Veneto e pesticidi

Bisogna voltare pagina

di Giovanni Beghini

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La regione Veneto ha iniziato lo scorso mese uno studio sulla possibilità di diminuire l’uso dei diserbanti nei seminativi. Una iniziativa che merita un grande applauso. Dimostra che anche a livelli dirigenziali ci si rende conto che c’è bisogno di voltare pagina. Perché è documentato che la provincia di Treviso ha sparso 55.000 litri di glifosate in un anno. Estrapolando questo dato si può ipotizzare che in tutto il Veneto se ne usino almeno 250.000 litri in ogni anno. Cifre insostenibili per la salute umana e dell’ambiente

Se si sapesse poi quanti pesticidi in totale vengono usati annualmente in Veneto saremmo tutti giustamente terrorizzati. La provincia di Verona è una delle più agricole d’Italia e questo si vede anche dal consumo di fitofarmaci. In totale il 42 % di quelli di tutto il Veneto che sono dai 15 ai 18 milioni di litri (kg)/anno, sono sparsi nella nostra provincia. Tutto (o quasi) a norma di legge, con l’autorizzazione regionale, dei vari consorzi di tutela dei prodotti, delle ASL e dei loro SIAN, dei patentini, con la registrazione dell’ARPAV, l’assenso di Acque Veronesi. E questi solo in agricoltura, senza contare quelli che sono in libera vendita nei negozi come biocidi per la casa e per gli orti, che non sono né pochi né innocui.

Ogni abitante del Veneto ha in dote dall’agricoltura 20 litri di pesticidi/anno,meno nelle città, dove ci sono altri problemi, ancora di più per i tre quarti dei veronesi che vivono e respirano a diretto contatto con le campagne. Non consideriamo per ora l’uso dei fertilizzanti chimici, che sono in quantità di alcune volte maggiore e che hanno effetti sull’ambiente importanti di eutrofizzazione, di salificazione, di perdita di humus, alla lunga di desertificazione ma non hanno effetti diretti sulla salute come i pesticidi. Parliamo solo dei “fitofarmaci” classificati come irritanti, nocivi, tossici e molto tossici per la salute. 20 litri, che quest’anno, a causa dell’andamento climatico, sono stati molti di più.

Non solo di più ma anche più tossici, la stessa regione già in data 25/3/13 autorizza “in deroga” l’uso di Mancozeb e Folpet per un massimo si tre interventi ognuno, più altri prodotti del gruppo delle fenilammidi, un dosaggio talmente largo che è come non mettere nessuna limitazione. Questi prodotti , a causa dei loro danni alla salute (tumori alla tiroide, alla pelle del sangue)saranno esclusi dal commercio per decreto europeo, dal 2014. Nel trentino vitivinicolo hanno già imparato a farne a meno da qualche anno mentre nella nostra regione, con le deroghe “facili” si continua ad alimentare il circuito perverso “paura di perdere il prodotto-dipendenza dai consorzi agrari-inesperienza-auto ed etero avvelenamento” Con grandi affari delle multinazionali della chimica e sicuro ulteriore aumento di malattie umane.

Non meraviglia che i dati dell’ISPRA sullo stato delle acque rilevi che il 53% dei campioni delle acque superficiali contenga da uno a sette pesticidi contemporaneamente e che anche le acque profonde ne siano contaminate, nella misura del 23 %. Queste sono quelle che servono per bere, che sono in un equilibrio così precario che basta poco ad alterarlo, vedi recente fatto di Negrar. Queste acque sono quelle delle risorgive, quelle dei centri termali. Anche quelle con cui si fabbrica la coca-cola distribuita in tutta Italia. Gli organismi umani ed animali sono diventati dei giganteschi e capillari filtri e smaltitori di sostanze tossiche diffusi su tutto il territorio. I pesticidi infatti sono i più numerosi fra i POPs. I POP (persistent organic pollution) hanno la caratteristica di degradarsi in tempi lunghissimi, e molte volte i metaboliti che ne derivano sono altrettanto tossici. Prima o poi entrano nella catena alimentare iniziando i fenomeni di bioaccumulo e biomagnificazione e giungono fino a noi in poco tempo.

C’è chi spera nel fenomeno della mitridatizzazione o chi, fiducioso darwinista, conta nella selezione di umani resistenti ? Questo sembra il comportamento dei nostri decisori, sia politici sia economici, quelli che decidono cosa dobbiamo mangiare, come dobbiamo coltivare, come dobbiamo spendere. Non è quello che pensano centinaia di scienziati e ricercatori, migliaia di contadini, milioni di consumatori.

Ora tutti riconoscono i danni da inquinamento delle città da PM10, ma fino a pochi anni fa chi richiamava l’attenzione su questo era classificato come pedante allarmista ambientalista mentre ora è diventata invece una necessità regolamentata da precise direttive europee e così succederà con i pesticidi attuali.

Molte volte viene dichiarato che i principi attivi “moderni” non sono più tossici come quelli di una volta ma bisogna fare attenzione. Quasi sempre essi sono commercializzati in base a studi presentati dalle aziende produttrici, che vengono più o meno accettati dalle strutture addette ma che non sono verificati da appositi studi indipendenti. Si crede a quello che l’azienda vuole dire, non si chiede neanche la presentazione di tutti gli studi fatti, in particolare di quelli scartati. Dall’altra parte invece ci sono migliaia di scienziati indipendenti che ogni giorno pubblicano articoli sui danni alla salute dei pesticidi. Ma questi raramente vengono ascoltati. Una inversione di tendenza sembra però esserci stata recentemente. E’ stato finalmente vietato l’uso dei neonicotinoidi, almeno per uno dei suoi molteplici utilizzi, per il danno evidente che queste sostanze hanno sulla vita delle api.

Il potere di determinare le politiche agricole europee, e lo stato di salute degli europei evidentemente è ancora saldamente in mano alla Bayer, alla Syngenta, alla BASF, alla Dow Agro Science ed alla Monsanto, le cinque più grandi multinazionali dell’agrofarmaco ( e delle sementi), delle quali sarebbe interessante conoscere i profitti settore per settore, perché questo spiegherebbe la loro determinazione.

La politica di queste multinazionali prevede il sistema del ritiro-sostituzione di un prodotto, una specie di “spoil system” per cui dopo un certo tempo un prodotto diventa obsoleto vuoi perché dimostrata inconfutabilmente la sua tossicità vuoi perché il suo prezzo non è più remunerativo. Allora viene sostituito con un prodotto “nuovo”, “moderno”, “non tossico” solo perché non ci sono ancora indagini epidemiologiche a suo carico. Molte volte questo prodotto è anche più costoso. L’appartenenza alle medesime classi chimiche, la certezza del risultato, i meccanismi d’azione fanno però sospettare che lo troveremo sul banco degli imputati fra qualche lustro.

Gli umani, tutti gli esseri viventi, la terra fertile, anch’essa un essere vivente, non possono sopportare ancora a lungo un carico del genere. Le persone maggiormente esposte sono gli stessi agricoltori ed in modo particolare i loro famigliari, ma lo sono le persone che vivono più o meno in prossimità delle campagne e tutti i consumatori, tutti coloro che mangiano: in circa la metà di frutta e verdura, come in tutti gli altri cibi, sono presenti residui, molte volte multi residui. Che questi siano all’interno dei LMR (Limiti Massimi Raggiungibili,) consola poco, molto meglio per tutti sarebbe che non ci fossero, Ma soprattutto i più esposti, i più in pericolo sono i bambini, i non ancora nati, nei quali gli effetti sono centuplicati. Le generazioni future. In nome di quelli dobbiamo cambiare strada. E l’alternativa esiste.

Tornando al diserbante glifosate così usato nel Veneto ed in tutto il mondo, è specificato sulla sua etichetta, nelle sue frasi di rischio, che è “irritante per gli occhi e per la pelle e dannoso per l’ambiente acquatico”. il paradosso è infinito, si riconosce che è tossico per l’ambiente acquatico e si permette di spargerne 250.000 litri all’anno ! E’ questa la sostenibilità, l’ attenzione alle generazioni future, l’immagine che vogliamo esportare ?

Naturalmente queste sono solo le tossicità riportate dalla ditta produttrice. Il mondo scientifico indipendente lo ritiene causa di tumori, di infertilità, di malattie degenerative, intestinali, autoimmuni, renali per gli umani oltre che distruttore della biodiversità

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