concedere deroghe per 26 sostanze: si pensi che ben 598 sono i pesticidi già autorizzati in deroga nel nostro Paese fino al 31 Maggio 2015. Si ricorda anche che l’ultimo rapporto Ispra sui pesticidi nelle acque italiane evidenzia una “ampia diffusione della contaminazione” ed il rilevamento di ben “175 sostanze diverse, un numero più elevato degli anni precedenti”. Nel suddetto rapporto viene trattato, come in passato, il tema delle miscele di sostanze e vi si afferma che “la valutazione di rischio, infatti, nello schema tradizionale considera gli effetti delle singole sostanze, e non tiene conto dei possibili effetti delle miscele che possono essere presenti nell’ambiente. C’è la consapevolezza, sia a livello scientifico, sia nei consessi regolatori, che il rischio derivante dalle sostanze chimiche sia attualmente sottostimato e si impone una particolare cautela anche verso i livelli di contaminazione più bassi.”

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Isde Italia ribadisce che è ormai assodato che l’esposizione a pesticidi comporta non solo gravi ed irreversibili alterazioni a carico dell’ambiente e della biodiversità, ma può correlarsi anche a gravi conseguenze sulla salute umana. Questi effetti, già evidenziati nelle categorie di persone esposte professionalmente, riguardano oggi tutta la popolazione umana, stante l’utilizzo sempre più massiccio e diffuso di questi agenti in ogni parte del pianeta. Le conseguenze di tali esposizioni possono rivelarsi particolarmente gravi – anche a basse dosi – in particolare se si verificano durante la vita embrio-fetale e nella prima infanzia, aumentando il rischio di danni cerebrali e di malattie che possono manifestarsi anche nelle fasi più tardive della vita. Vi è ormai evidenza di forte correlazione fra esposizione a pesticidi e patologie quali cancro, malattie respiratorie, malattie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e sclerosi laterale amiotrofica (SLA), autismo, deficit di attenzione ed iperattività, diabete, disordini riproduttivi, malformazioni fetali, disfunzioni tiroidee. La possibilità che alcune di queste malattie agiscano modificando alcune funzioni fondamentali delle cellule, comprese le cellule della linea germinale, non può che accrescere le preoccupazioni per la salute pubblica. È quindi più che mai importante promuovere pratiche agronomiche sostenibili in grado di soddisfare i bisogni alimentari di tutti.

La Direttiva 2009/128/CE, di cui il PAN (Piano di Azione Nazionale) costituisce recepimento e applicazione, prevede che “gli utilizzatori professionali di pesticidi adottino le pratiche o i prodotti che presentano il minor rischio per la salute umana e l’ambiente tra tutti quelli disponibili per lo stesso scopo”: ciò conferma la necessità di promuovere tecniche agronomiche radicalmente alternative alle attuali. Le Autorità competenti non possono essere complici della legittimazione di pratiche e prodotti chimici di sintesi già vietate per ragioni di sicurezza. Il Principio di precauzione, sancito dall’Unione Europea, deve guidare anche a livello nazionale e locale ogni decisione in materia di attività e sostanze pericolose.

Il secondo comunicato è del 17 febbraio ed è a firma del Tavolo delle associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica di cui fanno parte: Aiab, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, Fai, Federbio, Firab, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Slowfood, Touring Club Italiano, Associazione Pro Natura, Siep, UpBio Wwf. In questo comunicato congiunto si fa notare come l’Italia sia il maggior consumatore europeo di pesticidi per unità di superficie coltivata dell’Europa occidentale, con un consumo pari a 5,6 chili per ettaro ogni anno, valore doppio rispetto a quelli della Francia e della Germania. Si riprendono anche i dati dell’Ispra circa la contaminazione delle acque e si riportano le sostanze che più spesso hanno determinato superamento dei limiti: glifosate, metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina. Le associazioni suddette lanciano pertanto un allarme sul tema del Piano di Azione Nazionale sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi previsto dalla direttiva europea del 2009 e adottato in Italia solo nel 2014 ed affermando che: “Il Piano italiano non contiene proposte concrete per tutelare la salute dei cittadini e dell’ambiente”. Non è prevista una sensibile riduzione delle sostanze chimiche in uso, ma solo l’obbligo dal novembre 2015 di rispettare ciò che andrebbe rispettato per legge, ossia le prescrizioni contenute sulle etichette degli agrofarmaci”.

“Il rischio è che le multinazionali della chimica continuino a condizionare l’applicazione delle politiche europee nel nostro Paese e la destinazione di miliardi di euro di soldi pubblici che verranno spesi da qui al 2020 con l’applicazione della PAC, la politica agricola comunitaria. La stessa nuova programmazione dei Programmi di Sviluppo Rurale dalle Regioni per le misure agroambientali rischia di essere destinata sempre più a pratiche agronomiche che prevedono l’uso massiccio di pesticidi. Bisogna invece favorirne la reale riduzione principalmente attraverso la conversione al biologico, premiando quelle aziende agricole in grado di fare a meno dei pesticidi e che producono benefici per tutti: cibo sano, tutela dell’ambiente e della biodiversità agricola e naturale”. Il Tavolo conclude chiedendo “che i provvedimenti in attuazione del Pan seguano un iter trasparente visto che riguardano temi fondamentali per tutti i cittadini come la tutela della salute delle persone e dell’ambiente, che dovranno essere in primo piano per il nuovo periodo della programmazione dei fondi comunitari. Per questo il tavolo delle Associazioni ha chiesto un incontro al ministro dell’Agricoltura e alle Regioni ma le lettere inviate all’inizio di dicembre non hanno ricevuto ancora nessuna risposta”.

Quanto affrontato nei due comunicati è di cruciale importanza perché, come ricordato nel comunicato dei Medici per l’Ambiente, anche sul piano delle rese economiche, l’agricoltura basata sulla chimica di sintesi è stata messa in discussione. Una recente metanalisi dell’Università di Berkeley, che ha esaminato 115 ricerche scientifiche per confrontare agricoltura biologica e convenzionale, ha concluso che non vi sono prove sufficienti per affermare che l’agricoltura convenzionale sia più efficiente e dia rese maggiori rispetto a quella biologica, affermando che: “È importante ricordare che il nostro attuale sistema agricolo produce molto più cibo di quanto sia necessario per sfamare il pianeta. Per sradicare la fame nel mondo è necessario aumentare l’accesso al cibo, non solo la produzione. Inoltre, aumentare la percentuale di agricoltura che utilizza metodi biologici e sostenibili non è una scelta, è una necessità. Non possiamo semplicemente continuare a produrre cibo senza prenderci cura del nostro suolo, dell’acqua e della biodiversità”.

L’agricoltura biologica è purtroppo molto spesso bistrattata, ma recenti ampie indagini hanno evidenziato che, ad esempio, una alimentazione di tipo biologico in gravidanza riduce in modo significativo il rischio di complicanze gravidiche quali l’eclampsia e di malformazioni quali l’ipospadia.

Ciò non deve stupire se pensiamo che i principi attivi presenti in un gran numero di pesticidi possono agire come interferenti endocrini a dosi estremamente basse specie in periodi cruciali quali la vita intrauterina: sono ormai decine e decine gli studi che confermano i rischi connessi all’esposizione a tali sostanze. Ad esempio una revisione di 13 studi caso-controllo pubblicati fra il 1987 e 2009 per indagare il rischio di leucemia infantile correlato ad esposizione residenziale a pesticidi ha evidenziato che il rischio più elevato, oltre il doppio dell’atteso, si aveva per esposizione durante la gravidanza anche a pesticidi per uso domestico; da un’altra revisione del 2013 che ha preso in esame gli effetti dei pesticidi sul neurosviluppo (in particolare sulla sfera sensoriale, motoria, cognitiva, su QI e sulla morfologia cerebrale con risonanza magnetica) è emerso che 26 su 27 studi evidenziano effetti neurocomportamentali, con una relazione dose-risposta in 11 su 12 studi; inoltre 10 studi longitudinali, che hanno valutato l’esposizione prenatale, hanno riscontrato effetti comportamentali all’età di 7 anni ed alterazioni motorie specie nei neonati; addirittura in 2 gruppi di 20 bambini ciascuno, con livelli medio/alti e medio/bassi di clorpirifos valutato alla nascita sul cordone ombelicale, una risonanza magnetica nucleare eseguità in età scolare ha evidenziato alterazioni cerebrali anche per i bambini esposti ai più bassi livelli di clorpirifos.

Di quali altre evidenze abbiamo bisogno per capire che è urgente invertire la rotta?

Perché non promuovere da subito e senza esitazioni una agricoltura che utilizza metodi biologici, la sola in grado di rispettare, ancor prima dell’ambiente, la salute umana ed in special modo quella delle generazioni a venire?

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