Archivi per il mese di: gennaio, 2014

Una malata di MCS dal Veneto scrive a tutti noi che ci battiamo per l’eliminazione dei pesticidi, per la salute e l’ambiente, l’aria e l’acqua pulite, un’agricoltura “rinaturalizzata” incoraggiandoci a continuare a combattere con più forza. “Semi puliti” chiama Giovanna dal Cin i comitati che si battono contro l’uso dei pesticidi e altre forme di inquinamento ambientale (come le biomasse). “Dobbiamo diventare migranti dell’inquinamento? Dobbiamo rinchiuderci nelle caverne, nei rifugi sotterranei come per evitare i bombardamenti della guerra (il riferimento è a un centro di cura per allergie in una ex miniera in Valle Aurina in Sudtirolo)?” O forse non è meglio lottare contro i tanti avvelenamenti “entro i limiti di legge” cui siamo sottoposti?

 

Insieme costituiamo semi puliti che germoglieranno

 

A Michele Corti e agli amici del coordinamento pesticidi no grazie

Sono qui a scambiare dopo la segnalazione di Sara (vedi l’articolo pubblicato su questo blog e ripreso dal sito http://www.ruralpini.it https://pesticidinograzie.wordpress.com/2014/01/22/multiple-chemical-sensitivity-atto-di-accusa-contro-aria-malata-e-pesticidi/ )
Confermo: la Lombardia, il Veneto, l’Emilia  sono all’estremo delle forze come aria. L’aria è malata, per non dire forse che l’abbiamo uccisa.
Sara mi ha fatto venire in mente che una sera d’agosto tornavo nel pomeriggio da Bergamo per arrivare a Treviso, in auto con un’amica.
Con due mascherine non riuscivo a tutelare la mia salute, ma anche la mia amica non malata, non riusciva a respirare.
Abbiamo pregato per arrivare a casa.
L’inquinamento è devastante.
Siamo in tanti con sindromi neuro-immuno-endocrino tossiche come la sensibilità chimica multipla, diventiamo sensibili a piccole dosi di inquinanti, sviluppiamo un’olfattività molto accentuata che porta immediatamente a problematiche infiammatorie, neurologiche, respiratorie e a reazioni corporee molto forti. Ogni giorno noi lottiamo con le particelle d’aria e con gli alimenti, viviamo costantemente con il principio di precauzione e si applica l’evitamento come prevenzione. E’ una disfunzione endocrina, immunitaria, enzimatica, metabolica, recettoriale con modificazioni genetiche.
L’asma,  la sindrome di Sjogren, le tiroiditi,  le sclerosi, il diabete, il Parkison, l’Alzaimer, le allergie, le intolleranze, la fibromialgia, la stanchezza cronica, il cancro… ecc. sono in grande aumento e sono sempre patologie collegate all’ambiente chimico e alla tossicità.
Sono malattie croniche, molto diffuse e in aumento.
Noi che abbiamo la sensibilità ci troviamo ad essere i sensori dell’ambiente.
Comprendo Sara: molti di noi si sono già trasferiti in altre zone più pulite, più sane, per applicare la prima prevenzione: l’evitamento.
C’è chi vive su un fiume, chi è andato sul mare verso Sud, chi si ritira in montagna…famiglie divise, affetti spezzati, che dire?
A volte mi chiedo come fuggire, a volte mi chiedo come affrontare la realtà urlando l’emergenza.
E’ per questo che ora condivido, mi sento sostenuta da  tutti voi del coordinamento no pesticidi, dall’Isde e insieme ad altri “angeli” , INSIEME fondiamo  associazioni, comitati territoriali come semi puliti,  piantati per germogliare e trasformare.

Un anedottoto per tutti: nei pressi di  San Candido c’è la valle Aurina, posto incontaminato con ancora l’acqua  sana e l’agricoltura naturale e contadina. In fondo alla valle, all’estremo Nord dell’Italia, sotto la vetta d’italia  c’è Predoi: qui è stato creato un centro climatico: una miniera di rame  dismessa utilizzata per accogliere pazienti con varie allergie.

Molti sono i pazienti, tantissimi bambini che soggiornano  sotto terra per trovare ristoro e salute.
La cura funziona per diverse ragioni. La mia considerazione è che questa terapia  è un segnale forte e chiaro: abbiamo bisogno di andare dentro la madre terra per trovare beneficio e aria purissima?

Molte sono le associazioni che danno l’emergenza per pazienti allergici alla chimica: in Veneto a marzo del 2013 la M.C.S. è stata riconosciuta, ma mancano ora le norme e l’azione applicativa  per il centro di cura e diagnosi.
Ora un’associazione veneta, l’Anfisc, ha individuato  un gruppo  di medici  plurispecialisti  e ha trovato un centro disponibile, Borgo-Trento di Verona, per creare  questo centro, ma  la Regione accoglierà, finanzierà, collaborerà?
E’ questo un esempio concreto di possibile interazione tra cittadini pazienti/associazione  e politica. Funzionerà? Me lo auguro di tutto cuore.
Se potete fare qualcosa perchè ciò avvenga, potremmo esprimere ancora fiducia nelle istituzioni.
Penso che, come è avvenuto nella Rurh negli anni novanta, solo se istituzioni e cittadini lavoreranno insieme con responsabilità si potrà ancora salvare il  territorio e il  pianeta, l’aria, l’acqua, l’agricoltura  come beni comuni.

Giro a Lei, Michele,  questa comunicazione se desidera può postarla per favore anche sul coordinamento “no pesticidi” e girarla a Sara, se lei lo ritiene possibile.
Con sincera solidarietà a Sara e  come Sara ci sono Vania,  Laura e i suoi quattro figli, Bruno, Vanna, Paola, Antonella, Daniele, Marco, Bruna, Zoe, Camilla, Francesco,  Silvia, Dina, Livia, Ebe, Emanuela, Gabriele, Susanna, Andrea  ….per ogni nome c’è una vita in gioco per la salute.

Grazie per chi si muove e agisce con responsabiltà verso la prevenzione:  e’ questa l’ arma più efficace per non finire tutti migranti per l’inquinamento  o peggio ancora a cercare un sito nel ventre della terra come protezione, come durante i bombardamenti.
Grazie di cuore a  tutti voi e  con fiducia verso un cambiamento.


Giovanna

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fonte: http://www.ruralpini.it/Inforegioni19.01.14-Rinata-in-montagna.html

(19.01.14) La storia di Sara Capatti, una giovane bergamasca affetta da MCS, multiple chemical sensitivity che ha voluto raccontare cosa significhi questa diffusa ma non riconosciuta patologia. E sta smuovendo le acque

Sara, malata di MCS rinata in montagna grazie alla vera solidarietà

di Michele Corti

Questa storia, che si presta a tante importanti riflessioni, mi è stata segnalata dall’amico Giancarlo Moioli. Da tempo, però, desideravo trattare di MCS (Multiple chemicals sensitivity): una malattia sociale che ha molto a che fare con le lotte in cui credo come tanti amici che conosco. Lotte per ridurre l’avvelenamento “sostenibile” cui siamo consapevolemente e cinicamente sottoposti dal sistema industriale capitalistico attraverso l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che ingeriamo, i prodotti tossici che il consumismo perverso impone nelle mura domestiche con il pretesto di “iperpulizia”, “splendore”, “profumo”, “disinfezione”. Intanto la vita in salute declina inesorabilmente anche se i media di regime sbandierano più facilmente i dati di una vita che si allunga (ma con Parkinson, Alzheimer, obesità, cancro, diabete). Ribelliamoci prima che sia troppo tardi

La sindrome da sensibilità chimica multipla (MCS) (o intolleranza ambientale idiopatica) rappresenta una patologia sociale in larga parte non riconosciuta, negata, cammiuffata, perché troppo scomoda sia per il sistema industriale e consumista, sia per il sistema sanitario. Quest’ultimo largamente improntato all’ “industria della cura” (grande consumo di farmaci che arricchisce le multinazionali) e ben poco alla prevenzione, all’igiene ambientale.

Per il sistema medico la MCS è ancora largamente una “malattia psicosomatica” . Ne consegue che i pazienti devono subire anche l’umiliazione di essere trattati come “malati immaginari”.  La Regione Emilia Romagna, che aveva aperto un laboratorio sullaa MCS, l’aveva classficata “malattia rara” salvo poi fare marcia indietro. Di tutto si può dire della MCS salvo che sia una malattia rara. Meglio non classificarla.

Negli Stati Uniti si stima un’incidenenza di MCS tra il 10 e il 15% della popolazione delle aree industriali. Il Dipartimento della salute della California ha riconosciuto attraverso indagini specifiche un’incidenza di MCS del 16%.

Ne consegue che molti pazienti affetti da MCS vedono scambiata la propria patologia per altre di tipo allergico.

La OMS nel 1996 ha definito la MCS come un disturbo acquisito con molteplici sintomi ricorrenti, associato a diversi fattori ambientali, tollerati dalla maggioranza della popolazione. Qualcuno potrebbe metterla sul piano “una questione di sfiga”. Lo fanno anche per il cancro che si continua ad attribuire a “mutazioni casuali” e non a determinanti ambientali che incidono sul complesso del genoma.

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Quando il corpo dice “basta” al bombardamento chimico

La MCS si manifesta in seguito all’esposizione a sostanze chimiche che non causano effetti avversi nella popolazione generale. I meccanismi biochimici sono ancora oscuri come oscuro è il ruolo del sistema immunitario (della serie “ma la Scienza non doveva sapere tutto nel XXI secolo?”)  Fatto sta che l’organismo “cede” e non tollera più qualsiasi piccola traccia di sostanze di sintesi nell’ambiente, come pesticidi, disinfettanti, detersivi, profumi, deodoranti personali o per la casa, vernici, solventi, colle e prodotti catramosi, sostanze impregnanti del legno, materiali dell’edilizia, carta stampata, inchiostri, scarichi delle auto, particolato, prodotti della combustione, prodotti plastici, farmaci, anestetici.  Il forte inquinamento che si ha tra le mura domestiche (sia per l’uso di prodotti per “igiene e pulizia” sia per via dei prodotti chimici utilizzati in edilizia e nell’industria del mobile) fa si che ad essere più colpite sono le donne che trascorrono più tempo tra le mura domestiche (ma potrebbero esserci delle determinanti fisiologiche legate).

Un mondo di apparente pulizia e splendore (in realtà sporco di chimica). Un sepolcro imbiancato

La pubblicità bombarda le casalinghe di “suggerimenti” a deodorizzare e disinfettare a tappeto superfici, indumenti, mani, oggetti, figli e mariti. Un modo per aumentare a dismisura la presenza negli ambienti domestici di composti volatili tossici (quelli che conferiscono alle tavolette per il WC, al detersivo per i piatti, ai deodoranti ecc. ecc. le “fresche fragranze” di pino o di limone per intenderci). C’è l’ossessione a coprire ogni profumo, aroma, odore naturale con aromi e profumi di sintesi per farci vvere in una bolla dentro la quale non sappiamo più riconoscere i segnali chimici naturali. Un modo per renderci sempre più impoveriti sensorialmente, per impedirci di riconoscere la varietà dei profumi e degli aromi naturali nel cibo e nell’ambiente. C’è anche la tendenza a farci vivere in un ambiente sterile, protetti da farmaci e prodotti chimici (ma anche sempre più fragili e vulnerabili). Disinfettare tutto uccide anche i microrganismi “buoni” che vivono in simbiosi con la nostra pelle. Una tendenza parallela alla sterilizzazione dei cibi (che come sappiamo non ci mette al sicuro da tossinfezioni)Il rischio è che i patogeni diventino sempre più resistenti “mitridizzati” alle dosi di antibatterici con le quali si trovano a costante contatto.

Recentemente la FDA (Food and Drugs Administration) statunitense si è espressa contro i saponi antibatterici mettendo in luce come siano inutili e pericolosi:  Secondo Colleen Rogers, microbiologa della Fda, “i rischi associati all’uso quotidiano e a lungo termine dei saponi antibatterici possano superare i loro benefici, ed alcune sostanze possono contribuire alla resistenza batterica agli antibiotici ed avere imprevisti effetti ormonali”.

CHIMICA-CASA

Una malattia non riconosciuta

La MCS si presenta attraverso vari sintomi ( di tipo irritativo a carico delle vie aeree, dell’apparato visivo, dell’apparato gastroenterico, associati spesso a cefalea e a malessere generale) e stadi di gravità.  Quando si manifesta in frma grave (come conseguenza di un persorso di peggioramento) risulta altamente invalidante in quanto per evitare tutte le sostanze chimiche il malato deve isolarsi ritirandosi a vita privata, evitare il contatto con gli altri che possono essere contaminati da sostanze chimiche ed evitare anche tutti i luoghi di vita sociale compresi scuole, sedi istituzionali, luoghi di lavoro, lavoro, locali pubblici.  Nel paese dei finti invalidi, però, la MCS non è riconosciuta come malattia invalidante e sono pochissime le strutture che assistono i malati. Questi ultimi, tra l’altro, non possono frequentare ambulatori e corsie perché la forte presenza di farmaci e disinfettanti rende questi ambienti off limits.

Sara Capatti, la malata di MCS che ha voluto far conoscere la propria storia e che ha innescato la gara di solidarietà di cui parleremo tra poco, ha vissuto – nonostante la sua giovane età – tutti i disagi dei malati di MCS. Deve vivere reclusa in casa con l’aria purificata da due depuratori. Vive grazie al sostegno economico del fratello operaio e può curarsi solo recandosi a Roma presso una struttura specializzata del Gemelli (il Lazio è la sola regione, insieme al Veneto, che riconosce la MCS). Ma il viaggio è un inferno: deve viaggiare di notte quando c’è meno traffico e inquinamento con i finestrini chiusi e senza condizionatore anche in estate.

Non nasconde di essere stata oggetto di umiliazioni da parte di personale sanitario che l’ha trattata da malata immaginaria (solo perché la medicina ufficiale da una parte riconosce la MCS, dall’altra tende ad assimilarla a un disturbo psicosomatico).

Vivo segregata in casa per sfuggire alle allergie

Una vita “al naturale” obbligata

Sicuramente un modo per non peggiorare è quello di evitare tutte quelle sostanze che possono creare problemi. I malati di MCS devono stare alla larga dai prodotti chimici che utilizziamo nella nostra vita condizionata dal consumismo e dalla dittatura industriale. Devono usare prodotti per la pulizia naturali e consumere alimenti bio (nei quali purtroppo i residui di pesticidi non sono assenti). Fanno quello che dovremmo fare tutti, si astengono da quello che fa male a tutti anche se in modo non così manifesto.

I malati di MCS sono scomodi anche perché sono persone in carne e ossa, con un volto pallido (devono stare ai domiciliari senza aver commesso alcun reato) e triste. Per altre patologie sono solo complesse indagini epidemiologiche, controverse analisi geostatistiche che ci dicono quanto fanno male gli inquinanti (polveri sottili, metalli pesanti, pesticidi, diossine e C.). Solo raramente i morti hanno un volto. Nella maggior parte dei casi c’è una “stima”, un numero anonimo di morti in più. Solo raramente (vedi amianto e ora centrali a carbone) i morti di cancro hanno un nome e un volto. Ma sono quasi sempre riconoscimenti postumi (anche perché a volte servono esami autoptici). I malati di MCS come Sara, invece, sono un atto di accusa vivente contro le multinazionali della chimica e una politica che non ha il coraggio di mettere in discussione i loro profitti. La ragazza di Calusco d’Adda, paese della provincia di Bergamo) ha voluto raccontare la sua storia. Ed è arrivata la solidarietà. Quello che le istituzioni non vogliono fare (risconoscere la sua malattia ed aiutarla) l’ha fatto il fratello che non solo aiuta Sara ma le ha anche pagato delle vacanze in montagna vincolandosi il quinto dello stipendio. Quelle vacanze in Val Pusteriua, lontano dalla camera a gas nella quale tanti di noi vivono: la Pianura Padana.

Dopo l’appello dell’Eco di Bergamo un’associazione di Calusco e alcuni privati generosi hanno coperto le spese per due settimane di vacanza a San Candido. Il gestore del residence ha offerto un’alra settimana. A San Candido Sara ha potuto recarsi in chiesa e nei negozi (inimmaginabile a Calusco). Ora desidera trasferirsi a vivere a San Candido. Sempre che rimanga l’ospedale, però, perché anche a Bolzano si sta provedendo a tagliare i piccoli ospedali e San Candido è una rarità per una località sopra i 1000 m.

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 Sara con la sua storia potrà – da testimonial della sofferenza – aiutare la montagna a mantenere l’ospedale. È la società dell’edonismo compulsivo, dello splendore apparente, del materialismo che ritiene che la sofferenza sia inutile e che i sofferenti non possano avere un ruolo sociale importante. Che sia meglio nascondere chi soffre, allontanare malattia e morte (aumentando l’angoscia e la paura per esse).

Sara come altri malati di MCS ha un ruolo importante. Sono i campanelli d’allarme dell’aggressione della chimica ai nostri corpi. Malati come Sara, che vengono allo scoperto, possono rendere problematico realizzare nuovi impianti a combustione (compresi quelli a legna per produrre un po’ di energia elettrica pseudorinnovabile), possono aiutare a farla finita con le irrorazioni di pesticidi a distanza ravvicinata dalle case. E il suo trasferirsi in Val Pusteria è un atto di accusa non solo contro la politica che autorizza nuove fonti inquinanti in Pianura Padana ma anche contro modelli di insediamento e di turismo che intasano i fondovalle, che rendono cattiva anche l’aria delle montagne di casa. Se Sara si trasferisse ai piedi della Presolana, in una bellissima conca che però è piena di seconde case, in alcuni mesi dell’anno soffrirebbe per una qualità dell’aria simile a quella delle città padane.

Una montagna di riflessioni controcorrente. Grazie Sara per aver parlato della tua storia.

44% dei prodotti bio con residui di pesticidi, nell’ 8% dei casi superato il limite che fa ritenere deliberato l’impiego della molecola, nel 2% dei casi superati anche i limiti massimi che deve osservare l’agricoltura convenzionale. Un quadro poco confortante che riguarda il commercio global dei prodotti bio (quelli canadesi rappresentavano solo il 20% di quelli analizzati).Troppo pesante il contributo degli effetti deriva ma anche troppo forte la tentazione a usare i pesticidi. Non c’è che da trarne una conclusione: vanno introdotti regolamenti sempre più severi per ridurre gli effetti di deriva, ma bisogna gradualmente eliminare i pesticidi da tutta l’agricoltura.

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Fonte:

http://ici.radio-canada.ca/regions/manitoba/2014/01/10/001-niveaux-pesticies-usage-intentionnel-produits-biologiques.shtml

http://ici.radio-canada.ca/regions/manitoba/2014/01/08/001-aliments-bio-contamines-pesticides-analyse-acia-fruits-legumes.shtml

Circa la metà della frutta e della verdura bio analizzata nel corso di due anni dall’agenzia canadese per l’ispezione degli alimento (ACIA) presenta residui di pesticidi

I dati ottenuti da Radio-Canada, grazie alla legge sull’accesso all’informazione, mostrano anche che, in alcuni casi, i residui di prodotti chimici eccedono i limiti imposti pr l’ahricoltura convenzionale.

L’ACIA non può impedire che tali prodotti siano venduti come bio sul mercato canadese e sostiene che non vi sono rischi per la salute.

Uva, fragole e patate in testa

Secondo i dati dell’ACIA il 45,8% della frutta e della verdura analizzata tra il settembre 2011 e quello del 2013 contiene tracce di pesticidi. Tra i prodotti più contaminati vi sono l’uva, le fragole e le patate. Tra i meno contaminati si trovano le carote.

I dati mettono anche in evidenza che nell’ 1,8% dei casi i residui eccedono i limiti imposti anche per i prodotti dell’agricoltura convenzionale. Nella maggior parte dei casi si tratta di funghicidi, pesticidi utilizzati per contenere lo sviluppo di funghi e muffe.

La maggior parte dei prodotti analizzati sono di importazione, solo un quinto sono canadesi. Tra i prodotti locali il 43% si è rivelato positivo per la presenza di almeno un pesticida.

Quantomeno meno contaminati

Il grado di contaminazione è risultato comunque inferiore del 78,4% rispetto ai prodotti convenzionali ma lascia inquieto il direttore generale dell’Associazione per il commercio dei prodotti biologici: “Noi puntiamo naturalmente a risultati migliori ma non siamo sorpresi”. Egli sottolinea come le quantità di pesticidi rinvenute sono generalmente basse, frazioni di parti per milione. E mette in rilievo come gli alimenti bio contribuiscono ad un ambiente senza pesticidi.

Spesa inutile, secondo un esperto

Da parte sua il Prof. Rick Holley dell’Universiytà del Manitoba conferna che le quantità di pesticidi ritrovate sono generalmente poco elevate ma si domanda se abbia senso pagare di più per questi alimenti e butta lì: “Se uno paga per avere alimenti sani, senza pesticidi, non sono soldi ben spesi”. Inoltre quando le quantità eccedono i limiti di legge c’è da ritenere che ci sia un uso deliberato in violazione delle norme sull’agricoltura bio.

Uso deliberato?

L’8% degli alimenti biologici analizzati dagli ispettori canadesi presentano residui di pesticidi così alti da far ritenere che vi è stato un utilizzo deliberato di tali prodotti.

La sanità canadese ha fissato dei limiti massimi di residui per i pesticidi (LMR). Per l’ACIA (l’agenzia canadese per l’ispezione degli alimenti) quando i residui eccedono del 5% i LMR si deve pensare ad un utilizzo deliberato dei pesticidi.

Radio-Canada ha analizzato i dati analitici ottenuti in due anni dall’ ACIA e ha scoperto che l’8% della frutta e della verdura biologica rientravano in questa categoria. L’analisi di Radio-Canada non ha tenuto conto dei prodotti consentiti in agricoltura biologica o di quelli che persistono a lungo nell’ambiente come il DDT.

Vietati negli Usa, ma non in Canada

Negli Usa l’USDA (Dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti) impedisce che tali prodotti siano venduti come bio. “Il concetto è che un prodotto bio di principio non dovrebbe presentrare residui dal momento che è ottenuto senza utlizzare pesticidi sintetiuci, ma sono le derive a determinare tali residui”. Dice Miles McEvoy direttore aggiunto del programa bio nazionale americano.

In Canada non esiste un tale divieto. L’ACIA ribadisce che non può impedire la vendita di prodotti che eccedono del 5% i limiti massimi del LMR perché non vi è un rischio per la salute. Però l’Agenzia quando scopre un prodotto che supera del 5% i LMR avvette l’organiso che cura la certificazione bio e dovrà essere quest’ultimo a verificare con il produttore la fonte della contaminazione.

Per il resto il sistema di certificazione in Canada è uguale a qullo degli USA.

Processi penali

Dallo scorso anno l’USDA ha sottoposto a controllo obbligatorio per la presenza di pesticidi il 5% del commercio bio. Ma questo sistama non esiste n Canada dove l’ACIA ispeziona un certo volume di prodotto bio nel quadro del normale programnma ispettivo degli alimenti.

L’USDA ha comminato sanzioni per 500 mila dollari a una dozzina di imprese e le ha anche trascinate in tribunale. Le sue indagini hanno portato in prigione tre persone tra le quali un agricoltore dell’Oregon che è strato condannato per frode elettronica avendo venduto 1,8 milioni di kg di mais eticchettato faudolentemente come bio.

Da parte sua l’ACIA non ha fatto cenno ad alcun processo contro produttori bio. Gli ispettori avevano raccomandato di mettere sotto accusa un panificio britanno-colombiano, ma non sono stati ascoltati.

In compenso l’Agenzia ha revocato la certificazione bio per imprese fraudolente. L’ha fatto nel caso della società del Quebec Jirah Milling and Sales Inc nel 2011, che ha però restituito la certificazione sette mesi dopo.

Si chiama “avvelenamento sostenibile” quello al quale il consumatore, cavia inconsapevole del sistema agroalimentare globale, è quotifdianamente sottoposto. Il quadro della presenza di residui è lo stesso nei diversi paesi: i limiti di legge sono quasi sempre rispettati, ma in ogni alimento è facile rinvenire livelli misurabili di più pesticidi.

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Fonte: http://www.panna.org/blog/pesticides-our-daily-bread

di Emily Marquez

Non è proprio uno shock , ma un rapporto recentemente pubblicato dall’ Health and Safety Executive del Regno Unito indica che vi sono residui, per quanto bassi, di pesticidi negli alimenti che si trovano comunemente nei supermercati . Settantasette per cento degli alimenti amidacei testati – tra cui vari tipi di pane – conteneva residui misurabili .

Tra i pesticidi trovati c’è il controverso glifosato chimico , con il 23 % di barrette di cereali contenenti residui dell’erbicida di punta della Monsanto .

Il programma di monitoraggio dei pesticidi pubblica delle relazioni trimestrali sui residui di antiparassitari nei prodotti alimentari, comprese frutta e verdura . La relazione più recente include i risultati sul campionamento degli alimenti amidacei e cereali : barrette di cereali, pane, pasta e grano. Nei campioni di alimenti in questo gruppo sono stati individuati 248 pesticidi.

Disaggregando i dati sui farinacei si osserva che cinque tipi di pesticidi sono stati trovati nei prodotti alimentari amidacei, con campioni prelevati da cinque paesi di origine (Belgio, Francia, Irlanda, Paesi Bassi e Regno Unito) . Il maggior numero di campioni ha presentato residui sia di insetticidi organofosforici (OP) che di due erbicidi (glifosato e chlormequat ).

Tra i prodotti alimentari esaminati il 75% del pane, il 90% delle barrette di cereali , e il 38 % della pasta conteneva almeno un residuo di antiparassitario .

Mentre i residui non erano maial di sopra dei livelli considerati “sicuri” nei prodotti alimentari , un erbicida ( chlorpropham ) è stato trovato nel grano ad un livello superiore a quello massimo raccomandato raccomandata

Anche a bassi livelli …

I fosforganici rappresentano sostanze notoriamente neurotossiche e un gran numero di studi suggeriscono che l’esposizione prenatale a questi composti chimici può influenzare lo sviluppo neurologico e cognitivo nonché la funzione motoria dei bambini.

Studi su roditori suggeriscono che l’esposizione del feto a bassi livelli diel fosforganico clorpirifos può determinare effetti negativi sia sullo sviluppo degli organi che a livello cognitivo.

La generalità della popolazione è esposta a basse concentrazioni di pesticidi attraverso il cibo e l’ambiente . E ben inteso che tali bassi livelli di esposizione, nel caso di sostanze chimiche che presentano i interferenza endocrina come i fosforganici, possono influenzare negativamente lo sviluppo e altri processi chiave .

Quanto è sicuro il “sicuro” ?

Secondo l’ EPA Sistema Informativo Integrato sul Rischio 2007 , il cloruro di clormequat è ” leggermente tossico per i mammiferi un base all’esposizione orale acuta”.

Il glifosato, il principio attivo di Roundup della Monsanto, è stato nelle notizie ultimamente a causa della sua posizione dominante come erbicida top in questo paese . Mentre non ci sono prove schiaccianti circa il ruolo del glifosatorelativamente ai principali fattori di rischio sanitario studi indicano che dovremmo continuare a porci delle domande su questo erbicida così pesantemente utilizzato. Con così tanti di noi esposti non fa male essere prudenti.

Intanto sappiamo che nel nostro cibo vi sono pesticidi e le relazioni annuali delle commissioni di sicurezza alimentare e simili continuano a dirci che è così . Gli autori di questo ultimo rapporto dicono alla gente del Regno Unito di non preoccuparsi in quanto i residui sono a livelli inferiori a quelli che il governo indica come accettabili .

Ma quando si tratta in particolare di fosforganici è necessario essere scettici di fronte a qualsiasi livello considerato “sicuro”.

ImageUna vicenda che illustra bene il grado di sbandierata “sicurezza alimentare” assicurato da servizi che costano al contribuente molto più che in altri paesi. “Non esiste una norma di riferimento” ha risposto la burocrazia all’allevatore che vedeva nascere e morire vitelli deformi e intuisce che nella catena alimentare c’è una contaminazione e che chideva che fossero analizzati gli alimenti.  Facendo eseguire analisi a sue spese ha scoperto che gli animali assumevano con l’insilato di mais una dose elevata di insetticida. Un regalo del sistema di monocoltura esaperata praticato nella Pianura Padana che ha esasperato le avversità del mais. Oltre alla “tradizionale” Piralide da qualche anno un nuovo insetto (la Diabrotica) danneggia le colture (le larve si nutrono delle radici). Ma i trattamenti con insetticidi contro le forme adulte, che trasformano i campi di mas in camere a gas uccidendo molte forme di vita, sono quasi del tutto inutili e sono sconsigliati anche dagli stessi esperti (almeno quelli responsabili che non si prestano a sostenere il mercato delle multinazionali della chimica). La rotazione colturale risolverebbe il problema dal momento che le larve sono molto “specializzate” e linsetto non riusce a compiere un ciclo vitale su altre colture. Vicenda amarissima.

fonte: http://www.ilgiorno.it/brescia/cronaca/2014/01/08/1006636-mucche-pesticida-mangime.shtml

«Ho provato a salvare la mia azienda, ma mi sono trovato a combattere contro i mulini a vento». Claudio Quattrini è un imprenditore agricolo bresciano che, nella sua azienda di Calvisano, ha visto ammalarsi quasi 200 tra mucche da latte e vitelli, senza ricevere risposte dall’autorità competente che pure ha ripetutamente interpellato

di Federica Pacella

Brescia, 8 gennaio 2014 – «Ho provato a salvare la mia azienda, ma mi sono trovato a combattere contro i mulini a vento». Claudio Quattrini è un imprenditore agricolo bresciano che, nella sua azienda di Calvisano, ha visto ammalarsi quasi 200 tra mucche da latte e vitelli, senza ricevere risposte dall’autorità competente che pure ha ripetutamente interpellato. «A novembre 2010 – racconta – ho iniziato a registrare i primi aborti. Con l’alimentarista abbiamo fatto le analisi sui mangimi». Viene fuori che nell’insilato di mais c’è la forte presenza di un insetticida: 0,4mg/kg. «Ogni animale mangiava 25 kg di insilato, per cui ingerivano 10 mg di insetticida al giorno. Ad ogni vitello deforme che nasceva, chiamavo i veterinari dell’Asl, che però mi dicevano di aspettare e vedere come si sarebbe evoluta la cosa. Io mi sono allarmato, perché il latte veniva venduto: fosse successo qualcosa, i guai li avrei avuti io».

Non avendo risposte, Quattrini decide di far analizzare un vitello deceduto all’Istituto Zooprofilattico di Brescia. «Dopo 20 giorni, mi dicono che hanno addirittura perso il campione. Ci sarebbe quasi da ridere». Il 22 febbraio Quattrini manda una raccomandata all’Asl in cui fa l’elenco di tutti i problemi, con tanto di matricola di animali e patologie riscontrate. «La risposta mi arriva un mese dopo…». Unico documento dell’Asl è un verbale, il 3 marzo, di sospensione preventiva della somministrazione dell’insilato che Quattrini, però, non usava già più. «Qui finisce il loro impegno: nessun controllo sul mangime né sugli animali».

Quattrini continua a fare privatamente degli esami sugli animali. Il 6 aprile 2011, su sua richiesta, viene convocato al distaccamento del Dipartimento di veterinaria di Montichiari, competente per la zona. «Ho insistito perché facessero dei campionamenti, ma mi hanno risposto che non avevano nessun riferimento di legge per farlo». Nel frattempo parte il processo contro chi aveva venduto il mangime, tutt’ora in corso. «E’ stata un’odissea anche solo capire qual è il limite ammesso di quell’insetticida nei mangimi per animali. Non ricevendo risposta da Brescia, scrivo alla Direzione sanitaria di Milano che mi risponde dopo 8 mesi di sollecitazioni dicendo che il limite è di 0,01 mg/kg. La lettera è stata messa agli atti».

Ma cosa sarebbe cambiato se ci fosse stato un supporto più celere dall’Asl? «Avrebbero potuto fare studi più approfonditi di quelli che ho potuto fare io con le mie risorse e magari salvare qualche animale. C’è poi la questione della salute pubblica: se io fossi stato meno diligente?». Quattrini ha scritto al Ministero della Sanità per segnalare la vicenda. «Dicono che stanno effettuando le verifiche del caso. Una magra consolazione: io nel frattempo ho perso la mia azienda».

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/rassegna-stampa/vado-in-cella-ma-non-uso-pesticidi-giboulot-produttore-che-divide-mondo-vino-1759296/

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Giboulot, produttore che divide mondo del vino

ROMA – “Non userò mai i pesticidi sulle mie vigne sane”. Emmanuel Giboulot, 51 anni, francese di Beaune, è un viticoltore biodinamico che rischia il carcere. Possiede un vigneto di dieci ettari in Borgogna, sulla Côte de Beaune e la Haute-Côte de Nuits.

Fa parte dell’associazione Renaissance des Appellations, guidata da Nicolas Joly, guru della biodinamica. Ha ricevuto un ordine del prefetto che impone di ricorrere alla chimica per combattere la cicalina, un insetto vettore della flavescenza dorata, malattia che ha effetti mortali sulle piante dell’uva. La Borgogna, una delle zone più redditizie al mondo per il vino, teme un flagello, per questo per la prima volta è stato deciso di obbligare i produttori all’uso preventivo dei pesticidi antiflavescenza dorata.

Scrive Luciano Ferraro sul Corriere della Sera:

(…) Giboulot, che si occupa di Pinot nero e Chardonnay nella sua azienda, in novembre si è schierato contro questo obbligo, diventando il simbolo di una spaccatura, nel mondo dell’agricoltura, tra il mondo bio e quello convenzionale. È disposto ad affrontare le conseguenze della sua battaglia: sei mesi di carcere e una multa di 30 mila euro. «Questi trattamenti chimici non risolvono il problema — ha spiegato il vignaiolo al sito Bastamag.net — anzi, distruggono anche molti altri insetti e sconvolgono l’ecosistema della zona. Noi invece, con la biodinamica, ci basiamo sull’equilibrio biologico della terra».

È nato un comitato di sostegno a Giboulot, che raccoglie firme anche su Facebook . I due fronti, bio e convenzionale, sono ancora più contrapposti tra le vigne da quando sono usciti i dati di una ricerca sulla presenza di residui di pesticidi nei vini francesi. È risultato che 9 bottiglie su 10, da zone diverse, presentano tracce di queste sostanze chimiche. La Francia, d’altra parte, è uno dei maggiori consumatori di pesticidi: al terzo posto mondiale dopo Stati Uniti e Giappone, 110 mila tonnellate l’anno, al primo posto in Europa. Persino alcuni campioni di vini bio sono risultati positivi al test, per «contaminazione» dai vigneti vicini o forse perché qualche vignaiolo ha usato prodotti non compatibili con l’agricoltura che si richiama alle regole del biologico o della biodinamica.

Giboulot, con il suo rifiuto, ha fatto finire sulla stampa e sui siti di tutto il mondo il dilemma di molti agricoltori sull’uso o meno di trattamenti chimici. «Non li voglio sulla mia terra — ha spiegato il vignaiolo — il prodotto che mi vorrebbero imporre dalla prefettura non è selettivo, distrugge ad esempio l’acaro antagonista dei ragnetti rossi che tolgono linfa alle viti. Noi coltiviamo con il metodo bio dal 1970 e non vogliamo cambiare».

Lapôtre Olivier, capo del dipartimento regionale della Direzione regionale dell’alimentazione, dell’agricoltura e delle foreste in Borgogna, gli ha ribattuto che se non si interviene l’epidemia si scatena, moltiplicando per dieci il numero delle piante infette in un solo anno. Un altro vignaiolo, di Vaucluse, si era opposto ai fitofarmaci contro la flavescenza dorata. Era stato condannato ma la multa è poi diventata simbolica perché ha capitolato, spargendo il pesticida sulle sue vigne. Giboulot invece resiste, il prefetto l’ha convocato prima a novembre, poi il 24 dicembre per contestargli la violazione del codice rurale. L’ultima udienza è stata rinviata. Intanto cresce la solidarietà: verdi, sindacalisti e imprenditori agricoli si sono mobilitati per Giboulot (…)