Archivi per il mese di: luglio, 2013

Agricoltura: Fao, via i pesticidi tossici dai paesi poveri

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30 LUG 2013

(AGI) – Roma, 30 lug. – Il tragico incidente avvenuto in Bihar, India, in cui 23 bambini hanno perso la vita dopo aver mangiato un pasto contaminato con il monocrotophos, “ricorda ancora una volta quanto sia importante che i pesticidi altamente tossici vengano ritirati dai mercati dei paesi in via di sviluppo”. Lo ha sottolineato la Fao in una nota, spiegando che il monocrotophos e’ un pesticida organofosforico considerato ad alto rischio dall’agenzia Onu e dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (Oms). “L’esperienza in diversi paesi in via di sviluppo mostra come la diffusione e l’utilizzo di tali prodotti metta spesso a rischio la salute delle persone o l’ambiente”, si legge ancora nella nota. Per la Fao, l’incidente in Bihar sottolinea ancora una volta quanto lo stoccaggio adeguato dei pesticidi e lo smaltimento sicuro dei loro contenitori siano fattori altrettanto importanti quanto gli elementi piu’ propriamente legati al lavoro nei campi, come l’utilizzo di maschere e indumenti protettivi adatti. L’intero ciclo di distribuzione e smaltimento di pesticidi pericolosi comporta rischi considerevoli e le misure di salvaguardia sono difficili da applicare in diversi paesi. Tra varie organizzazioni internazionali, tra le quali la Fao, l’Oms e la Banca Mondiale, e’ opinione condivisa che i prodotti ad alto rischio non dovrebbero essere messi a disposizione dei piccoli produttori agricoli poiche’ questi non hanno conoscenze, polverizzatori, indumenti protettivi o spazi per lo stoccaggio adeguati per gestire in modo appropriato tali prodotti. La Fao pertanto raccomanda che i paesi in via di sviluppo “accelerino il ritiro dei pesticidi ad alto rischio dai loro mercati”. Alternative non chimiche e meno tossiche esistono gia’ e in molti casi tecniche di Gestione Integrata delle Infestazioni (IPM l’acronimo inglese ndt) possono fornire alternative valide per fare fronte alle infestazioni in modo piu’ sostenibile e con minor utilizzo di pesticidi. Il Codice di Condotta Internazionale per la Gestione dei Pesticidi, adottato dai paesi membri della Fao, stabilisce linee guida di comportamento volontarie per tutti i soggetti, privati e pubblici, coinvolti nella gestione di pesticidi. Il codice viene ampiamente riconosciuto come punto di riferimento per la gestione responsabile dei pesticidi. Il Codice afferma che l’importazione, la distribuzione, la vendita e l’acquisto di pesticidi ad alto rischio possano essere proibiti qualora venga stabilito, a seguito di adeguati controlli, che le misure per la riduzione dei rischi o le pratiche di commercializzazione non sono sufficienti a garantire che il prodotto venga maneggiato senza porre inaccettabili rischi per gli esseri umani e l’ambiente. Per quanto riguarda il monocrotophos, molti governi sono giunti alla conclusione che la sua proibizione sia l’unica opzione efficace per prevenire danni a persone e all’ambiente. Questo pesticida e’ gia’ proibito in Australia, Cina, Unione europea, Stati Uniti e in molti paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. (AGI) .

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E’ insostenibile il modello schizofrenico di un’agricoltura industriale concentrata in poche aree “vocate” e dei “Santuari della Natura”

di Michele Corti

(30.07.13) Qualche giorno fa sono stati resi noti i risultati di una ricerca condotta tra 2009 e 2010 da ricercatori del USGS (United States Geological Survey) La Central Valley della California è l’area dove si utilizzano più pesticidi degli U.S.A. e una delle area ad agricoltura più intensiva al mondo. Il territorio è suddiviso in appezzamanti regolari, quadrati di dimensioni uniformi.

California

A qualche decina di km a Est si erge la catena della Sierra Nevada con alcuni del Parchi naturali più famosi al mondo tra cui quello di Yosemite e delle Sequoie giganti, vere icone della conservazione degli habitat naturali. Ma i Parchi, frutto di una concezione ottocentesca e idalistica della difesa della natura, mettono al riparo gli ecosistemi viventi dagli impatti del sistema industriale? Il caso della California è emblematico: a qualche decina di chilometri dai celebrati Santuari della Natura vi sono coltivazioni specializzate trattate con grandi quantità di pesticidi.

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Può funzionare questa schizofrenia tipica della modernità industriale. Già molti studi (vedi su questo blog quello recente sul rischio di estinzione delle farfalle in Europa)  hanno messo in rilevo come non è solo la disertificazione biologica delle monocolture agroindustriali che distrugge la biodiversità ma anche l’abbandono dell’agricoltura tradizionale a piccola scala, con l’alternanza di microhabitat.

Eppure un certo ambientalismo (organico agli interessi economici dominanti) continua ad auspicare la “rinaturalizzazione” di ambienti segnati dalla pratica dell’agricoltura contadina e del pastoralismo da migliaia di anni , a considerare con favore l’avanzata dei boschi a spese dei pascoli, dei prati dei campi. Sapendo bene che queste forme di coltivazione comportano il minimo di impatti (utilizzo di concimi chimici, pesticidi, carburanti) e garantiscono il massimo della biodiversità. Sapendo bene che questa avanzata del bosco e perdita di superfici agricole in Europa va di pari passo con la deforestazione indotta di cui è responsabile l’Europa.  L’Europa è leader mondiale nella deforestazione, secondo un rapporto indipendente reso noto all’inizio del mese dalla Commissione Europea: il contributo europeo è stato stimato nella perdita di almeno 9 milioni di ettari di foreste tra il 1990 e il 2008, una superficie grande come l’Irlanda. Tra le foreste più colpite quelle africane, del Sud Est Asiatico e l’Amazzonia.

Ma c’è di più. In ambito scientifico ed accademico si continua a sostenere che l’iper industrializzazione dell’agricoltura è “sostenibile” perché consente di “liberare” dalla produzione di cibo molte superfici destinandole alla “rinaturalizzazione”. Qualche anno fa la Fondazione Rockfeller (per molti anni sponsor di Greenpeace) stimava che grazie ai “progressi” della nuova rivoluzione verde (OGM in sostanza) fosse possibile rinaturalizzare il 10% delle terre agricole.

 Oggi non lo dice più perché lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, delle fonti fossili è un business sempre lucroso ma sempre meno trainante mentre lo sfruttamento delle grandi imprese multinazionali si sta dirigendo verso la superficie terrestre, verso le agroenergie ma l’idea che “isole naturalisticie” e “corridoi ecologici” possano essere guadagnati a prezzo di una ulteriore intensificazione dello struttamento delle terre coltivate è tutt’altro che in declino. Essa, in ogni caso serve al main stream dell’agronomia e alla zootecnia accademiche per giustificare la spinta all’iperindustrializzazione sotto la spinta degli interessi industriali.

L’idea che le “mitigazioni”, i Parchi, i “corridoi ecologici” possano operare un miglioramento sostanziale della salute degli ecosistemi compromessi dall’agricoltura industriale non è un’idea “riformista”, è un’idea dannosa perché elude o rimanda all’infinito le questioni sostanziali dell’insostenibilità dei sistemi agricoli soggiogati all’industria e alla grande distribuzione. Alla base di questa insostenibilità vi è l’impoverimento della biodiversità agricola e zootecnica, un “miglioramento genetico” che – anche prescindendo dagli OGM – ha puntato e punta ancora all’aumento delle rese unitarie, la specialzzazione spinta sotto forma di monocolture e di separazione tra coltivazione e allevamenti (con il corollario della produzione di immani quantità di reflui zootecnici da una parte e della carenza di concimi organici e di un uso smodato di concimi chimici dall’altra), l’uso massivo di pesticidi (anche in contesti di “lotta integrata”).

I pesticidi permangono nel terreno, inquinano le acque superficiali e sotterranee (ogni anno le acque italiane sono sempre più contaminate come rivelano le relazioni annuali dell’ISPRA). Ma la loro diffusione non avviene solo attraverso i corpi idrici; c’è anche una diffusione aerea che non riguarda la “deriva” che colpisce abitazioni, campi vicini, strade, ma che un trasporto di lunga distanza con i venti in quota e le piogge.  Questo trasporto può riguardare ecosistemi naturali a 100 km di distanza come i Parchi Californiani della Sierra Nevada “investiti” dai pesticidi irrorati nella Central Valley californiana.

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Lo studio di ecotossicologia reso pubblico in questi giorni (sopra un ricercatore mentre eseguie dei campionamenti)  dovrebbe far riflettere sugli approcci “riformistici” alla tutela dell’ambiente.

Accumulo di pesticidi nelle rane della Sierra Nevada

Fonte: http://www.usgs.gov/newsroom/article.asp?ID=3650

traduzione di Michele Corti

(26 luglio 2013) SACRAMENTO, California – Uno studio condotto sulle rane che popolano remoti habitat di montagna della Sierra Nevada (tra cui il Parco Nazionale di Yosemite e Giant Sequoia National Monument), ha rilevato  nei tessuti degli anfibi la presenza di pesticidi che verosimilmente provengono dalla Central Valley della California.

“I nostri risultati mostrano che i pesticidi attualmente in uso, in particolarei  fungicidi, si accumulano nell’organismo delle Rane coro del Pacifico della Sierra Nevada”, dice Kelly Smalling, un idrologo che opera come ricercatore con l’US Geological Survey e autore principale dello studio. “Questa è la prima volta che abbiamo rilevato numerosi di queste molecole, tra cui alcune di fungicidi, nella Sierra Nevada. I dati ricavati da questo studio portano sostegno ad una precedente ricerca  sul potenziale di trasporto mediante il vento o la piogga  dei pesticidi dalla Valle Centrale alle Sierras. ”

“Avere esperti come idrologi, chimici e biologi che lavorano insieme al nostro personale è parte del compito unico che il USGS può assumersi per affrontare i problemi ambientali complessi”, ha dichiarato  il direttore del USGS per la Regione del Pacifico, Mark Sogge.

I ricercatori hanno campionato sette siti nel Parco nazionale vulcanico Lassen, presso il Lago Tahoe, nel Parco Nazionale di Yosemite, nella Foresta Nazionale di Stanislaus e nel monumento nazionale della SequoiaGigante. Hanno raccolto e analizzato campioni di acqua, sedimenti e di rane alla ricerca di 90 tipi diversi di pesticidi. La rana coro del Pacifico (Pseudacris regilla) è stata scelta perché facilmente rinvenibile nei corpi idrici in tutta la Sierra Nevada, consentendo ai ricercatori di confrontare i risultati dei diversi siti.

Due fungicidi, comunemente utilizzati in agricoltura, il Pyraclostrobin e il Tebuconazolo, e un erbicida, la Simazina, sono le molecole più frequentemente rinvenuti e questa è la prima volta che essi vengono segnalati in tessuti di rana nell’ambiente naturale. Il DDE è un prodotto della degradazione del pesticida DDT ed è un altra molecola frequentemente presente nelle rane. Questo non è sorprendente dal momento  che il DDE è una delle molecole più frequentemente monitorate a livello globale, anche decenni dopo che il DDT è stato vietato negli Stati Uniti.

“Una notevole scoperta è che nei siti in cui sono stati rilevati i pesticidi nei tessuti delle rane, nessuna di questie molecole è stata rinvenuta nei campioni di acqua e solo in pochi casi in quelli del sedimento”, aggiunge Smalling. “Questo suggerisce che le rane potrebbero rappresentare un indicatore più affidabile di accumulazione ambientale per questo tipo di pesticidi rispetto all’acqua o al suolo.”

I pesticidi continuano ad essere un fattore responsabile nel declino delle specie di anfibi sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, ma resta ancora molto da capire sulle modalità con le quali i pesticidi impattino sugli anfibi, e se l’esposizione di pesticidi potrebbe influenzare altri fattori di declino degli anfibi, come un fungo citridiomicete mortale.

“Documentare la presenza di contaminanti ambientali negli anfibi presenti nelle aree federali protette è un importante primo passo per scoprire se le rane stanno subendo conseguenze sanitarie da tale esposizione,” dice Patrick Kleeman, uno studioso degl anfibi ed ecologo del USGS  che ha raccolto i campioni di rana. “Purtroppo, questi animali sono spesso esposti a un cocktail di molteplici contaminanti, rendendo difficile analizzare gli effetti dei singoli inquinanti.”

La ricerca è stata condotta dal USGS California Water Science Center e dal USGS Western Ecological Research Center Research Center ed è stato pubblicato oggi sulla rivista “Environmental Toxicology and Chemistry.” Una versione PDF di questa relazione insieme a ulteriori informazioni su questo e simile ricerca è disponibile online.

Rana_Pacifico


Select Pesticide Types Detected in Study
Compound Pesticide Type Lassen Volcanic NP – Reading Peak Lake Tahoe Page Meadow Stanislaus NF – Spicer Sno-Park Stanislaus NF – Ebbetts Pass Yosemite NP – Summit Meadow* Yosemite NP – Tioga Pass* Giant Sequoia NM – Rabbit Meadow
Tebucanoazole Fungicide Detected Detected Detected Detected Not Detected Detected Detected
Simazine Herbicide Not Detected Detected Not Detected Detected Not Detected Not Detected Detected
Pyraclostrobin Fungicide Detected Detected Detected Detected Not Detected Detected Detected
DDE Insecticide degradate Detected Detected Detected Detected Detected Not Detected Detected
Data collected during 2009 and 2010 sampling. Asterisk denotes sampling only took place in 2010.

 


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fonte: http://www.oggitreviso.it/pesticidi-nelle-urine-che-fine-hanno-fatto-gli-esiti-65973

Pesticidi nelle urine, “Che fine hanno fatto gli esiti?”

Il Comune di Conegliano chiede i risultati. L’Ulss assicura: “Sono in arrivo”

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(27.07.13) PIEVE DI SOLIGO (Treviso)- Pesticidi nelle urine dei bambini? Lo sapremo nei primi giorni di agosto. Parola dell’Ulss7, che ha promesso l’imminente pubblicazione dei risultati attesi da più di un anno, e inizialmente annunciati per dicembre 2012, relativi allo studio pilota della scorsa estate.

La svolta durante il consiglio comunale di Conegliano, lunedì sera, quando all’ordine del giorno è finita anche un’interpellanza a firma Movimento Cinque Stelle, «per sollecitare la divulgazione dei dati dello studio dell’Ulss7 relativo alle analisi delle urine dei bambini in correlazione con i fitofarmaci». Non si trattava del primo sollecito in tal senso: Wwf e Pd avevano già chiesto all’Ulss il perché del ritardo. Stavolta si era mosso anche il Comune di Conegliano: «Ci siamo relazionati con l’Ulss per chiedere cosa sta accadendo» spiega l’assessore all’Ambiente Claudio Toppan. E l’Ulss ha risposto, spiegando che i campioni sono stati raccolti a giugno 2012, l’Università di Padova ha completato la propria parte di lavoro a marzo di quest’anno, e ora il dossier e la «complessa indagine statistica» sono in mano all’Istituto d’Igiene ed Epidemiologia dell’Università di Udine, che a fine della settimana prossima lo consegnerà all’Ulss pievigina.

Per i primi di agosto, i dati saranno resi pubblici. Non si tratta di una semplice analisi delle urine: i dati raccolti (che riguardano 408 residenti nell’area Prosecco Docg, di cui 138 bambini) sono stati confrontati con un questionario sulle abitudini di vita dei soggetti coinvolti. Trattandosi, inoltre, di uno studio pilota, il primo in Italia di questo genere, i tempi si sono dilatati rispetto alle previsioni. Tiene banco anche la notizia secondo cui i sindaci della Docg, nella revisione del Regolamento di Pulizia Rurale, hanno vietato i pesticidi tossici, molto tossici e nocivi. Che, però, sarebbero già vietati dal Protocollo Viticolo del Consorzio di Tutela: «Le leggi ci sono, ma è impossibile farle rispettare perché mancano i controlli» secondo Victor Cavaliere, M5S.

fonte: http://www.questotrentino.it/qt/?aid=13908

Nuvole bianche sopra i meli

Aria di primavera: si riapre la questione dei fitofarmaci

1 giugno 2013                   di Ivan Zadra, Luigi Montibeller

Come ogni anno, in Val di Non, all’inizio della primavera e per tutta la stagione estiva, insieme al profumo dei fiori e al colore degli alberi è facile imbattersi in nuvole bianche che si alzano dalle coltivazioni di meli.

Sono i fitofarmaci (conosciuti anche come pesticidi), che vengono nebulizzati nei campi per permettere una crescita regolare e sovradimensionata dei frutti che ritroviamo nei nostri supermercati. A causa del mercato che si è venuto a creare intorno alle mele (si vede, infatti nell’ultimo bilancio consuntivo 2011-2012 che Melinda ha fatturato più di 230 milioni di euro su un totale di 372 mila tonnellate di mele conferite) e alle crescenti esigenze estetiche dei consumatori, i trattamenti con questi prodotti risultano fondamentali, nonostante esistano forti preoccupazioni sul loro impatto ambientale e sulla salute umana.

I fitofarmaci sono sostanze che contengono alcuni principi attivi che difendono la pianta contro malattie e parassiti di vario genere. Ne esistono varie tipologie: anticrittogamici (contro le malattie date da funghi o batteri), insetticidi, diserbanti (contro le erbe infestanti), acaricidi e tanti altri costituiti in gran parte da molecole tossiche non solo per l’organismo verso le quali sono indirizzate. Per questo motivo nel 2008 è nato il Comitato per il Diritto alla salute della Val di Non, con l’intento di monitorare e creare una rete di informazione sulle conseguenze delle sostanze, che però risulta difficile da diffondere a causa di una mancanza di comunicazione tra le parti interessate, agricoltori in primis.

Che queste sostanze abbiano degli effetti altamente nocivi sull’ecosistema è dato da alcune loro caratteristiche biochimiche, come la persistenza nel suolo e nelle acque anche per svariati decenni, che provoca la degradazione della biodiversità e favorisce la sopravvivenza di specie resistenti, costringendo gli operatori ad un uso sempre più massivo di tali composti. Da un rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che ha analizzato le acque superficiali italiane, si sono rilevati residui di pesticidi nel 55,1% dei posti campionati e, nel 34,6% dei casi, con concentrazioni superiori ai limiti di legge.

Il Trentino Alto Adige, oltre ad aver raggiunto circa il 70% della produzione nazionale di mele, ha guadagnato, ormai da diversi anni, anche il triste primato del maggior uso di fitofarmaci e coadiuvanti per ettaro coltivato (58 kg/ha di pesticidi contro una media nazionale di circa 9 kg/ha, per un totale di oltre 2.150.000 kg di pesticidi venduti in Trentino nel 2010).

La situazione non migliora se si vanno a verificare le conseguenze dei fitofarmaci sugli animali superiori, tra cui l’uomo. I danni maggiormente identificati sono: diminuzione della fertilità maschile con possibili rischi nello sviluppo dei genitali, abortività spontanea, deficit cognitivi e, non per ultimo, un’elevata incidenza di tumori.

torna a indiceGocce piccole ma cattive

“Non si vuol fare dell’allarmismo, ma è giusto che la gente prenda consapevolezza di certi fatti che la riguardano direttamente”– dichiara Sergio Deromedis del Comitato per il diritto alla salute analizzando il lavoro del dott Lorenzin (a tutt’oggi l’unico studio in materia)che evidenzia come, mediante l’effetto “deriva”, il 50% delle sostanze utilizzate nei trattamenti si disperda oltre le zone coltivate. Tale effetto è dovuto agli atomizzatori che, riducendone il diametro di oltre quattro volte, rendono le gocce più leggere, migliorando sì il risultato del trattamento ma aumentando pure la dispersione, in presenza di una brezza anche se leggera. Uno studio del Dipartimento di Ingegneria Agraria e Forestale commissionato dall’ISPEL (Istituto per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro) sottolinea come “le gocce di diametro inferiore a 100 micron (1 micron = 1 millesimo di millimetro ndr) evaporano in brevissimo tempo riducendosi facilmente alle dimensioni di gocce inferiori a 10 micron, che entrano facilmente nei polmoni, e quelle comprese fra 0.5 e 0.1 micron vengono rapidamente assorbite dall’organismo”.

Per questo motivo nel 2009 il Comitato per il diritto alla salute della Val di Non ha commissionato ad un laboratorio fuori provincia un’indagine sulle urine di un campione di adulti e bambini residenti in valle. Il risultato per la prima volta ha evidenziato concentrazioni preoccupanti (quattro volte i valori di riferimento, cioè le quantità che si trovano mediamente e alle quali è testata l’assenza di effetti nocivi) di diversi derivati dei trattamenti dei meleti e, in particolare, del principio attivo clorpirifos-etil, riscontrando livelli preoccupanti soprattutto nei bambini (6 volte maggiori rispetto al riferimento).

In particolare, le concentrazioni di fitofarmaci nei liquidi biologici risultavano raddoppiate nel periodo successivo ai trattamenti rispetto all’inizio della stagione, evidenziando che sono i prodotti irrorati nel campo a depositarsi nell’uomo. Quindi, non essendo la concentrazione costante in tutto l’anno, il problema non è nelle mele, che presentano infatti livelli molto bassi di tali sostanze – come puntualmente ha precisato Lorenzo Dellai intervenuto telefonicamente alla trasmissione “Porta a Porta” dell’11 dicembre scorso. Però l’ex presidente della Provincia, nel difendere uno degli orgogli del nostro territorio, si è spinto ad affermare che “sta crescendo l’area dei produttori che usano metodi biologici”. Queste realtà, che effettivamente stanno nascendo, ad oggi si possono purtroppo contare sulle dita delle mani.

Si prediligono infatti delle metodologie che garantiscono una maggior sicurezza di avere comunque, anche in condizioni avverse, un raccolto abbondante ed esteticamente appetibile al mercato, a discapito della sperimentazione di colture alternative, nella fattispecie, quelle biocompatibili.

“La monocultura che si è sviluppata in Valle di Non non è più sostenibile né da un punto di vista ambientale-paesaggistico, né per la salute, e sempre meno da un punto di vista economico, se teniamo conto dei costi ambientali (impoverimento e inquinamento del terreno) e sanitari (correlazione dei pesticidi con numerose patologie umane e animali)” – sostiene Virgilio Rossi, il capogruppo di S.A.E, (Salute Ambiente Economia) in Comunità di Valle. L’utilizzo di sostanze chimiche nei settori produttivi ha, senza dubbio, largamente contribuito al benessere economico e sociale a tal punto da renderlo più importante rispetto all’elemento sanitario. “È quindi auspicabile – continua Rossi – ristabilire una gerarchia dei valori dando la priorità alla salute”.

Il primo passo da fare in questa direzione è senz’altro un’attenta prevenzione primaria mirante a minimizzare l’esposizione agli agenti chimici già noti per la loro tossicità e possibile solo attraverso l’informazione e la comunicazione. Ed è proprio la mancanza di quest’ultima che ha rallentato e rallenta tutt’ora lo sviluppo di soluzioni. Che la situazione non sembri essere cambiata di molto lo si può constatare leggendo l’articolo apparso nel 2009 su questo stesso giornale.

L’unica novità nello scenario legislativo è data dal decreto 150 del 2012, in cui l’art 11 stabilisce dei programmi di informazione alla popolazione sui rischi e i potenziali effetti per la salute umana. Peccato che, come afferma l’avv. Massimiliano Debiasi (che si è occupato del regolamento del Comune di Malosco, tendente a proteggere le aree abitate dai pesticidi), il tutto appare più come una “lettera di intenti” che come una normativa specifica.

Chissà che questi incontri non rompano quel muro d’omertà e che le varie parti non comincino a confrontarsi per una crescita, oltre che professionale, anche personale.

Pesticidi e tumori
Polmoni Riferimenti
Clorpirifos Lee et al. 2004
Diazianan Beane Freeman et al. 2005
Dicamba Alavanja et al. 2006
Metolachtor Alavanja et al. 2007
Pendimetalin Houet et al. 2008
Pancreas Riferimenti
EPTC Andreotti et al. 2009
Pendimetalin Andreotti et al. 2009
Colon Riferimenti
Aldicarb Lee et al. 2007
Dicamba Sarmanic et al. 2006
EPTC van Bemmel et al. 2008
Imazethapyr Koutos et al. 2009
Cervello Riferimenti
Clorpirifos Lee et al. 2007
Leucemia Riferimenti
Clorpirifos Lee et al. 2004
Diazianan Beane Freeman et al. 2005
EPTC van Bemmel et al. 2008
Melanoma Riferimenti
Carbaryl Mahajan et al. 2009
Toxaphene Purdue et al. 2006

In grassetto sono riportati i le tipologie di tumore (ai polmoni, al colon, melanoma, etc.), sotto sono elencati i pesticidi che aumentano l’incidenza del tumore. Nella colonna “Riferimenti” sono riportati gli studi che correlano il pesticida al tumore.


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Effetti del glifosato

Soppressione ad opera del glifosato del funzionamento degli enzimi del citocromo P450 e della sintesi di aminoacidida parte della flora batterica intestinale: meccanismo patogenetico di molte malattie moderne

Traduzione del Dott. Giovanni Beghini (ISDE)

Anthony Samsel and Stephanie Seneff

1 Independent Scientist and Consultant, Deerfield, NH 03037, USA – anthonysamsel@acoustictracks.net

2 Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory, MIT, Cambridge, MA 02139, USA – Seneff@csail.mit.edu

Tel.: +1-617-253-0451; Fax: +1-617-258-8642.

Il glifosato, il principio attivo diRoundup®, è l’erbicida più usato in tutto il mondo. L’industria produttrice (Monsanto) sostiene che è minimamente tossico per gli esseri umani, ma in questo articolo si sostiene il contrario. I suoi residui si trovano nei principali alimenti della dieta occidentale, costituita principalmente di zucchero, mais, soia e grano. L’inibizione da parte del glifosato degli enzimi del citocromo P450 (CYP) è una componente trascurata della sua tossicità per i mammiferi. Gli enzimi CYP giocano un ruolo cruciale in biologia,che è quello di disintossicare dagli xeno biotici (le sostanze che derivano dall’esterno come tossici e farmaci. Così, il glifosate peggiora gli effetti dannosi diresidui chimici, alimenti, farmaci e tossine ambientali. L’impatto negativo sull’organismo è insidioso e si manifesta lentamente nel tempo come danni di infiammazione cellulare cronica nei sistemi di tutto il corpo. Qui mostriamo come funziona l’interferenzacongli enzimi CYP, come agisca sinergicamente con la rottura della biosintesi degli aminoacidi aromaticidai batteri intestinali.. Le conseguenze possono comprenderela maggior parte dellemalattiee delle condizioni associate a una dieta occidentale, e comprendono disturbi gastrointestinali,obesità, diabete, malattie cardiache, depressione, autismo,sterilità, cancroe malattia diAlzheimer. Spieghiamogli effetti documentati delglifosateela sua capacità diindurre la malattia, e mostriamoche il glifosate è l’ “esempio da manuale” del meccanismo di danno esogeno:larottura dell’omeostasi di un organismo da parte di tossine ambientali.

Glifosate

Introduzione


I prodotti alimentari della dieta occidentale, derivata principalmente dall’ agricoltura industriale, sono sempre più ottenuti utilizzando un sistema che si basa sui due pilastri delle sementi geneticamente modificate e sull’applicazione di prodotti chimici tossici. Geni batterici estranei sono integrati mediante l’ingegneria genetica e i residui chimici tossici sono assimilati dalle piante ingegnerizzate. La ricerca indica che i nuovi RNA e DNA batterici che forniscono la resistenza agli erbicidi chimici e altre caratteristiche delle piante geneticamente modificate, hanno effetti biologici ancora sconosciuti. Questo documento tuttavia esamina solo gli effetti del glifosate, l’erbicida più popolare del pianeta.
Il glifosato (N-phosphonomethylglycine) è il principo attivo nell’erbicida Roundup ®.  E’ l’erbicida principale in uso oggi negli Stati Uniti, e sempre più in tutto il mondo, in agricoltura ed anche nella manutenzione del prato, soprattutto ora che il brevetto è scaduto. L’ 80% degli organismi geneticamente modificati, in particolare mais, soia, colza, cotone, barbabietole da zucchero e, più recentemente, di erba medica, sono specificamente indirizzati verso l’introduzione di geni di resistenza al glifosate, il cosiddetto Roundup Ready ®

“Negli esseri umani, solo piccole quantità (~ 2%) del glifosato ingerito sono metabolizzati ad acido aminomethylphosphonic (AMPA) mentre il resto entra nel flusso sanguigno ed è infine eliminato attraverso l’urina [1]. Gli studi hanno dimostrato un forte aumento di contaminazione da glifosate nei torrenti del Midwest degli Stati Uniti dopo la metà degli anni ’90, che è in relazione con l’uso sempre più massiccio come erbicida in agricoltura [2]. Anche un’altra pratica ormai comune di essiccazione delle colture di cereali attraverso l’erbicida somministrato poco prima della raccolta comporta una maggiore presenza di glifosate nel cibo. [3-5]. L’industria sostiene che il glifosato ha una bassissima tossicità  per i mammiferi [6,7], e che quindi non costituisce un problema se esso viene ingerito con il cibo. Si è sostenuto che la sua tossicità acuta è inferiore a quella dell’aspirina [1,6]. Come conseguenza, la misurazione della sua presenza in un alimento è praticamente inesistente. Una piccola minoranza di esperti ritiene che il glifosato può invece essere molto più tossico di quanto affermato, anche se gli effetti saranno visibili soltanto dopo un considerevole lasso di tempo. Così, mentre gli studi a breve termine su roditori non hanno mostrato alcuna tossicità apparente [8], gli studi che comportano l’esposizione a vita  hanno dimostrato danni a fegato e rene ed un rischio notevolmente aumentato di cancro, con riduzione della speranza di vita [9]. Il meccanismo d’azione nelle piante è l’interruzione della della sintesi degli amminoacidi essenziali aromatici: fenilalanina, tirosina, e triptofano [10]. Il dogma attualmente accettato è che il glifosate non sia nocivo per gli esseri umani e per i mammiferi perché questa via metabilica è assente in tutti gli animali. Tuttavia, questa essa è presente nei batteri intestinali, che svolgono un ruolo importante e finora in gran parte trascurato nella fisiologia umana [11-14] attraverso un rapporto integrato con l’ospite umano. Oltre a favorire la digestione, i batteri sintetizzano vitamine, disintossicano da xenobiotici e participano nel sistema immunitario all’ omeostasi ed alla permeabilità del tratto gastrointestinale [14]. Inoltre, i fattori dietetici modulano la composizione microbica dell’intestino [15]. L’incidenza di malattie intestinali infiammatorie come la malattia di Crohn ad esordio giovanile è notevolmente aumentata negli ultimi dieci anni in Europa occidentale [16] e Stati Uniti [17]. E’ ragionevole supporre che l’impatto del glifosato sui batteri intestinali possa contribuire a queste malattie.

Tuttavia, il fatto che i topi femmina siano altamente suscettibili ai tumori mammari in seguito ad esposizione cronica al glifosato [9] suggerisce che ci può essere qualcos’altro. La nostra ricerca sistematica nella letteratura ci ha portato a comprendere che molti dei problemi di salute che sembrano essere associati alla dieta occidentale potrebbero essere spiegati da danni biologici che sono già stati attributi al glifosato. Si tratta di problemi digestivi, obesità, autismo, malattia di Alzheimer, depressione, morbo di Parkinson, malattie del fegato, e cancro.

Mentre molte altre fattori di rossicità ambientali, ovviamente, contribuiscono a queste malattie e condizioni, crediamo che il glifosato possa costituire la più significativo fattore tossico ambientale, soprattutto perché è pervasivo ed è spesso manipolato a causa del suo uso come prodotto non tossico.  In questo lavoro, svilupperemo la tesi che il recente  allarmante aumento di tutti questi problemi di salute possa essere fatto risalire ad una combinazione di disbiosi intestinale, un’anomalia del trasporto del solfato, ed alla soppressione dell’attività dei vari membri della famiglia di enzimi citocromo P450 (CYP). Abbiamo trovato la prova evidente che il glifosato distrugge i batteri intestinali e sopprime la classe degli enzimi CYP.

Nella parte restante di questo documento, per prima cosa forniremo le prove dalla letteratura che spiegano alcuni dei modi in cui il glifosato danneggia le piante, microbi, anfibi e mammiferi. Nelle sezioni successive si discuteranno dettagliatamente tutti i meccanismi patogenetici.

Si consdererà il ruolo che svolge la disbiosi intestinale, probabilmente derivante da esposizione al glifosato, nella malattia infiammatoria intestinale e la sua relazione con l’autismo.

Si sosterrà che l’eccesso di sintesi di composti fenolici associati all’esposizione glifosato rappresenti una strategia per compensare menomazioni nel trasporto di solfato libero.

Poi si documenterà come il glifosate inibisca gli enzimi CYP.

In seguito si spiegherà come l’obesità possa derivare dalla deplezione del triptofano sierico a causa del suo sequestro da parte dei macrofagi per rispondere alle infiammazioni.

Si mostrerà come un’ estrema deplezione di triptofano possa portare ad una compromissione dell’ assorbimento dei nutrienti ed all’anoressia nervosa.

Si fornirà una breve revisione di tutti i ruoli svolti dagli enzimi CYP nel metabolismo.

Si discuterà di una probabile conseguenza della rottura dell’enzima CYP-analogico, ossido nitrico sintetasi endoteliale(ENOS) da parte del glifosate .

Poi si mostrerà come gli effetti del glifosato potrebbero plausibilmente portare a patologie legate al cervello come autismo, demenza, depressione e morbo di Parkinson.

Si citeranno poi diversi altri fattori di salute che possono essere legate al glifosato, compresi i problemi riproduttivi e cancro.
Infine si discuteranno le prove attualmente disponibili di come il glifosato stia contaminando le nostre scorte di cibo, soprattutto negli ultimi anni

Questa è una prima parte dell’articolo originale. Prossimamente pubblicheremo la seconda parte e il riassunto. La bibliografia sarà pubblicata con la seconda parte

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2013/07/23/news/allarme_per_met_delle_farfalle_ue-63531818/

 

Allarme Ue, metà delle farfalle a rischio per pesticidi e attacco alla biodiversità

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Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente conferma un panorama inquietante: delle 17 specie esaminate, 8 sono in netta diminuzione, 2 appaiono stabili, 1 è in espansione e 6 hanno un trend incerto. Colpa delle colture intensive e dell’abbandono dei campi marginali di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA  – Nella Valle delle Farfalle, a Rodi, da giugno a settembre va in scena uno spettacolo della natura, un festival di colori e ali che attrae turisti da tutto il mondo. I greci dovranno rinunciare anche a questo? Metà delle farfalle d’Europa è minacciata. The European Grassland Butterfly Indicator: 1990 – 2011, il rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente appena uscito, offre un panorama inquietante della situazione. Delle 17 specie esaminate, 8 sono in netta diminuzione, 2 appaiono stabili, 1 è in espansione e 6 hanno un trend incerto.

IL RAPPORTO IN PDF

Hans Bruyninckx, direttore dell’Agenzia europea dell’Ambiente, parla di un “drammatico declino delle farfalle di prato che fa scattare un campanello d’allarme”. Gli habitat adatti alla loro sopravvivenza si riducono sempre di più: vengono sfrattate dall’invasione delle periferie, dall’espansione delle reti stradali, dal moltiplicarsi dei capannoni. La loro scomparsa diventa così non solo un impoverimento della bellezza della natura, ma anche il segno di uno squilibrio degli ecosistemi carico di altre conseguenze.

Paradossalmente le farfalle vengono colpite da due fenomeni apparentemente opposti, ma con una radice comune. Da una parte la crescita di colture intensive, dall’altra l’abbandono dei campi marginali. Nel primo caso si ha un aumento della pressione chimica (più insetticidi, erbicidi, pesticidi). Nel secondo la rottura di un equilibrio secolare in cui l’intervento umano aveva creato un ambiente vario, articolato, ricco di diversità.

“In alcune regioni dell’Europa nord-occidentale, le farfalle di prato sono ormai quasi limitate ai cigli stradali, alle diramazioni ferroviarie, ai luoghi rocciosi, alle paludi, alle riserve naturali”, si legge nel rapporto frutto di un’indagine che è stata condotta in 19 paesi per 20 anni. Il declino complessivo è inoltre maggiore. Il trend di scomparsa è iniziato prima del 1990: quello che la ricerca mostra è l’ultimo colpo che la natura ha subito.

Il primo grido di allarme risale a mezzo secolo fa. Nel 1962 la biologa americana Rachel Carson scrisse Primavera silenziosa, la prima denuncia puntuale del disastro prodotto dai pesticidi. E dieci anni fa Greenpeace lanciò una campagna contro un’altra minaccia per le farfalle: l’effetto di una sostanza legata alla produzione di mais ogm, la tossina Bt “che è tossica per numerosi insetti, non solo per quelli dannosi che si vorrebbe colpire”.

(26.07.13)  Reclusi in casa, nella zona del vino Prosecco Superiore DOCG. Una testimonianza dei colli trevigiani. La barbarie delle irrorazioni con gli elicotteri

Il vino fa buon sangue.

Anche i pesticidi?

testo e foto di Paolo Subiaco

Vivo ai piedi delle colline della pedemontana trevigiana, una zona tanto incantevole quanto invivibile, nel periodo da maggio ad agosto in cui vengono fatti i trattamenti fitosanitari.

È un territorio in cui da sempre esistevano le vigne in collina coltivate a Prosecco, ed i campi in pianura coltivati a mais. Ora, da quasi 10 anni, con l’estensione della zona DOC a tutta la pianura, hanno piantato vigneti ovunque, anche in zone molto umide dove la lotta alla peronospora impone pesanti trattamenti con pesticidi spesso tossici e molto tossici.

Parlando con altre persone della zona scopro che sono in molti ad avere mal di gola, irritazione cutanee, tachicardia e asma. Guardo avanti pensando a quale sarà il nostro futuro, dopo aver perso nell’ultimo anno mia madre, mia suocera e la mia prozia, tutte a causa del cancro: casualità? L’azienda sanitaria della zona, l’ULSS 7, riscontra negli ultimi 3 anni un aumento preoccupante dei malati oncologici, da un malato ogni 22 abitanti nel 2009, ad un malato ogni 18.5 abitanti nel 2012; eppure questo è un territorio composto da piccoli paesi, poco industrializzati e con un moderato traffico di autoveicoli.
Preoccupato, cerco su PubMed le pubblicazioni medico-scientifiche sui pestici, constatando che ci sono più di 6000 studi in cui viene stabilita la correlazione fra pestici e cancro, e non solo: i pesticidi sono spesso i responsabili di disfunzioni ormonali specie alla tiroide, sviluppo puberale precoce, diminuzione della fertilità maschile, aumento abortività e gravidanza extrauterina, disturbi autoimmuni, deficit cognitivi, iperattività, patologie neurodegenerative. In Francia il morbo di Parkinson è riconosciuto come malattia professionale per gli agricoltori.

Al mattino apro le finestre della camera osservando il sole che risplende sulle colline, ma scorgendo anche agricoltori già impegnati nell’ irrorazione delle vigne, in tuta bianca con mascherina a doppio filtro combinato per proteggersi dall’inalazione di polveri e vapori. A quel punto richiudo le finestre sperando di poter arieggiare la camera il giorno successivo. Ma il giorno successivo un rumore annuncia l’arrivo dell’elicottero, pronto a spargere i prodotti fitosanitari direttamente dal cielo.

Nelle schede tecniche dei prodotti fitosanitari viene spesso raccomandato di non entrare nel vigneto nelle 48 ore successive all’irrorazione, ma ogni angolo verde qui è stato trasformato in vigneto, cosicché le case, scuole e gli asili si trovano in mezzo ai vigneti! Quindi, secondo le prescrizioni dei fitofarmaci, nel periodo delle irrorazioni tutti gli abitanti qui, soprattutto mamme e bambini, dovrebbero indossare la tuta bianca con mascherina a doppio filtro.

E’ questa la vita che abbiamo sognato per noi e per i nostri figli? Oppure dovremmo ignorare il problema, sperando in futuro di non vivere l’esperienza del tumore?


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