Archivi per il mese di: febbraio, 2013

fonte http://www.lemonde.fr/planete/article/2013/02/19/dans-le-vignoble-de-listrac-medoc-la-contamination-aux-pesticides-touche-les-salaries-agricoles-et-les-riverains_1834791_3244.html

(20.02.2013) Questa è la terra di famosi château: Fourcas-Dupré, Clarke, Moulin d’Ulysse. Listrac-Médoc è una denominazione di origine controllata, ricca di crus bourgeois (1). Martedì 19 febbraio è stata pubblicata un’indagine sulla “Esposizione a pesticidi tra i lavoratori e residenti che vivono nel cuore dei vigneti di Bordeaux”.

L’indagine è stata condotta dall’Associazione Générations Futures, specializzata sugli effetti dei pesticidi sulla salute umana e sull’ambiente; era basata su dati provenienti dal laboratorio di analisi Kudzu Scienze ed è stata condotta in collaborazione con Marie-Lys Bibeyran, il cui fratello, operaio agricolo, è morto di cancro nel 2009.

Gli autori riferiscono che l’indagine prende in considerazione un numero limitato di “cavie” e non riflette lo stato di contaminazione media nei vigneti francesi. Tuttavia, stabilisce chiaramente la maggiore presenza di residui di erbicidi, insetticidi e fungicidi nei quindici dipendenti che hanno preso parte allo studio rispetto a un gruppo di controllo di dieci persone che non esercitano questo lavoro, cinque che risiedono vicino ai vigneti del Medoc Listrac e cinque nel comune ma a maggior distanza.

UNDICI VOLTE PIU’ RESIDUI

Chi opera professionalmente nei vigneti, anche quando non manipola i pesticidi, presenta in media residui di pesticidi cinque volte più elevati rispetto ai residenti nei pressi dei vigneti e undici di più rispetto alle persone che vivono più lontano.

Il laboratorio Kudzu Science ha cercato le tracce di 35 molecole attive che si trovano in 50 prodotti comunemente usati in viticoltura – per di più fungicidi. Il materiale biologico era costituito dalle ciocche di capelli di 25 volontari, prelevate tra ottobre e novembre 2012.

I capelli recano tracce di esposizione alle sostanze per tre mesi. Passando dall’Azoxystrobin (segnalato come irritante per gli occhi, pericoloso per l’ambiente), al Zoxamide (irritante per la pelle, molto tossico per l’ambiente), e quindi al Diuron (vietato in Francia dal 2003), il laboratorio ha rilevato ben 22 prodotti..

In media, sono state trovate 6,6 differenti molecole nei lavoratori viticoltori, contro 0,6 tra le persone che non esercitano questa professione. In quattro professionisti su quindici sono stati rilevati almeno dieci residui di pesticidi diversi, a volte ad alte dosi, in particolare Fenexamid e Fludioxonil.

Générations Futures sostiene che almeno il 45% delle molecole identificate sono classificate come potenziali cancerogene in Europa e negli Stati Uniti; il 36% sono sospetti interferenti endocrini sospetti. Da soli, i 780 mila ettari di vigneti francesi rappresentano il 3,7% della superficie agricola dell’”Esagono”, ma consumano circa il 20% dei pesticidi (in peso).

UN LUNGO VIAGGIO AD OSTACOLI

Marie-Lys Bibeyran non fa mistero delle sue motivazioni personali: il fratello, Denis, morto improvvisamente di cancro nel mese di ottobre 2009. È stato operaio agricolo ed ha gestito due ettari di vigneto. Prima di morire ha espresso i suoi sospetti circa la responsabilità dei pesticidi da lui utilizzati, nel determinare la sua condizione.

Dal 2011, Marie-Lys Bibeyran, ha intrapreso un lungo percorso ad ostacoli, giuridici e amministrativi, per ottenere il riconoscimento del cancro quale malattia professionale. A lei si è unita l’Associazione Phytovictimes e al loro fianco ci è anche Générations Futures. Éstata lei che ha reperito i residenti disponibili a partecipare al campionamento. Più difficile convincere i lavoratori viticoltori. Anche garantendo l’anonimato.

Marie-Lys Bibeyran dice: “Ttrovano difficile pensare che il loro lavoro possa avere un impatto tale. Dopo la vendemmia, si esegue come minimo una trattamento ogni due settimane. Soprattutto con il Round Up.” Spera che lo studio produca consapevolezza: “Il pericolo è sottovalutato, Mio fratello non era il solo a perdere sangue dal naso.».

Da parte sua, Corinne Lantheaume, segretario regionale della CFDT (2) e responsabile della sezione produzione agricola della Gironda (3), osserva che la questione dei pesticidi non è messa adeguatamente in relazione con i disturbi muscolo-scheletrici.

Tuttavia, dice che: “ci sono abitudini da cambiare. Alcuni lavoratori entrano nella cabina della trattrice indossando gli stessi indumenti utilizzati per la preparazione delle miscele da irrorare: questi indumenti non sono impermeabili e sotto i vestiti si avverte molto forte l’odore del prodotto utilizzato. Noi ci impegniamo a far si che i dipendenti possano osservare un periodo di almeno dodici ore prima di tornare a lavorare nei vigneti”.

Il delegato sindacale riconosce che le sue raccomandazioni hanno scarsa risonanza: “Dicono che per mantenere i posti di lavoro, hanno bisogno di ottenere buone rese e per questo devono eseguire i trattamenti.”

Martine Dalo

  1. i crus bourgeois del Médoc, l’area vitivinicola più pregiata della regione di Bordeaux, sono quelli château che non erano stati inclusi nella classificazione 1855 del Crus classes, Cru Bourgeois è un livello al di sotto della classificazione top di Cru Classé.
  2. Confédération française démocratique du travail(CFDT) il principale sindacati dei lavoratori in Francia, assimilabile alla CISL.
  3. La Gironde è un dipartimento francese della regione Aquitania (Aquitaine). Il nome del dipartimento deriva dal nome dell’estuario fluviale del corso d’acqua formato dai fiumi Dordogna e Garonna, che confluiscono a valle di Bordeaux.

 

di Fabio Taffetani
fonte: http://www.veramente.org/wp/?p=10250
 
trattore in vigna trattata con diserbante

(19.02.2013) La nostra è una società che si considera evoluta, tra le prime al mondo, e, come tutte le democrazie occidentali, sta attraversando una fase di fortissima contraddizione tra il livello della qualità di vita raggiunto e le condizioni economiche e le risorse ambientali dalle quali dipende. Questa situazione in Italia è aggravata da una radicata carenza di cultura scientifica e ambientale e se alcuni dei cambiamenti che si sono realizzati nei decenni scorsi sono comuni alle società occidentali, altri costituiscono degenerazioni che hanno raggiunto livelli particolarmente gravi nel nostro Paese (come la fragilità idrogeologica del territorio, la dispersione illegale di rifiuti tossici, l’irrazionale espansione dell’urbanizzazione, l’aggressione turistica delle coste e delle montagne, la perdita di biodiversità degli agroecosistemi, la corruzione della politica e delle istituzioni o l’espansione della malavita organizzata).

Ci si augura, guardando alle giovani generazioni, che venga a prevalere una capillare reazione della parte sana della società. Un motivo attuale che potrebbe costringerci ad affrontare le radici della questione è costituito dalla crisi economica e ambientale. Paradossalmente le gravi difficoltà economiche derivanti da una globalizzazione che si riteneva potesse essere lasciata guidare dal mercato stesso, ci ha invece costretto a guardare con spirito critico e rivedere profondamente le logiche del “progresso economico”, l’insostenibilità di una crescita economica senza fine e a riprendere in considerazione il valore degli indicatori (come il PIL) che ancor oggi guidano l’economia internazionale (LATOUCHE, 2007; PALLANTE, 2009).
La globalizzazione raggiunta nei rapporti economici e nel flusso delle merci, delle persone e dell’informazione ha portato in drammatica evidenza i limiti e le contraddizioni di un mondo con poca e spesso senza etica, di norma regolato dalle sole leggi di mercato (GALIMBERTI, 2009)

La situazione attuale è caratterizzata da una lenta ma progressiva presa di coscienza della necessità di rivedere profondamente il concetto di progresso economico e di qualità della vita. Probabilmente è proprio l’idea di mettere l’ambiente che ci ospita al centro di una nuova visione del mondo, che può costituire l’unica alternativa per garantire un futuro all’umanità (GEORGESCU-ROEGEN, 1982). Lo stesso Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” (29/06/2009) dedica un intero capitolo alla crisi ambientale e suggerisce come unica soluzione possibile quella di un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita per una crescita consapevole e sostenibile di tutti i popoli e che attenui la asimmetrica distribuzione delle risorse. Viene indicato come dovere gravissimo. E’ da tutti considerato un dovere primario quello di consegnare la terra alle future generazioni “in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla”. Dobbiamo tuttavia fare in fretta perché nel frattempo l’asimmetrica distribuzione e sfruttamento delle risorse ambientali da parte dei paesi sviluppati sta portando alla nascita di conflitti sempre più numerosi la cui gravità potrebbe portare a degenerazioni incontrollabili.

Il filo rosso che lega globalizzazione, agricoltura, salute e ambiente

Le problematiche di perdita della biodiversità legate allo sviluppo agricolo non possono essere trascurate e i rapporti fra globalizzazione, agricoltura, salute ed ambiente rappresentano problematiche molto più gravi e cariche di conseguenze di quanto si voglia far apparire. Costituisce infatti di uno dei molteplici aspetti legati al processo di competizione che deriva dalla monopolizzazione del mercato delle sementi (del quale gli OGM sono solo la punta dell’iceberg) e della chimica per l’agricoltura da parte di alcune multinazionali ed è ormai esteso a tutta l’economia mondiale.

Sui rischi per tutti noi derivanti dall’uso di fitofarmaci e sui danni economici (dipendenza e crisi di interi Stati latino-americani, africani ed asiatici), culturali (perdita di tradizioni e colture millenarie), ambientali (paesaggi sconvolti, grave perdita della biodiversità), alla salute (aumento vertiginoso di malattie neoplastiche e degenerative, non più limitato alle aree a rischio), che sono stati procurati in tutto il mondo dalle grandi multinazionali, sono sufficienti le denunce e le documentazioni raccolte ormai da varie fonti (ROBIN, 2009; VANDANA, 2009).

E’ un argomento complesso e spinoso, sul quale si concentrano molte resistenze di carattere politico ed economico, che tuttavia, per le conseguenze che ha sulla vita di tutti, non può essere trascurato o lasciato all’iniziativa di pochi. Sulla base della mia esperienza, cercherò di affrontarlo da un punto di vista pratico, mettendo insieme i dati che ho raccolto nella mia attività di ricerca, con le informazioni che sono disponibili per tutti, anche se non è facile in poche pagine chiarire i rapporti esistenti tra tanti aspetti diversi e, a prima vista, del tutto indipendenti.

Il consumo di territorio e la considerazione dell’ambiente in Italia

Il suolo è una risorsa non rinnovabile che continuamente consumiamo: le abitazioni, le industrie, le strade, le ferrovie, i porti, le centrali elettriche, le discariche occupano porzioni più o meno ampie di territorio trasformandole in modo pressoché irreversibile. Il ritmo di questi processi è cresciuto negli ultimi anni in modo esponenziale. Quello dell’aumento del consumo di suolo è un fenomeno globale, ma che è più problematico in Paesi di antica e intensa antropizzazione come l’Italia, in cui, per la scarsità di suolo edificabile, l’avanzata dell’urbanizzazione contende il terreno all’agricoltura e spinge all’occupazione di aree sempre più marginali, se non addirittura non adatte all’insediamento, come quelle a rischio idrogeologico. Nel nostro Paese è ancora fortissima la tendenza a cementificare disordinatamente il suolo libero: l’abusivismo edilizio, che in alcune aree geografiche è purtroppo ancora molto rilevante, così come la crescita a macchia d’olio delle città, senza piani regolatori che tengano debitamente a cuore le esigenze ambientali, e l’integrale urbanizzazione di lunghi tratti delle coste hanno segnato lo sviluppo territoriale dell’Italia contemporanea.

Per comprendere la gravità del fenomeno legato al consumo di territorio basta guardarsi intorno. In Italia la fascia di territorio più estesa è quella collinare, ad eccezione della Pianura del Po, assai ridotte e poco estese sono le aree di pianura, dove l’attività agricola, grazie alla possibilità di irrigazione, può raggiungere i massimi livelli di produzione. Eppure non c’è Comune (neppure quelli montani in fase di decrescita demografica o quelli di alta collina ormai da anni a crescita zero) che non abbia destinato la sua piccola porzione di terreno pianeggiante per destinarlo all’urbanizzazione industriale e infrastrutturale, oltre che naturalmente ad aver progressivamente ampliato gli spazi più comodi per l’espansione abitativa (BEVILACQUA, 2006; BIANCHI, ZANCHINI, 2011).

Se ne parla da tempo, ma non sono stati fatti passi sostanziali e decisivi verso una economia mondiale che ponga le risorse naturali e la loro qualità (sia per le condizioni di vita attuali che per quelle delle generazioni future) alla base di ogni calcolo di valore monetario, oggi pressoché nullo per acqua, aria, suolo.

La gestione assurda dei fiumi, sui quali si interviene con il completo rimodellamento del greto e delle sponde, come se si trattasse di semplici canali artificiali. Se l’obiettivo è quello di evitare esondazioni, il risultato è invece, per limitarsi agli aspetti più gravi, una maggiore fragilità del sistema per quanto riguarda il deflusso delle acque, come pure una ridotta capacità di depurazione, oltre alla perdita di funzionalità dei sistemi biologici, accompagnata dalla semplificazione della biodiversità sia animale che vegetale degli ecosistemi acquatici.

Ambienti collinari dall’aspetto apparentemente gradevole ed equilibrato , che invece sono minati da un sistema di utilizzazione agricola che ha determinato, tra le altre, una gravissima perdita di biodiversità (TASINAZZO, 2006) ed una profonda fragilità idrogeologica (in analogia con i problemi ambientali delle grandi superfici agricole ipersfruttate e profondamente alterate della pianura del Po).

Ci sono sempre più agricoltori miopi e superficiali che utilizzano il diserbo anche al di fuori delle aree coltivate, ma anche semplici cittadini, che irrorano le fasce erbose con erbicidi per evitare lo sviluppo delle erbe infestanti si considerando gli effetti negativi sulla stabilità del terreno, sulla copertura vegetale e sulla perdita di biodiversità e di maturità. La pratica del diserbo utilizzata in agricoltura, erroneamente considerata come alternativa allo sfalcio, viene ora proposta da Amministrazioni territoriali nazionali (ANAS) e locali (Comuni e Provincie) per un supposto risparmio economico nella gestione delle strade pubbliche e con l’errata convinzione di combattere le allergie da polline o di conseguire un risparmio economico. Scelta sostenuta in forma sotterranea dalle industrie chimiche che producono diserbanti, ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si dovrà continuare anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi, in seguito alla scomparsa della vegetazione che presidiava il terreno.

In tutti gli esempi sopra esposti (e sono purtroppo solo una piccola parte dell’assurdo e irrazionale modo di manipolare l’ambiente con criteri angusti e finalità speculative) la condizione naturale è quella che appare al grande pubblico come disordinata e meno attraente, mentre quella artificiale viene considerata, anche dagli organi di informazione, come ordinata e rassicurante.

Siamo ormai consapevoli che l’ambiente è una risorsa unica e limitata, dobbiamo cambiare abitudini, modi di pensare e c’è molto lavoro per ciascuno di noi! Sia dal punto di vista didattico, che sul piano informativo, ma anche nella formazione dei tecnici e degli amministratori che operano nel settore ambientale e infine sul ruolo dei mass media e di noi cittadini. La collaborazione tra chi fa ricerca e chi si occupa di gestione del territorio risulta pertanto di fondamentale importanza, ben sapendo che sarà un elemento indispensabile di qualunque auspicabile cambiamento nel prossimo futuro.

Nell’ambito delle politiche europee, va ricordato che l’Unione Europea con la PAC 2000-2006 aveva destinato un importante ruolo alle misure agro-ambientali (2° pilastro) e, in fase di resoconto finale, ha chiesto alle regioni di valutare la variazione della biodiversità ottenuta. Risultato?

Nessun PSR regionale ha messo in atto sistemi di monitoraggio della biodiversità sufficientemente rappresentativi all’interno delle aree destinate all’agricoltura (TAFFETANI, RISMONDO M., LANCIONI A., ZITTI S., 2008).

Marginali, se non nulle, sono state le integrazioni al sistema delle pratiche minime di manutenzione del territorio (la condizionalità), il cui rispetto permette alle aziende di accedere a qualsiasi misura di finanziamento. Il sistema di lavorazioni minime, predisposto a livello nazionale, è costituito da una base gravemente incompleta, che prevede la realizzazione di “fossi acquai temporanei” ad almeno 80 metri gli uni dagli altri, sistema che avrebbe dovuto essere integrato ed approfondito sulla base delle peculiarità regionali. Mentre non sono stati apportati miglioramenti normativi, occorre rilevare inoltre che non è stato fornito alcun indirizzo sulle condizioni e le modalità di gestione dei fossi principali lungo la massima pendenza nelle aree collinari, con il risultato che risulta ormai cancellata ed artificializzata una porzione importante del reticolo idrografico minore (TAFFETANI, RISMONDO M., LANCIONI A., 2011), anche in zone ad alto rischio per l’elevata componente argillosa. Questo vago sistema di regole, anziché costituire una tutela del territorio, come avrebbe dovuto essere nelle intenzioni, ha determinato una capillare e drastica semplificazione dei paesaggi collinari nel corso della sua applicazione nell’arco di poco più di un decennio.

La quota delle attività produttive di tipo convenzionale è rimasta largamente preponderante sia nelle grandi pianure settentrionali, che in gran parte dei sistemi collinari appenninici, come pure nell’area mediterranea.

Gli effetti dei sistemi di produzione a basso impatto (agricoltura integrata, agricoltura blu, agricoltura biologica, agricoltura biodinamica, ecc.), sono stati valutati esclusivamente a livello teorico. Mentre il livello di biodiversità dei paesaggi rurali è drammaticamente crollato (Fig. 4).

Bibliografia

BEVILACQUA P., 2006 – La Terra è finita. Breve storia dell’ambiente. Laterza.

BIANCHI D., ZANCHINI E, 2011 – Ambiente Italia 2011. Il consumo di suolo in Italia. Istituto Ambiente Italia.

GALIMBERTI U., 2009 – I miti del nostro tempo. Feltrinelli.

GEORGESCU-ROEGEN N., 1982 – Energia e miti economici. Boringhieri.

LATOUCHE S., 2007 – La scommessa della decrescita. Feltrinelli.

PALLANTE M., 2009 – Decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL. Editori Riuniti.

ROBIN M.-M., 2009 – Il mondo secondo Monsanto. Arianna Editrice.

TAFFETANI F., RISMONDO M., LANCIONI A., 2011 – Environmental Evaluation and Monitoring of Agro-Ecosystems Biodiversity. In: Ecosystems Biodiversity, Oscar Grillo and Gianfranco Venora (Ed.), InTech: 333-370.

TAFFETANI F., RISMONDO M., LANCIONI A., ZITTI S., 2008 – Considerazioni conclusive sulle problematiche agro-ambientali delle Marche. In: Valutazione quantitativa delle misure agroambientali del Piano di Sviluppo Rurale delle Marche. Regione Marche.

TASINAZZO, 2006 – Sul regresso della flora segetale dei campi di frumento ed orzo: il caso dei Colli Berici (Vicenza – Italia settentrionale). Distribuzione attuale delle specie più rappresentative. Ann. Mus. Civ. di Rovereto, 21: 211-241.

VANDANA S., 2009 – Campi di Battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale. Ed. Ambiente

Sezione Provinciale di Verona – ISDE Italia
Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Verona

Incontro

“PESTICIDI E SALUTE”

Comitato Organizzatore:  C. Modonesi, C. Panizza e GP. Velo

Verona, 9 marzo 2013   dalle ore 9.30 alle ore 13.00

Sala Riunioni Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri , Via Giberti 11
Per informazioni:  dott.ssa Angela Khuu, Servizio di Farmacologia, AOUI Verona, Tel. 045 8027505; Fax. 045 8027452, e-mail: angela.khuu@collab.univr.it

Programma

9.30-9.45   Saluti – R. Mora (Presidente OMCEO Verona) e GP. Velo  (Presidente ISDE Verona)

9.45-10.15 L’utilizzo dei pesticidi in Italia e in Europa e l’alternativa  dell’agricoltura biologica –  Cristina Micheloni, Responsabile scientifico dell’Associazione  Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB)

10.15-10.45 Pesticidi e salute umana: materiali e metodo epidemiologico – Enrico Oddone, Medico del lavoro, Università degli Studi  di Pavia, membro ISDE

10.45-11.15 Tossicità e ‘endocrine disruptors’ negli organismi animali –  Carlo Modonesi, Zoologo, Università degli Studi di Parma,  membro ISDE

11.15-11.30 Caffè

11.30-12.00  Effetti sulla salute dell’esposizione professionale e non- professionale a pesticidi  – Celestino Panizza, Medico del lavoro, ASL di Brescia, membro ISDE

12.00-12.30 Pesticidi ed epigenetica  – Ernesto Burgio, Medico Pediatra, Coordinatore nazionale del Comitato scientifico di ISDE

12.30-13.00 Agricoltura, pesticidi e sistemi ambientali  – Gianni Tamino, Biologo, Università degli Studi di Padova, membro ISDE

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Nella zona del Prosecco Docg la scorsa estate erano stati prelevati campioni biologici da 500 persone per rintracciare residui di pesticidi. Si tratta di un’iniziativa importante, tra le prime dle genere in Italia. I risultati avrebbero dovuto uscire entro la fine del 2012. Siamo a fine febbraio e non arrivano. Si sospetta che nelle urine dei bambini siano state rinvenute più che tracce di pesticidi. Intanto continua il confronto sui dati dell’incidenza di patologie oncologiche. Alcuni dati vengono trasmessi ai Comitati No pesticidi solo per l’intervento del difensore civico. Intanto rimane senza risposta  anche l’interrogazione della consigliera regionale Laura Puppato, nella quale chiedeva come mai, a parità di abitanti, l’Ulss7 ricevesse il doppio di contributi per farmaci oncologici rispetto all’Ulss8. 

Per prima in Europa, la Francia riconosce il Morbo di Parkinson come malattia professionale per gli agricoltori entrati a stretto contatto con i pesticidi.

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Il decreto francese è stato pubblicato lo scorso maggio ed è entrato in vigore di fatto un mese fa. Alla base una serie di ricerche scientifiche che hanno evidenziato i legami tra il Parkinson e l’esposizione professionale ai pesticidi.

I danni provocati dai pesticidi sono ormai noti. Ricercatori e scienziati continuano a studiare gli effetti della contaminazione di questi veleni nella catena alimentare e negli esseri umani.

Il testo di legge francese specifica che con il termine pesticidi ci si riferisce ai prodotti destinati ad usi agricoli e prodotti per la manutenzione dei terreni, nonché a prodotti usati in ambito veterinario, biocidi e anti-parassitari, autorizzati o meno al momento della domanda.

La contaminazione con i pesticidi in ambito lavorativo, tale da portare poi alla malattia, avviene durante la manipolazione di questi prodotti, attraverso il contatto o l’inalazione, durante la distribuzione sulle colture, superfici, o con il trattamento su animali, quando si usano macchine agricole per la distribuzione dei pesticidi.

Assobio in Italia dichiara che: “Il riconoscimento ufficiale acquisisce un carattere importante sia a livello simbolico che concreto aprendo la possibilità a sostegni finanziari per l’incapacità degli agricoltori di continuare a lavorare. Un percorso cui dar seguito in Italia aggredendo radicalmente le problematiche legate a produzione, uso e residui dell’agrochimica. Un esempio da seguire, dunque, e una strada, quella dei pesticidi, da abbandonare”.

La rivista scientifica Annals of Neurology ha dedicato un articolo a questo tema. Dalle risultanze dell’articolo emerge che esiste di fatto una rapporto positivo tra il morbo di Parkinson e l’uso professionale di pesticidi, con una relazione di dose-effetto per il numero di anni di utilizzo, in particolare per gli insetticidi organoclorurati.

Già nell’aprile 2009, i ricercatori della UCLA (University of California, Los Angeles) avevano annunciato di aver scoperto un legame tra la malattia di Parkinson e due sostanze chimiche comunemente spruzzate sulle coltivazioni per combattere i parassiti.

Quello studio epidemiologico non aveva esaminato gli agricoltori che lavorano costantemente con i pesticidi, bensì persone che semplicemente vivevano vicino a dove i campi agricoli sono spruzzati con il fungicida Maneb e l’erbicida Paraquat. Si era riscontrato che il rischio per la malattia di Parkinson, per queste persone aumenta del 75 per cento.

Ora, uno studio ulteriore aggiunge due nuovi colpi di scena. Ancora una volta i ricercatori sono tornati nella fertile Central Valley della California, e per la prima volta hanno coinvolto un terzo pesticida, il fungocida Ziram, nella patogenesi della malattia di Parkinson. In secondo luogo, invece di osservare solo le persone che vivevano in prossimità di campi dove sono spruzzati i prodotti chimici, si sono stati valutati i luoghi in cui la gente lavorava, tra cui insegnanti, vigili del fuoco e impiegati che lavoravano nelle vicinanze, anche se non all’interno dei campi .

È stato riscontrato che l’esposizione combinata di Ziram, Maneb e Paraquat vicino a ogni luogo di lavoro aumenta il rischio di malattia di Parkinson (PD) di tre volte, mentre l’esposizione combinata a Ziram e Paraquat solamente, è stata associata a un aumento dell’80 per cento del rischio. I risultati appaiono nell’edizione corrente on-line della rivista European Journal of Epidemiology.

Mentre la Francia prende provvedimenti restrittivi in materia, grandi ritardi, in Italia, ci sono stati nel togliere dal mercato pesticidi ora considerati pericolosi, come il lindano e il Ddt. Ma ancora oggi c’è un pericolo che si aggira in Italia e in gran parte dell’ Europa: la Commissione Europea ha emanato nel 2009 un “Regolamento” sui pesticidi, nel quale elenca le sostanze più dannose che dovranno essere bandite dal mercato; oltre al fatto che su 100 sostanze pericolose sono vietate solo 22, considerate cancerogene o “interferenti endocrine”, tra queste compare il glufosinate, il cui impiego è elevato in particolare nelle colture transgeniche di mais, ma anche in viticoltura e nei frutteti e che verrà commercializzato fino al 1 ottobre 2017.

In Italia, il ministero della Salute ha revocato la sospensione cautelativa della vendita di glufosinate, autorizzando per cinque anni (con decreto del 27 aprile 2012) un prodotto fitosanitario al glufosinate ammonio “per vite e fruttiferi”.

Cosa si sapeva sulla correlazione pesticidi-parkinson in passato.

2007

Uno studio, coordinato da Ricercatori dell’University of Aberdeen in Gran Bretagna, ha esaminato le associazioni tra malattia di Parkinson ed altre sindromi parkinsoniane degenerative, ed i fattori ambientali in 5 paesi Europei.

Sono stati analizzati 959 casi di parkinsonismo vascolare o farmaco-indotto, o con demenza.

Le analisi aggiustate di regressione logistica hanno mostrato un significativo incremento degli odds ratio per la malattia di Parkinson / parkinsonismo con una relazione esposizione-risposta per i pesticidi ( bassa versus nessuna esposizione, OR=1,13; alta versus nessuna esposizione, OR=1,41; una volta versus mai, OR=1,35; più di una volta versus mai, OR=2,53).

L’uso di ipnotici, ansiolitici o antidepressivi per più di un anno ed una storia familiare di malattia di Parkinson, erano associati ad un aumento significativo del rischio.

Il consumo di tabacco è risultato protettivo (OR=0,50).

Le analisi compiute solamente sui soggetti con malattia di Parkinson, hanno offerto risultati simili.

Secondo gli Autori, esiste un’associazione tra l’esposizione ai pesticidi e la malattia di Parkinson. Inoltre, la ripetuta perdita traumatica della coscienza, è associata ad un aumentato rischio. (Xagena2007)

Dick FD et al, Occup Environ Med 2007; Published online first Neuro2007
2006

Un’esposizione cronica, a basso dosaggio, ai pesticidi è sospettata aumentare il rischio di malattia di Parkinson.

Uno studio, coordinato dall’Harvard School of Public Health a Boston (USA), ha esaminato in modo prospettico se gli individui esposti ai pesticidi presentassero un rischio di malattia di Parkinson più elevato rispetto a quelli non esposti.

I dati sono stati ottenuti dai partecipanti al Cancer Prevention Study II Nutrition Cohort, uno studio iniziato nel 1992 ed organizzato dall’American Cancer Society.
I 143.325 soggetti, che si sono presentati ad un esame di controllo nel 2001 e che al basale ( 1992 ) non manifestavano sintomi di malattia di Parkinson, sono stati inclusi nell’analisi.

L’esposizione ai pesticidi è stata riportata dal 5.7% (n = 7.864) dei partecipanti.

Gli individui esposti ai pesticidi presentavano una più alta incidenza (70%) di malattia di Parkinson rispetto ai soggetti non esposti (rischio relativo aggiustato = 1.7; p = 0.002).

Il rischio relativo per l’esposizione ai pesticidi è risultato simile tra gli agricoltori ed i non agricoltori. (Xagena2006)

Ascherio A et al, Ann Neurol 2006; Early view Neuro2006
2005

L’esposizione a pesticidi sembra rappresentare un fattore di rischio per l’insorgenza della malattia di Parkinson, ma al riguardo i dati epidemiologici non hanno fornito dati conclusivi.
Ricercatori della Washington University a Seattle hanno condotto uno studio finalizzato a studiare l’associazione tra esposizione a pesticidi e malattia di Parkinson idiopatica.

Hanno preso parte allo studio 250 pazienti con Parkinson.

I Ricercatori hanno valutato le dichiarazioni dei pazienti riguardo all’esposizione ai pesticidi.

L’odds ratio (OR) per l’esposizione occupazionale non è risultato significativo, ma ha indicato delle differenze tra le esposizioni occupazionali ( persone che producono i pesticidi, OR = 2.07; agricoltori, OR = 1.65; allevatori ed agricoltori, OR = 1.10 e lavoratori caseari, OR = 0.88.

Gli OR per gli organofosfati sono risultati in linea con le classificazioni del rischio elaborate da WHO ( World Health Organization ), con paration molto più alto di diazinon o di malation.

E’stato anche riscontrato un OR elevato per gli erbicidi (OR = 1.41) e per il paraquat (OR = 1.67).

Non è emersa alcuna evidenza di rischio dovuta alle esposizioni domestiche ai pesticidi.

E’stato osservato un significativo aumento del rischio dal consumo di acqua per un lungo tempo (OR = 1.81).

Dallo studio è emerso che le esposizioni occupazionali ai pesticidi sono correlate alla malattia di Parkinson, mentre i rischi sarebbero bassi per l’esposizione domestica e rurale.(Xagena2005)

Firestone JA et al, Arch Neurol 2005; 62: 91-95 Neuro2005
2005

Le persone che si espongono regolarmente a pesticidi per motivi di lavoro sembrano avere un rischio leggermente più elevato di sviluppare la malattia di Parkinson.
Tuttavia, lo studio condotto presso l’University of Washington a Seattle è stato di dimensioni relativamente piccole e la possibilità che la relazione tra una precedente esposizione a pesticidi e la malattia di Parkinson possa essere dovuta ad un caso non può essere la regola.

Precedenti studi di laboratorio hanno mostrato che alcuni pesticidi sono in grado di danneggiare il cervello.
Le persone che ingeriscono elevate quantità di pesticidi possono andare incontro a crisi convulsive, stato confusionale o coma.
Tuttavia, è meno chiaro quali siano gli effetti cronici delle esposizioni di basso livello.

Lo studio caso-controllo basato sulla popolazione ha avuto come obiettivo quello di analizzare la relazione tra esposizioni a pesticidi e malattia di Parkinson idiopatica.

Hanno preso parte allo studio 250 pazienti con malattia di Parkinson e 388 soggetti sani di controllo.
I partecipanti sono stati intervistati circa la loro esposizione a pesticidi.

E’ emerso che il rischio di sviluppare malattia di Parkinson tra coloro che erano esposti a pesticidi per motivi di lavoro, è risultato quasi doppio.
Per coloro che producono i pesticidi il rischio (odds ratio, OR) è stato pari a 2.07; per gli agricoltori, pari a 1.65; per allevatori e agricoltori, 1.10 e per coloro che lavorano nell’industria casearia, 0.88).

Non è stata riscontrata alcuna evidenza di rischio riguardo all’esposizione a pesticidi nell’ambiente domestico, sebbene sia stato osservato un aumento dell’odds ratio associato al consumo di acqua durante l’arco della vita (OR = 1.81).

Le percentuali di rischio per gli organofosfati hanno avuto un andamento analogo alla classificazione del rischio da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), con un rischio molto più elevato per il paration che non per diazinon o malation.
Inoltre, sono state riscontrate elevate percentuali di rischio per erbicidi (OR = 1.41) e paraquat (OR = .1.67).

L’esposizione occupazionale a pesticidi ha mostrato una relazione con lo sviluppo di malattia di Parkinson.

Tuttavia, l’assenza di associazione con le esposizioni domestiche e le deboli relazioni con l’esposizione di tipo rurale indica che i pesticidi non svolgono un ruolo eziologico importante in questa popolazione.(Xagena2005)

Firestone JA et al, Arch Neurol 2005; 62: 91-95 Neuro2005

fonte: http://www.quotidianolegale.it/1240/notizie/e-ufficiale-pesticidi-causano-il-morbo-di-parkinson.htlm

(06.02.13) Sabato scorso a Verona, presso la sede del MAG (Società mutua per l’autogestione), si è tenuto un incontro di varie realtà impegnate contro l’uso dei pesticidi in agricoltura ed è nato un coordinamento

di Michele Corti

Da tempo era nell’aria l’idea di unire tra loro le forze delle realtà locali che si battono contro le irrorazioni di pesticidi e di coordinarle con quelle dei contadini bio, dei medici, degli agronomi, dei consumatori che non accettano l’ “avvelenamento sostenibile” (a modiche dosi) dell’ambiente e del cibo

In varie parti del mondo si stanno organizzando movimenti per chiedere la messa al bando dei pesticidi. Un obiettivo che può essere raggiunto a partire dalla creazione di aree pesticides free, di aree cuscinetto tra quelle ad agricoltura intensiva chimicizzata e le aree abitate e ad agricoltura bio. Ma anche introducendo norme sempre più stingenti a tutela delle fasce di popolazione vulnerabile e tali da ridurre non solo la presenza dei residui di singoli pesticidi entro le “soglie di tolleranza” ma di evitare che negli alimenti vi sia presenza di un cocktail di pesticidi, sia pure – singolarmente considerati entro i fatidici “limiti ammissibili”.

La bella notizia che anche in Italia è partito un movimento nazionale (o per lo meno inter-regionale) contro i pesticidi.

Colli e valli bellissime in una nuvola di spray tossico

Paradossalmente sono spesso aree di grande valore paesaggistico e turistico che presentano i più elevati consumi di pesticidi. La contraddizione tra l’immagine di dolci colline e di vallate alpine ricche di testimonianze storiche (ville, castelli, chiese e conventi monumentali) che vedono le loro potenzialità turistiche compromesse dalle monocolture chimiche è stridente. Recentemente su Ruralpini abbiamo parlato di due tesi di laurea che affrontano il problema relativamente all’Alta Marca trevigiana (colli del Prosecco) e alla Valpollicella. Come i lettori di Ruralpini ben sanno oltre a queste realtà vi è anche quella della Val di Non che, per prima, ha iniziato una campagna locale per denunciare la presenza dei pesticidi sin dentro le case e nelle urine dei residenti. Recentemente si è messa in moto la Franciacorta, altra splendida terra, con il convegno del 27 ottobre scorso tenutosi a Provaglio d’Iseo che ha visto convergere ben 24 tra associazioni comitati su una piattaforma anti pesticidi.. Ancora più di recente l’avvio della campagna per la salute e contro i pesticidi in Alta Valtellina, altro distretto melicolo. Qui, a Chiuro, il 18 gennaio si è tenuto un convegno con protagonista l’oncologa Patrizia Gentilini, presidente di ISDE, medici per l’ambiente e sono in cantiere nuove iniziative legate alla nascita dell’associazione valtellinese di agricoltura biologica.

La genesi della nascita del Coordinamento

L’infittirsi di queste iniziative ha fatto ritenere che i tempi fossero maturi per la creazione di un Coordinamento No pesticidi (vedi l’articolo del 2.10.12 su Ruralpini: “Creiamo un coordinamento No pesticidi“). L’idea che si potesse creare un coordinamento in realtà risale al 2010 (“Si estende al veronese il movimento contro i pesticidi“). Con tre regioni coinvolte: Trentino-AA, Veneto e Lombardia in una serie di contatti e di scambi di idee si è riusciti finalmente ad organizzare a Verona (al centro dell’ “area di operazioni”) una prima riunione sabato scorso (2 febbraio).

Ospite del MAG (Società Mutua per l’Autogestione) la riunione si è svolta in un pomeriggio piovoso ma che ha è risultato tutto sommato propizio alla buona riuscita dell’incontro. Le due realtà presenti alla riunione con una vera e propria delegazione sono state la Val di Non (Virgilio Rossi, Sergio Deromedis, Mario Manini del Comitato per il diritto alla salute Val di Non) e la Valpollicella (con il medico Giovanni Beghini, il vitivinicoltore Vittorio Betteloni dell’associazione Terra Viva, Roberto Magarotto del Comitato per la salute della Valpollicella e Mario Spezia dell’ass. di promozione sociale Il Carpino).

Il Trentino è sensibile al tema anche al di la della Val di Non

Oltre ai nonesi hanno partecipato anche altri trentini (Adriano Rizzoli e Emanuela Varisco di Nimby Trentino, Laura Zanetti della Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai, Marco Osti, melicoltore de l’azienda La Sorgente biologica di Spormaggiore, Massimo Cecconi del Comitato 26 gennaio). Tra i veneti Gianluigi Salvador del Comitato Colli Puri che si batte contro le irrorazioni (anche aeree) dei colli del Prosecco, Rosita Romor dell’Anfisc (un’associazione che si batte per il riconoscimento di alcune patologie poco conosciute ma tutt’altro che rare), Alberto e Giada Merli del WWF Verona.

Un po’ sparura la delegazione lombarda. Un valtellinese è stato impossibilitato a partecipare in quanto colpito da influenza. Dei franciacortini è riuscito a venire solo il medico ISDE Alberto Del Bono. Io, oltre a fungere da collegamento con un altro coordinamento che si batte su temi ambientali e in difesa della salute e dell’agricoltura (il coordinamento Terre Nostre no biomasse, no biogas), a Verona ho sinteticamente illustrato anche la realtà della Valtellina che seguo molto da vicino sottolineando l’urgenza e l’attualità di una campagna pro bio e anti pesticidi in un momento delicato per la melicoltura valtellinese.

Alla discussione delle proposte e di un piano di azione è inevitabilmente stata anteposta la presentazione delle realtà presenti. Un “giro di tavolo” molto utile perché si è subito compreso che, pur in presenza di problemi comuni, le realtà sono molto differenti. È emerso anche come in realtà come la Val di Non e la Valpollicella siano presenti più comitati che non sempre agiscono in modo coordinato.

Tutto è partito da tre mamme

La storia del Comitato per il diritto alla salute della Val di Non è stata sintetizzata da Sergio Deromedis e vale la pena riferire qualche dato. Il Comitato è nato nel modo più spontaneo possible per l’azione di 3 mamme preoccupate per la salute dei loro bimbi. Deromedis ha fatto presente come il Comitato si sia trovato contro un muro di gomma: le lettere inviate a medici e pediatri non hanno avuto risposta. E così i rilievi mossi all’Azienda provinciale socio sanitaria circa le dubbie procedure seguite per verificare la presenza dei pesticidi nelle urine. Deromedis ha ricordato che, nel suo caso, l’APSS voleva eseguire i prelievi prima dei trattamenti con i pesticidi; al che  si è opposto al prelievo rimandandolo di alcuni giorni. Ma cosa sarà successo nel caso di cittadini remissivi? L’Apss voleva anche eseguire i prelievi su una donna ricoverate in ospedale per partorire (quindi non esposta) ma non sono riusciti  

Gli studi sbandierati dalla Provincia come attestanti la “non differenza” tra incidenza di patologie oncologiche nelle zone esposte e il resto della provincia ha alla base una classificazione più che discutible delle persone “esposte” e “non esposte” tanto che gli studi ufficiali che dovrebbero tranquilizzare la popolazione non sono certificati. Il Comitato noneso ha organizzato 38 serate informative che hanno coinvolto 4-5 mila persone in discussioni partecipatissime. Ha poi speso 10 mila euro per eseguire analisi indipendent che hanno messo in evidenza elevati livelli di pesticidi (in particolare clorpyrinphos-etile) nelle urine degli abitanti.

Esperienze diverse, ma proprio per questo utili e stimolanti

Molto interessante, anche perché diversa, l’esperienza di Terra Viva, un’associazione che – come ricordato da Giovanni Beghini che ha svolto durante l’incontro la funzione di moderatore – da 3 anni svolge attività di informazione in Valpollicella sui rischi dei pesticidi, offrendo però anche ai contadini servizi di assistenza tecnica. Vittorio Betteloni, egli stesso un viticoltore ha ricordato come la sua decisione di abbandonare l’uso dei pesticidi è seguita “il giorno dopo” alla partecipazione ad una conferenza di Patrizia Gentilini su pesticidi e cancro. Roberto Magarotto del Comitato per la salute della Valpollicella ha riferito che a Negrar 2 persone sono state portate al Pronto soccorso per malori causati dalla irrorazione di pesticidi e che solo il comune di Negrar (su 5 comuni della Valpollicella) ha accettato un nyovo regolamento comunale più restrittivo. Egli ha anche messo in guardia contro l’equazione: nuovi regolamenti = comportamenti virtuosi. Il nuovo regolamento non è applicato neppure a Negrar dal momento che i viticoltori se ne guardano bene dall’avvisare con i prescritti cartelli degli iminenti trattamenti.

Ancora diversa la situazione nelle colline del Prosecco dove opera il battagliero Gianluigi Salvador di Refrontolo e rappresentante delWWF Veneto.Salvador ha cerato una sezione Alta Marca trevisana del WWF che ha ingaggiato un’aspra contesa sul tema dei pesticidi. Sui colli del Prosecco lo scontro con i viticoltori, a differenza della Valpollicella, è frontale. Basti pensare che qui utilizzano anvcora il mezzo aereo. In questa situazione Salvador non ha potuto che agire per vie legali e cercando di investire le istituzioni del problema. Secondo Salvador il coordinamento deve impegnarsi prevalentemente in azioni di pressione sul piano della modifica delle normative sostenendo tale pressione anche con la mobilitazione di piazza. Nell’ambito dei colli del Prosecco opera anche l’associazione “Colli Puri” di Collalbrigo-Conegliano, nata nel 2012 e coordinata da Fabio Padovan di Collalbrigo (TV)

La strada dei regolamenti comunali o inter-comunali

 Un ulteriore esperienza viene dalla Franciacorta. Qui la coalizione che si è formata punta ad ottenere l’approvazione di regolamenti sull’uso dei pesticidi in grado di tutelare maggiormente la popolazione.

Una strada che potrebbe anche portare a risultati molto importanti qualora le autorità locali introducessero quelle rigide limitazioni che un comune dell’Alta Val di Non ha introdotto e che sono state “salvate” dal Tar contro il ricorso dei melicoltori intensivi (vedi articolo su Ruralpini). È di settimana scorsa l’incontro tra la coalizione no pesticidi franciacortina e il Consorzio vini della Franciacorta.

In realtà le posizioni di contadini, grossi imprenditori agricoli, piccole coop, grandi coop e consorzi industrializzati, sono molto diverse e, sul piano locale, è inevitabile che le strategie da adottare siano flessibili. In alcuni casi i Consorzi, le grosse Coop sono delle controparti, in altri casi con i produttori agricoli è possibile l’alleanza o comunque un dialogo.

Fin sulle malghe…

Laura Zanetti della libera associazione dei malghesi e pastori del Lagorai (il più bel comprensorio di malghe del Trentino) ha fatto presente che il problema pesticidi si sta estendendo anche a territori e fasce di territorio un tempo “risparmiate”. Le fragolaie di S.Orsola (la Melinda dei piccoli frutti) salgono sino a 1300 m, utilizzano funghicidi in abbondanza in relazione alla forte umidità dell’ambiente e contaninano i prati e i pascoli vicini. Sono stati tutti ammirati dalla presenza di Marisa Valente, che è arrivata a Verona dall’astigiano. “Ho anche perso il treno a Voghera” ha riferito. Marisa è stata la protagonista con il marito Renato Bologna (vedi articolo su Ruralpini) di una protesta non violenta davanti alla sede della regione Piemonte – Direzione generale agricoltura (dove li avevo conosciuti). La coppia ha vissuto per mesi in un camper parcheggiato di fronte agli uffici regionali per protestare contro l’uso dei neonicotinoidi (che una proposta -importante ma non risolutiva – della Commissione Europea di qualche giorno fa vieterebbe, se approvata, su mais, colza, girasole e cotone). Marisa ha richiamato l’esperienza dei comitati No biomasse dell’astigiano indicando come sia possibile ottenere risultati concreti anche attivando dei canali con le istituzioni.

Aperta la fase costituente del Coordinamento

Per la discussione sulle strategie non è rimasto molto tempo. Sono stati avanzati diversi suggerimenti che, per il momento, restano sul tappeto. Si è parlato di iniziative legislative e normative (in sede regionale e nazionale ma anche in sede locale) di azioni comuni con i produttori agricoli per favorire la conversione al bio, di comuni depesticizzati, di azioni a difesa delle vittime dei pesticidi. Molto importante è stata giudicata da diversi intervenuti la collaborazione con i consumatori (GAS, ma non solo). Quanto a ISDE è stato chiesto ai medici presenti aderenti alla organizzazione di chiedere alla stessa di aderire al Coordinamento. È stato anche auspicato che si costituisca una Associazione di agronomi per la salute e l’ambiente (non sono pochi i tecnici e gli esperti vicini al movimento) e che anch’essa aderisca.

Concretamente è stato deciso di incaricare Virgilio Rossi del Comitato noneso di svolgere il ruolo di coordinatore del costituendo comitato e di decidere in tempi rapidi, tramite gli strumenti offerti da internet, la denominazione del Coordinamento stesso, il logo, l’apertura di un sito.

Il Coordinamento è ovviamente aperto ad altre realtà con le quali non è stato sinora possibile stabilire contatti.