Non c’è limite all’insostenibilità ambientale e agronomia della monocoltura maidicola padana

 

Trattano il mais ad agosto con le piante alte due metri entrando nei campi con macchine speciali. I danni provocati dalle forme adulte di Diabrotica sono irrilevanti ma si trasformano i campi in camere a gas sperando di abbattere la carica di larve l’anno successivo- Basterebbe sospendere un anno la nefasta monocoltura per eliminare l’infestazione. Ma gli agricoltori drogati di monocoltura (specie ora che un terzo del mais lombardo va a biogas) non ne vogliono sentir parlare. E non ascoltano neppure i tecnici che consigliano di non trattate in modo così pesante. Ascoltano chi gli vende gli insetticidi. Ma qui si tratta di fosforganici (Clorpirifos etile) che uccidono ogni forma di vita. Pericoloso per gli uccelli il Clorpirifos etile è pericolosissimo per la vita acquatica. Ma è un rischio anche per l’uomo. Trattasi di prodotto molto persistente trovato nelle urine dei bambini della Val di Non (lì la monocoltura non è il mais, ma la Melinda). Il Clorpirifos etile è un distruttore endocrino e presenta varie forme di tossicità oltre quella acuta a carico del sistema nervoso. Consentire simili trattamenti su migliaia di ettari di monocoltura maidicola è un crimine ambientale.

 

fonte: http://www.ilcacciatore.com/2013/09/02/brescia-ecatombe-di-passeri-pesticidi-sotto-accusa/

 

BASSA BRESCIANA: ECATOMBE DI PASSERI, PESTICIDI SOTTO ACCUSA. RISCHIO PER L’UOMO

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PIETRO GORLANI IL 31 AGOSTO 2013 

IL CASO ALLO STUDIO DELL’ISTITUTO ZOOPROFILATTICO

Il mondo agricolo li chiama agrofarmaci. Perché come medicine sono in grado di curare le sterminate estensioni di mais della Bassa dalla piaga della diabrotica, l’insetto che ne divora le radici. Il mondo venatorio li chiama semplicemente veleni.

E li accusa di uccidere volatili e selvaggina che malauguratamente entrano nei campi appena trattati e si cibano dei vegetali contaminati. Stiamo parlando dei potenti pesticidi con cui anche quest’estate- per limitarsi al Bresciano – sono stati trattati quasi 6mila ettari di granoturco. Se le istituzioni sanitarie già quattro anni fa hanno imposto qualche paletto al loro utilizzo (limitando orari e distanza minima da abitazioni e fossi), se i sindaci hanno provveduto a stilare qualche ordinanza, nella popolazione locale non c’è particolare percezione di rischi e cautele necessarie. Eppure recenti studi scientifici hanno dimostrato come i fosforganici non selettivi siano in grado di distruggere non solo il sistema nervoso degli odiati insetti ma anche quello degli altri ignari animali presenti nei campi di mais. E non mancano casi di gravi intossicazioni nell’uomo: «È capitato tra Borgo San Giacomo e Pontevico che degli agricoltori entrati nei campi di notte per l’irrigazione – spiega una fonte sanitaria – abbiano accusato gravissimi malori e siano stati ricoverati in pronto soccorso. Si è poi scoperto che la mattina quei campi avevano subito un trattamento contro la diabrotica».

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I cacciatori non mancano di fare sentire la loro voce. «Anche quest’anno ho ricevuto telefonate dei nostri associati che hanno trovano selvaggina morta nei campi stati trattati» denuncia Armando Lancellotti, presidente di Libera Caccia. Anche Marco Bruni, presidente di Federcaccia, l’associazione venatoria più rappresentativa, ricorda le tante segnalazioni dei suoi associati. «Ma abbiamo assolutamente bisogno di evidente scientifiche; per questo invito tutti i cacciatori che trovano selvaggina morta a consegnarla gratuitamente all’Istituto zooprofilattico». Bruni si pone anche una domanda tutt’altro che retorica: «Sia chiaro, io non ce l’ho con gli agricoltori ma con le aziende chimiche che producono questi veleni e con chi dovrebbe controllarli. E mi chiedo perché non si possa in via sperimentale mettere una gabbia di volatili in un campo appena trattato, lasciare che si cibino di quei vegetali e valutarne gli effetti».
Un appello a consegnare sempre le carcasse trovate morte nei campi (pratica gratuita) all’Istituto zooprofilattico di via Bianchi viene anche dal direttore generale dello stesso Izsler, Stefano Cinotti: «Stiamo studiando il problema. Il modello d’approccio è quello utilizzato per il problema delle api con i nicotinoidi, ma al momento non possiamo dire con certezza quali siano le cause di morte degli animali ritrovati dai cacciatori nei campi. Sono in corso accurate analisi chimiche sulle carcasse per valutare la tossicità di quei prodotti chimici, che sono però tutti autorizzati dal Ministero».

Non mancano ricerche scientifiche che dimostrano la pericolosità dei principi attivi presenti nei pesticidi fosforati e clorurati utilizzati contro la diabrotica. Il più completo (apparso nel 2011 sul giornale italiano Medicina del Lavoro e consultabile sul web all’indirizzo http://gimle.fsm.it/33/2/05.pdf) è quello realizzato da un pool di medici della Fondazione Maugeri di Pavia, guidati dalla dottoressa Roberta Turci. Hanno studiato gli effetti del clorpirifos, sostanza base degli antiparassitari più utilizzati in America come in Pianura Padana. I risultati sono inquietanti. Le sostanze sono in grado di rimanere per lungo tempo nell’ambiente e nei tessuti di uomini e animali, visto che sono liposolubili. «Sono abbastanza tossici per gli uccelli – si legge nella ricerca – pericolosi per la fauna selvatica e le api da miele; sono invece fortemente tossici per i pesci d’acqua dolce, gli invertebrati acquatici e marini e possono provocare effetti negativi a lungo termine per l’ambiente acquatico e per la loro persistenza nei sedimenti, rappresentano un pericolo anche per i fondali marini». Per non parlare della loro persistenza nel terreno e nella catena alimentare: «In uno studio canadese residui di clorpirifos sono stati rilevati in campioni di ravanello e di carota due anni dopo la sua applicazione». Logicamente l’ultimo anello della catena alimentare è l’uomo, soprattutto i bambini, «a rischio di contaminazione attraverso il consumo di cibi contaminati e l’assorbimento cutaneo».

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