Archivi per il mese di: dicembre, 2014

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I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 21.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 8 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le statistiche dei consumi di pesticidi Italian_pesticidesvedono l’ Italia in testa (in qualche anno superata dalla Francia che ha una superficie molto più grande). I dati sulla vendita di pesticidi (tonellate di principi attivi) forniti dalla UE (http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Agri-environmental_indicator_-_consumption_of_pesticides) vedono l’Italia superare paesi molto più grandi.

Va tenuto conto che la superficie agricola della Francia è molto più ampia di quella dell’Italia. Sulla base dei dati della Commissione UE (http://ec.europa.eu/agriculture/statistics/agricultural/2013/index_en.htm) le superfici (in milioni di ha di superficie agricola) risultano: Francia  28,9, Spagna 23,9, Germania 16,7, Polonia 14,8, Romania 14,0, Italia 13,1 Ungheria 5,3, Bulgaria 5,0, Grecia 4,1, Portogallo 3,6

Confrontando i dati più recenti che si dispongono per diversi paesi (2006) emerge come solo il Portogallo si avvicina all’uso di peticidi dell’Italia

Tabella – Confronto al 2006 tra diversi paesi europei nelle vendite di pesticidi per ha di superficie agricola

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Si dirà che l’Italia è il giardino d’Europa dove si concentrano le produzioni legnose (frutticoltura, olivicoltura, viticoltura) che, come si sa, ‘richiedono una copertura con fitofarmaci’ (sic) molto più elevata dei cereali e di altre coltivazioni erbacee. Quello che fa schizzare il consumo di pesticidi in Italia è il ricorso a funghicidi e insettidi usati per le coltivazioni legnose.  Però sia la Spagna che la Grecia e il Portogallo hanno consumi per ettaro più bassi (Grecia e Spagna molto più bassi).

Tabella 1 (Commissione UE) – Tonnellate di principi attivi vendute nei paesi della UE

Consumption_of_pesticides_-_Sales_of_pesticides_(tonnes_of_active_ingredient)_in_selected_countries,_2000-2008

Purtroppo il dato per la Spagna, pari a 36 mila tonnellate di principi attivi è fermo al 2001, quando l’Italia consumava 76 mila tonnellate. Confrontato alla superficie il consumo di pesticidi italiano è  1,5 kg/ha, quello italiano nello stesso anno di 5,8 kg/ha ovvero 4 volte quello spagnolo.  Una differenza abissale che non può essere giustificata né dalla rese più basse per alcune colture, né dal clima (il nord della Spagna ha un clima atlantico molto umido anche se nel complesso la Spagna ha condizioni di minore piovosità che riducono l’esigenza di funghicidi). La struttura delle due agricolture è simile con l’identica quota di cereali e una leggera prevalenza dell’Italia (in percentuale) per le coltivazioni più ‘esigenti’ in termini di ‘protezione chimica’.  Viene da concludere che in Italia al di là della proclamata qualità e sostenibilità delle produzioni agricole vi sia un orientamento ‘chimico’ molto radicato come prova il fatto che anche nell’ambito delle stese coltivazioni e condizioni climatiche vi sono – nell’ambito dell’agricoltura convenzionale – forti differenze nel numero di trattamenti. Monocoltura e ricerca di alte rese con forti concimazioni sono una delle spiegazioni del perché l’Italia è LAND OF PESTICIDES

Tabella 2 – Quota di alcune colture sulla superficie coltivata in Italia e Spagna (fonti UE)

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Interessanti per dei confronti anche le seguenti mappe della EEA (Agenzia europea per l’ambiente) riferiti al 2003 (http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/figures/).

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Riportiamo la traduzione dell’abstract di un recente lavoro scientifico che chiarifica il ruolo dei neonicotinoidi nel CCD (colony collapse disorder) delle api.

Vanishing-of-the-BeesBulletin of Insectology 67(1):125-130, 2014 ISSN 1721-8861

L’esposizione sub-letale ai neonicotinoidi compromette la preparazione invernale delle api come preludio del Colony collapse disorder

Chensheng L U 1, Kenneth M. W ARCHOL 2 , Richard A. C ALLAHAN 3
1 Department of Environmental Health, Harvard School of Public Health, Landmark Center West, Boston, MA, USA
2 Worcester County Beekeepers Association, Northbridge, MA, USA
3 Worcester County Beekeepers Association, Holden, MA, USA

Riassunto

Il colony collapse disorder (CCD) dell’ape mellifera (Api mellifera L.), apparso nel 2005/2006, aleggia ancora in molte parti del mondo. Qui dimostriamo che l’esposizione subletale ai neonicotinoidi, imidacloprid e clothianidin, ha influenzato la preparazione per l’inverno di colonie sane, con successiva manifestazione del CCD. Abbiamo trovato che le api del gruppo di controllo e di quello trattato con neonicotinoidi hanno trascorso in modo quasi identico tutta la stagione estiva e quella autunnale e non abbiamo osservato alcun morbilità o mortalità acuta in entrambi i gruppi fino alla fine dell’inverno. Le api di sei colonie su dodici del gruppo trattato con neonicotinoidi hanno abbandonato i loro alveari, e sono poi morte con sintomatologia simile al CCD. Un fenomeno opposto è stato invece riscontrato nelle colonie di controllo nelle quali, invece dell’ abbandono, si è verificato un rapido ripolamento con nuove api emergenti. Solo una delle sei colonie di controllo è andata persa a causa di un’infezione di tipo Nosema. Le osservazioni ricavate da questo studio possono contribuire al chiarimento dei meccanismi mediante i quali l’esposizione sub-letale a neonicotinoidi causa la sparizione delle api mellifere dai loro alveari.

Bulletin of Insectology 67(1):125-130, 2014 ISSN 1721-8861
Sub-lethal exposure to neonicotinoids impaired honey bees winterization before proceeding to colony collapse disorder
Chensheng L U 1, Kenneth M. W ARCHOL 2 , Richard A. C ALLAHAN 3
1 Department of Environmental Health, Harvard School of Public Health, Landmark Center West, Boston, MA, USA
2 Worcester County Beekeepers Association, Northbridge, MA, USA
3 Worcester County Beekeepers Association, Holden, MA, USA
Abstract

Honey bee (Apis mellifera L.) colony collapse disorder (CCD) that appeared in 2005/2006 still lingers in many parts of the world. Here we show that sublethal exposure of neonicotinoids, imidacloprid or clothianidin, affected the winterization of healthy colonies that subsequently leads to CCD. We found honey bees in both control and neonicotinoid treated groups progressed almost identically through the summer and fall seasons and observed no acute morbidity or mortality in either group until the end of winter. Bees from six of the twelve neonicotinoid treated colonies had abandoned their hives, and were eventually dead with symptoms resembling CCD. However, we observed a complete opposite phenomenon in the control colonies in which instead of abandonment, they were repopulated quickly with new emerging bees. Only one of the six control colonies was lost due to Nosema like infection. The observations from this study may help to elucidate the mechanisms by which sub lethal neonicotinoids exposure caused honey bees to vanish from their hives

“No alla chimica in agricoltura. Vietiamo i pesticidi nel Salento”

Dalla Val Venosta al Salento circola un nuovo amore per la terra, la consapevolezza che l’orlo del baratro è vicino, che il livello di contaminazione è al livello di guardia. La consapevolezza che si deve agire dal basso, nel senso non solo del movimento politico spontaneo ma anche nel senso di ritorno alla terra e ai suoi valori con amore, umiltà, semplicità ma ferma determinazione e orientamento etico.

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Mentre la moria delle api continua anche se passata sotto silenzio e continuano ad accumularsi le prove epidemiologiche del legame tra pesticidi e gravi patologie, l’ISPRA anno dopo anno registra la presenza sempre più diffusa di pesticidi nelle acque superficiali e profonde (anche oltre i limiti di legge),  l’EFSA, che dovrebbe tutelare la sicurezza alimentare proclama che i pesticidi non rappresentano un problema per la salute. L’EFSA come tutte le altre agenzie  è un ente politico condizionato dal potere delle multinazionali.

Così si diffondono le iniziative per bandire o quantomeno limitare i pesticidi a livello locale. Oggi 27 dicembre a Castiglione d’Otranto nel Salento ai comuni verrà consegnata la petizione già sottoscritta da 2 mila cittadini che chiede «di inibire l’uso di fitofarmaci chimici, in particolar modo di quelli classificati come “tossici”, “molto tossici” e “nocivi”, e di regolamentare in maniera restrittiva l’utilizzo di quelli catalogati come “irritanti” e “non classificati” e dei fertilizzanti sintetici». L’iniziativa è promossa, tra gli altri dalla Casa dell’agricolture Tullia e Gino che ricorda il pioniere dell’agricoltura bio Gino Girolomoni e la moglie prematuramente scomparsi.

Dalla Val Venosta alle colline marchigiane al Salento: ambienti e sistemi agricoli diversissimi ma la voglia di salvare la terra è la stessa

fonte: http://www.leccesette.it/dettaglio.asp?id_dett=24059&id_rub=130

“Lo spirito del grano” nel segno della prima petizione italiana contro i pesticidi

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Lecce (26.12.2014)

Domani a Castiglione d’Otranto torna per il terzo anno consecutivo l’appuntamento dedicato all’agricoltura sostenibile e al vivere sano. Quest’anno, è abbinato alla consegna agli enti locali della prima petizione contro i pesticidi.
È la manifestazione natalizia dedicata ai temi dell’agricoltura sostenibile e del vivere sano, la sorella invernale della Notte Verde di fine agosto: per il terzo anno consecutivo, torna “Lo Spirito del grano”, a Castiglione d’Otranto, domani, sabato 27 dicembre, a partire dalle 18.30, in piazza della Libertà.

L’evento è curato dall’associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino e dal Comitato Notte Verde, con il patrocinio del Comune di Andrano. Quest’anno, è abbinato alla consegna agli enti locali della prima petizione italiana contro l’agrochimica,“No alla chimica in agricoltura. Vietiamo i pesticidi nel Salento”.

Lo scorso 1° dicembre, infatti, la raccolta firme è stata ufficialmente affidata al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, con relativa cerimonia a Bari. Ora, è tempo di incalzare le istituzioni più prossime al territorio, perché i 2051 “no” si trasformino in atti concreti.

Si inizia alle 18.30 con i dialoghi che si terranno nell’antica cappella dell’Annunziata. Il tema della tavola rotonda riguarda l’impegno delle comunità e degli enti locali verso una svolta naturale da imprimere all’agricoltura salentina. Converseranno Isidoro Colluto, attivista di Casa delle Agriculture; Mario Accoto, sindaco di Andrano; Francesco Minonne, componente del Comitato di Gestione del Parco regionale Otranto-S.M.di Leuca-Bosco di Tricase; Gabriele Petracca, presidente del Gal Terra d’Otranto, e Giulio Sparascio, vicepresidente del Gal Capo di Leuca. A seguire, il “Mercato Comune dei Frutti Minori”, il mercatino di prodotti rigorosamente naturali di aziende locali: ortaggi, olio, salumi, vino, formaggi, miele, salsa, frise e farine. Spazio anche all’artigianato e alla gastronomia con “Puteche aperte: vino e pezzetti”. Infine, il viaggio musicale tra le canzoni popolari del Sud Italia, “Canti e Cunti” di Alice Rolli.

Perché “Lo Spirito del grano”. Dopo l’incontro con la regista Cecilia Mangini durante la scorsa edizione e dopo la pubblicazione del documentario che porta lo stesso nome, a firma di tre attivisti locali (Donato Nuzzo, Fulvio Rifuggio e Isidoro Colluto), “Lo Spirito del grano” prosegue il suo percorso di passione per la terra e ricerca dei ritmi naturali legati alle pratiche agricole. Non è un caso che venga riproposto a Castiglione d’Otranto, comunità che sta investendo su un modello di crescita collettiva attraverso il ritorno alla terra: Casa delle agricUlture Tullia e Gino porta avanti da anni la riconversione organica dei terreni abbandonati e ceduti in comodato d’uso gratuito da anziani, vedove, emigranti. Una nuova forma di economia, ma anche una tutela del territorio attraverso buone pratiche.

La petizione, anciata il 9 giugno 2013, è la prima in Italia contro l’agrochimica e ha macinato oltre duemila sottoscrizioni, il doppio dell’obiettivo prefissato. Si chiede «di inibire l’uso di fitofarmaci chimici, in particolar modo di quelli classificati come “tossici”, “molto tossici” e “nocivi”, e di regolamentare in maniera restrittiva l’utilizzo di quelli catalogati come “irritanti” e “non classificati” e dei fertilizzanti sintetici». I danni provocati alla salute e all’ambiente dall’uso di questi prodotti sono stati più volte certificati dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Ispra.

“Ora – dicono i membri di Casa delle Agriculture Tullia e Gino – chiediamo che i Comuni, i nostri Gal, il Parco Otranto-Leuca e la Provincia di Lecce diano vita, già da gennaio, ad un tavolo tecnico finalizzato a stilare le delibere che limitino l’utilizzo scriteriato dei pesticidi. Non è utopia. A settembre, Malles Venosta è divenuto il primo Comune ‘zero pesticidi’ d’Italia, proprio nel cuore delle valli delle mele quasi sempre trattate con prodotti chimici”.

I pesticidi sono una chiave di volta del sistema di potere mondiale

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Combattere i pesticidi, significa combattere un sistema integrato di controllo da parte di pochi gruppi mondiali dei fattori di produzione agricola in tutto il mondo, significa combattere un modello di produzione agricola che determina vilissimi prezzi delle materie prime determinando

  • alti profitti delle multinazionali che controllano sia i fattori di produzione (sementi, pesticidi, concimi chimici) che la trasformazione e la distribuzione alimentare;
  • perdita di biodiversità agricola e selvatica, perdita di patrimoni e saperi, contaminazione di tutte le matrici ambientali e accumulo di sostanze tossiche delle catene alimentari, perdita di sostanza organica e fertilità dei suoli, erosione, compattamento, salinizzazione

Il sistema che si basa sul controllo da parte delle multinazionali dei pesticidi, delle sementi, del biotech è puntellato dai “sussidi”” che tutti i paesi in forme diverse concedono ai produttori agricoli di fatto “girandoli” alle multinazionali e mantenendo buona parte dei contadini del mondo in condizioni di sussistenza (spesso anche sotto). Rompere queste catene significa liberare l’agricoltura, ma anche liberare l’umanità che sta regredendo ad una massa di schiavi (piccoli produttori agricoli e consumatori)  del tutto controllati nei loro comportamenti da una politica del cibo che è di totale manipolazione di una massa di iloti, sempre più inconsapevole, “primitiva”, facilmente manipolabile e “standardizzata”, priva di saperi e conoscenze e guidata da suggestioni che fanno leva su istinti primari.

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  • Manipolazione dei mercati dove il “libero mercato” è una foglia di fico che serve per abbattere le resistenze a condizioni di imposizione di monopoli e monopsoni e che consente alle multinazionali di spostare a piacimento secondo le proprie logiche geopolitiche e secondo la logica dei mercati più profittevoli ed emergenti i fulcri dell’attività economica provocando la marginalizzazione e l’impoverimento di intere aree geografiche (inclusa in prospettiva la “vecchia Europa” che in caso di ulteriore americanizzazione del mondo rischierà anche di vedere messe in forse sul piano quantitativo e qualitativo la disponibilità di cibo convogliato verso mercati più promettenti);
  • Manipolazione politica (sistema di normative) in forza della capacità delle multinazionali di comprare a piacimento le classi politiche non solo del “terzo modo” ma anche del primo;
  •  Manipolazione dei gusti, degli orientamenti delle culture, dei valori, dei sistemi di significati, dell’immaginario collettivo che devono uniformarsi alle esigenze di standarizzazione e di economie di scala del global food system e che travalicano la sfera del cibo per comprendere quella del costume, della morale, della politica;
  • Manipolazione alimentare che consiste nel creare una artificiosa varietà di offerta di alimenti differenziati solo attraverso il packaging e l’aggiunta di additivi a pochissimi cibi base sempre più impoveriti;
  • Manipolazione psicofisiologica attraverso la stessa (bassa) qualità del cibo globalizzato ampiamente manipolato con additivi e l’advertising che inducono comportamenti ripetitivi e di dipendenza, che ottenebrano la mente attraverso il senso di sazietà che previene i comportamenti di ribellione, attraverso il comprovato effetto depressivo del junk food che induce al consumo di farmaci e di alcolici.

Va considerato che oltre alle manipolazioni fisiologiche indotte dal cibo anche lo stesso uso dei pesticidi, attraverso il residui nel cibo e la contaminazione ambientale provoca un effetto sui “consumatori” (ovvero le popolazioni esposte). L’ipotesi di una voluta “regolazione” demografica attraverso la caduta di fertilità umana indotta dai distruttori endocrini non è affatto peregrina e si affacciano ipotesi di ogm programmati allo scopo di compromettere la fertilità umana.

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Una manciata di multinazionali sementiere, dei pesticidi e della biotecnologia controlla il destino del cibo e dell’agricoltura in tutto il mondo.  Nel loro ambito sei compagnie rivestono un ruolo assolutamente prevalente: la Monsanto, Dow, BASF, Bayer, Syngenta e DuPont (73% del mercato). Esse controllano l’industria sementiera, la produzione dei pesticidi e il mercato della biotecnologia agricola. Il potere detenuto da queste “sei sorelle”  non ha precedenti storici e va molto al di là di quello dei vecchi cartelli petroliferi. Questo potere consente loro di:

  • orientare la ricerca agricola (compresa quella pubblica);
  • dettare accordi commerciali e politiche agricole;
  • presentare e far accettare  le loro tecnologie quale soluzione “basata sulla scienza” finalizzata ad aumentare i raccolti, nutrire gli affamati e salvare il pianeta screditando qualsiasi posizione contraria;
  • sfuggire a controlli democratici e normativi;
  • sovvertire mercati competitivi.

Nel mentre le multinazionali conseguono questi obiettivi esse intimidiscono, impoveriscono e tolgono potere agli agricoltori, minano la sicurezza alimentare e lucrano profitti record anche nel bel mezzo di una crisi.

Secondo le Nazioni Unite la concentrazione delle imprese del mercato input agricoli “presenta implicazioni di vasta portata per la sicurezza alimentare mondiale, dal momento che la privatizzazione e i brevetti sull’innovazione agricola (caratteri genetici, tecnologie di trasformazione e germoplasma della semente) soppiantano le tradizionali convenzioni agricole in materia di  semi, diritti degli agricoltori e dei costitutori di varietà coltivate ” (1).
Anche se le multinazionali sono presenti nel settore food & beverage e nell’agricoltura da decenni, solo negli ultimi 10 – 20 anni hanno hanno raggiunto livelli attuali di controllo dei mercati. Il settore della fornitura di input all’agricoltura, utilizzando varie tattiche, è divenuto il più concentrato, integrato e collusivo tra i settori economici mondiali. Da qui deriva il suo enorme potere politico e l’assurgere del cibo al più importante problema politico.

  1. Fusioni e acquisizioni. Dal 1990, la Big 6 si è impegnata in un programma di spesa folle, acquisendo i tre segmenti chiave del settore agricolo (pesticidi, sementi e biotecnologie) per organizzare secondo una logica integrata i marchi di prodotti chimici, sementi, e genetica progettati per essere utilizzati gli uni insieme agli altri;
  2. Strategie di cooperazione e pratiche collusive tra i pochi grandi concorrenti, in particolare attraverso la creazione di elaborate strutture di cross-licensing (si tratta di accord tra Monsanto e  BASF, Monsanto e Dow Agrichemicals,  Monsanto e Syngenta, Syngenta & DuPont;
  3. L’integrazione verticale verso l’alto della filiera alimentare, con la creazione di cluster di filiera che integrano la gestione degli input agricoli con le forti strutture di trasformazione e di commercializzazione dei gruppi che controllano il commercio dei cereali.

Monbiot-on-Neonicotinoids-008Tutto ciò ci dice chiaramente che se da una parte la lotta ai pesticidi. la liberazione dell’agricoltura dai veleni rappresenta una battaglia difficilissima perché colpisce uno dei gangli del sistema di potere alimentare e politico dall’altra essa assume un’importanza tale da giustificare le tante energie necessarie. Essere consapevoli di chi è il nemico e cosa vuole è già una mezza vittoria. Bisogna essere anche consapevoli che la mostruosa concentrazione di potere che si è realizzata nelle nostre società (e ora a livello globale) modifica completamente i fondamentali dell’azione politica e sociale. Le istituzioni non sono più solo i vecchi “comitati di affari”, non c’è solo la “classica” corruzione, il clientelismo, il peso dei poteri forti su tutta la politica e le istituzioni di una “democrazia rappresentativa” sempre più vuota di significato. Oggi il rapporto tra lobby e politica è più diretto. Con la quantità di profitti accumulati (i tassi delle simpatiche società di cui abbiamo parlato sono restati sul 10% anche nei peggiori anni di crisi) le multinazionali possono comprare intere classi politiche, accademiche, burocratiche. L’azione di opposizione popolare da parte dei piccoli e medi produttori agricoli, dei consumatori, degli abitanti delle aree esposte all’avvelenamento da agoindustria deve seguire nuovi canali, deve assumere nuove forme. La capacità di incidere sulle scelte politicimage_manager__ab2_marienberg_transparent_kompr_1he diminuisce mano a mano che si risale lungo le filiere politico-istituzionali. Sappiamo bene come la Commissione europea sia più permeabile alle “esigenze” delle multinazionali dei parlamenti nazionali, come questi siano più permeabili di quelli regionali e come – in definitiva – solo al livello politico-amministrativo più basso oggi ci sono reali spazi di manovra. Sappiamo anche bene come ogni entità organizzata (vedi le associazioni ambientaliste istituzionalizzate) oggi sia permeabile – in forza del fabbisogno finanziario e della necessità di pagare gli stipendi ad una burocrazia interna che assume il vero controllo politico – all’influenza delle lobby economiche.

Solo dove chi ha una responsabilità non può nascondersi e deve guardare negli occhi i propri elettori quando si radunano in assemblee popolari per bloccare una centrale a biomasse piuttosto che per chiedere un referendum sui pesticidi. Ma tante lotte locali assumono automaticamente una valenza politica.

Note (1) United Nations Conference on Trade and Development TRACKING THE TREND TOWARDS MARKET CONCENTRATION: THE CASE OF THE AGRICULTURAL INPUT INDUSTRY Study prepared by the UNCTAD secretariat, 2006 (PDF)

Il Rodale Insitute (visita il sito) si trova a Kutztown in Pennsylvania. E’ un istituto di ricerca agronomica la cui attività è rivolta principalmente a confrontare l’agricoltura biologica e quella convenzionale. I risultati ottenuti nel corso di trent’anni di prove sono stati pubblicati su riviste scientifiche e condotti secondo metodologie rigorose. Assumono pertanto un grande valore. E’ facile sostenere che l’agricoltura biologica nei primi anni dopo la conversione non produce quanto quella convenzionale. La differenza, però, va misurata sul lungo periodo perché è sulla capacità dell’agricoltura di conservare la potenzialità produttiva dei suoli agrari del pianeta nei prossimi decenni che l’umanità scommette. Quando gli effetti positivi sulle caratteristiche chimico-fisiche del suolo e sulla vita biologica si accumulano anno dopo anno l’agricoltura bio riesce a produrre quanto quella convenzionale, ma con molti meno impatto sulla terra, sulle acque, sull’atmosfera, sulla biodiversità, sulle culture e umane e le strutture sociali, sulla salute. Il terreno, coltivato per trent’anni con i due metodi mostra un comportamento completamente diverso. Nella foto seguente a sinistra una zolla “bio”, a destra una “convenzionale”. A contatto con l’acqua il terreno coltivato con il metodo convenzionale (concimi chimici) si disgrega e cede materiale in sospensione che si addensa anche in superficie mentre la zolla bio resta intatta, assorbe acqua e non rilascianell’acqua alcunché che la intorbida. Cosa significa? Che il terreno bio ha meno bisogno di acqua perché ne immagazzina di più e la cede gradualmente alle piante. Ne consegue che quando l’acqua è scarsa le produzioni bio sono migliori di quelle del convenzionale. Ma ne consegua anche che il terreno bio subisce meno lisciviazione ovvero trasferimento di elementi nutritivi (e inquinanti) in soluzione nelle falde acquifere sotterranee. Il terreno convenzionale è più fragile e subisce maggiormente il compattamento delle macchine agricole, con il che diminuisce l’apporto di aria e l’assorbimento dell’acqua; con il che le radici con più fatica si sviluppano nel terreno costituendo un apparato radicale efficiente nell’assorbine acqua e nutrienti, ma anche capace di tenere aggregato il terreno e di produrre, una volta che le radici muoiono, sostanza organica in grado di arricchire il terreno di humus.

Rodale2scarica il PDF con il rapporto su 30 anni di prove agronomiche (in inglese)

Report Rodale

Vignaioli

Giovanni Beghini, medico per l’ambiente e presidente dell’associazione Terra Viva per l’agricoltura biologica risponde alle campagne propagandistiche di Assofertilizzanti tendenti a inculcare nell’opinione pubblica l’idea che senza concimi chimici (e pesticidi con i quali vanno di conserva) non si possa sfamare la popolazione del pianeta. Quando, invece, sappiamo che l’agricoltura convenzionale con tutti i suoi sforzi tecnologici e il “miglioramento” genetico va inesorabilmente incontro a rese decrescenti. Perché compromette la fertilità a lungo termine del terreno, perché provoca la recrudescenza di parassiti e fattori biologici avversi alle coltivazioni.

BeghiniGiovanni Beghini  (sopra con Patrizia Gentilini)

I pifferai magici della chimica non garantiscono né sicurezza alimentare, né salvaguardia dell’ambiente

La terra intesa come pianeta e come suolo merita un rispetto di cui non conosciamo ancora le dimensioni. Ha un ruolo essenziale nella sua massima espressione di rapporto con l’umanità, che è l’agricoltura ma ha anche il ruolo fondamentale di laboratorio dei cicli biologici della natura, in particolare del carbonio e dell’azoto. E lo sviluppo di questo rapporto ha prodotto quella grande meraviglia, quel grande equilibrio armonico che era l’agricoltura fino all’avvento massiccio della chimica. Con l’uso sempre più raffinato di attrezzi (i primi vomeri moderni sono stati sperimentati ai primi dell’800 in Inghilterra, con la selezione delle sementi più adatte per ogni territorio, clima, altitudine e bisogno alimentare operata con saggezza e pazienza da generazioni di contadini attenti , con la scoperta dei benefici della rotazione delle colture si era arrivati ad una agricoltura che nutriva le popolazioni, dava lavoro, manteneva un rapporto stretto tra persone e territorio. Tutto questo è stato superato con la promessa di migliori raccolti, di minore lavoro, di maggiore guadagno e grazie alla chimica.

A questo punto si potrebbe tentare una verifica di queste promesse e discutere delle tesi sostenute nell’articolo. L’impressione è che il suolo sia considerato una piccola parte di una macchina industriale, che si può e si deve modellare secondo determinate nostre esigenze e non una entità preziosa con sue proprie esigenze. Salute del pianeta: Nel nostro piccolo, in Italia si usano 150000 tonnellate di pesticidi all’anno e 700000 tonnellate di fertilizzanti all’anno. Non è certamente questa la salute del pianeta, visto che molte di queste sostanze sono POPs e finiscono inevitabilmente in mare, nelle acque profonde, nel terreno, nei cibi. In un passo successivo dell’articolo si parla addirittura di acque pulite quando ogni anno i rapporti ISPRA sono più preoccupanti. Si parla di sicurezza alimentare ma se negli anni ’60 c’erano sulla terra 80 milioni di persone che soffrivano la fame ora si stima siano 800 milioni. C’ è ancora una produzione alta di cibo ma non viene distribuito, molte volte proprio a causa delle politiche agricole dei grandi paesi. In questo senso affermare che questa agricoltura realizza una lotta alla povertà è poco credibile, la povertà e la distanza dal cibo è in aumento nel sud del mondo ma anche alla nostra latitudine. C’è qualcosa di sbagliato se un paese con una spiccata vocazione agricola come il nostro è fra i principali importatori di olio di oliva, di grano, di carne, dei principali alimenti ed esporta quasi solo vino.

E’ perfettamente vero che la terra, il suolo compie una immane opera di resilienza rispetto al contenimento dell’acqua, un metro cubo di humus trattiene mezzo metro cubo di acqua, con grande beneficio per il rallentamento dello scorrimento e per la riserva idrica che rappresenta nei momenti di siccità ma questo lo può fare solo un suolo vivo, vero, non un suolo trattato con erbicidi, diserbanti e fertilizzanti minerali, quest’ultimo può trattiene al massimo il 10 % di acqua. Non solo, si dice che un cm cubo di suolo vivo contenga 50000 batteri al lavoro (il numero è certamente difficile da determinare) una infinità di miceli, di micorizze e questa è la base della biodiversità. Un suolo troppo a lungo e troppo intensamente trattato si riduce essere privo di questa biodiversità. Abbiamo ben presente le steppe dell’Asia centrale sottoposte ad intense fertilizzazioni in epoca sovietica che sono trasformate in deserti. Ma abbiamo presente anche le cartine che mostrano l’avanzata inesorabile della desertificazione anche nel nostro paese, ora semplicemente ritardata da due anni di piogge. Siamo perfettamente d’accordo con chi scrive l’articolo invece sulla necessità di fermare la cementificazione e l’urbanizzazione a scapito del terreno agricolo e condividiamo la richiesta di non usare il fotovoltaico a terra, ritenendo che il miglior sistema per produrre energia sia rappresentato ancora dalla clorofilla. Così auspichiamo, con le parole dell’articolista, di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni (primo passo è restituire la sovranità alimentare derubata con il brevetto dei semi e secondo passo è fermare il land grabbing ormai esteso in tutto il pianeta) proteggere gli ambienti naturali, ma favorendo la biodiversità e non la monocultura, ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura, ma con l’agricoltura chimica si ha l’impatto più grande, il consumo di calorie da energia fossile necessario a produrre una caloria di cibo è in rapporto di 10:1, mentre nell’agricoltura organica è di 2:1.

Ci sono molte altre problematiche di fondo nella questione fertilizzanti. Una è il reperimento delle materie prime. Oltre all’uso del concime animale praticato fin dagli albori dell’agricoltura, nel ‘700 le materie prime furono le ossa, ma furono ben presto insufficienti, poi fu il guano ed anche quello ebbe una fine, si cercarono miniere di fosfati ma anche quelle non sono eterne. Ora si cerca di usare il fermentato degli impianti a biogas ma è somiglia più un sistema per smaltire rifiuti che una utilità per la terra. C’è poi un problema prezzi: se si fa un rapporto fra il prezzo del prodotto agricolo (che cala o è stabile) ed il prezzo del concime (che cresce o è stabile) questo rapporto diminuisce sempre a scapito dei profitti dell’agricoltore che produce di più (forse) ma guadagna di meno. C’è poi un altro grande problema: il fenomeno di tachifilassi: per produrre la stessa quantità di prodotto è necessario usare una sempre maggiore quantità di fertilizzante. Questo problema sommato ai precedenti mette in evidenza quanto rischioso sia perseverare nel percorrere sempre la stessa strada, che il pianeta non può più sostenere e quanto sia necessario trovare presto alternative adeguate, che non sono un romantico ed impossibile ritorno alla agricoltura di un secolo fa. Tutte le energie della ricerca, della passione, della tecnica, dell’economia e della politica sono necessarie per percorrere una nuova strada.

Assofertilizzanti faccia pure la sua pubblicità aziendale come tutte aziende e faccia la sua propaganda finalizzata a far credere che il bisogno di fertilizzanti debba sempre aumentare come il proprio giro d’affari ma per favore non la camuffi da salvaguardia del pianeta, non usi parole che perdono il loro significato in bocca a chi nella pratica produce effetti letteralmente opposti a quelli che declama.

patrizia-gentiliniRiportiamo (in fondo) il link ad una pubblicazione della Dott.ssa Patrizia Gentilini. Oncologa ed ematologa Patrizia Gentilini è impegnata nella divulgazione delle conseguenze della diffusione nell’ambiente e della contaminazione alimentare con i pesticidi. Non solo tumori ma danni metabolici, neuropscichici, alla fertilità, non solo per le persone esposte ma anche per la loro progenie. Di seguito riportiamo le conclusioni e il DECALOGO. L’ultimo punto del “cosa fare” invita a NON DELEGARE AD ALTRI LA TUTELA DELLA PROPRIA SALUTE. Dobbiamo fare nostro fino in fondo questo “comandamento”.  Non si può delegare alle istituzioni, alla politica, all’ambientalismo  istituzionalizzato la lotta per la tutela della salute (che è al tempo stesso tutela degli ecosistemi). Occorre un movimento spontaneo non influenzato dai mille condizionamenti  che subiscono i soggetti istituzionali e le organizzazioni da parte degli enormi interessi in gioco. Un movimento che si unifichi intorno alla messa al bando senza se e senza ma dei veleni in agricoltura, all’estensione – graduale ma con tempi definiti – di tutta l’agricoltura ai metodi biologici senza più le foglie di fico e gli alibi della “lotta integrata”.  Se ci ponessimo obiettivi meno radicali dimostreremmo di non aver capito la gravità di quello che la Gentilini ci dice e che riflette tanto dolore e sofferenza di chi è ammalato e di chi si ammalerà in futuro come conseguenza di un avvelenamento ìlegale’ e ‘sostenibile’ entro i limiti che le autorità decidono che dobbiamo sopportare nel corso della nostra vita.

Conclusioni

Possiamo con ragionevole certezza affermare che la relazione fra pesticidi e salute umana è stata ampiamente indagata e che soprattutto per quanto riguarda i danni neuropsichici per l’infanzia e ri schi tumorali (in particolare tumori ematologici), si riscontra un nesso di causalità difficilmente opinabile. Questi rischi sono stati infatti ormai dimostrati in modo inequivocabile per gli agricoltori o comunque per i lavoratori esposti e la loro prole.

Anche nel nostro paese un recente studio condotto per indagare la mortalità degli agricoltori in Italia rispetto ai lavoratori dell’industria ed altre attività ha posto in evidenza il fatto che in questa categoria, in relazione a tutte le cause di decesso, si sono “riscontrati livelli di rischio generalmente più elevati per i lavoratori e le lavoratrici del settore agricolo rispetto agli altri settori e segnatamente a quello industriale”.

Sempre la medesima indagine segnala che le cause dei suddetti aumenti di rischio, sono anche da ricercare nei “profondi cambiamenti che negli ultimi decenni hanno mutato il volto dell’agricoltura dei paesi sviluppati, vale a dire l’impiego massiccio e sistematico di sostanze chimiche di sintesi (fungicidi, diserbanti, insetticidi e concimi) …in ragione dell’esposizione diretta degli operatori agricoli agli agenti inquinanti.”

Tuttavia è difficilmente credibile che anchele esposizioni ambientali e non professionali possano essere scevre da rischi: le molecole dei pesticidi sono ormai entrate sta bilmente nel nostro habitat, contaminano le acque, i terreni, gli alimenti e si ritrovano nel cordone ombelicale e nello stesso latte materno. Esse agiscono a dosi infinitesimali, sono presenti ormai in veri cocktail di principi attivi ed interferiscono con funzioni importanti e delicatissime quali quelle ormonali, riproduttive, metaboliche.

L’allarme che tutto ciò comporta, almeno nella parte più responsabile del mondo scientifico, è crescente. In un recente li bro di una grande epidemiologa america na Devra Davis troviamo scritto: ”Quando scopriamo che quel che ieri era “il trionfo della chimica moderna” è invece una minaccia mortale all’ambiente mondiale, è legittimo chiedersi cosa altro non sappiamo.

Di fronte a queste considerazioni appare sempre più urgente imboccare l’unica strada che fino ad ora non è stata percorsa nè nella guerra contro il cancro, nè per altre patologie, ovvero la strada della Prevenzione Primaria, cioè una drastica riduzione della esposizione a tutti quegli agenti chimici e fisici già ampiamente noti per la loro tossicità e cancerogenicità. La dimostrazione di quanto sia vincente la strada della Prevenzione Primaria viene proprio, nel campo dei pesticidi, da quanto è stato fatto in Svezia dove, grazie alle ricerche di un coraggioso medico, Lennart Hardell, negli anni ’70 furono messi al bando alcuni pesticidi: ora, a distanza di trenta anni, in quel paese si sta registrando una diminuzione nell’incidenza dei linfomi.

Questa è la strada del resto indicata anche nell’indagine italiana in cui troviamo scritto: “è facile comprendere che adesempio – politiche tese a incentivare le pratiche della agricoltura cosi detta biologica, potrebbero contribuire a contenere in misura considerevole l’esposizione a condizioni critiche come quelle cui qui sopra si è fatto cenno”.

Ci sembra di particolare rilievo segnalare a questo proposito una recente indagine del Rodale Institute che, dopo studi e confronti durati 30 anni, ha evidenziato come l’agricoltura biologica si dimostri superiore a quella convenzionale per produttivi tà, qualità del suolo, dispendio di energia e guadagno economico.

Su temi di così grande rilievo i cittadini hanno il diritto di ricevere informazioni serie, puntuali, chiare: la protezione in momenti “cruciali” della vita quali la gravidanza, l’allattamento, l’infanzia deve essere un imperativo per tutti. E’ nell’interesse nostro, ma soprattutto di chi verrà dopo di noi passare dalle parole ai fatti, adottare precise norme a tutela della salute pubblica e pretendere l’applicazione delle leggi già esistenti, perchè come ha detto Sandra Steinberg: dal diritto di conoscere e dal dovere di indagare discende l’obbligo di agire”.

Il Decalogo

1) PROTEGGERE LE DONNE IN GRAVIDANZA,IN ALLATTAMENTO E LA PRIMA INFANZIA DALL’ESPOSIZIONE A PESTICIDI/FITOFAR MACI E GARANTIRE LORO ALIMENTI NON CONTAMINATI;

2) PROMUOVERE L’ADOZIONE DEI METODI DELL’AGRICOLTURA BIOLOGICA E/O BIODI NAMICA* CHE BANDISCONO L’USO DI PESTICIDI DI SINTESI SOSTITUENDOLI CON METODI DI LOTTA NATURALI E/O NON PERICOLOSI;

3) EVITARE, PER QUANTO POSSIBILE, L’USO DOMESTICO DI FITOFARMACI/INSETTIC DI PER PIANTE ORNAMENTALI, PARASSITI ED INSETTI INDESIDERATI, SOSTITUENDOLI CON I PRINCIPI ATTIVI DELL’AGRICOLTURA BIOLOGICA E/O BIODINAMICA;

4) PROMUOVERE IL CONSUMO DI PRODOTTI DA AGRICOLTURA BIOLOGICA E/O BIODINAMICA;

5) ACQUISTARE PRODOTTI DI STAGIONE, PREFERIBILMENTE LOCALI E DA PICCOLI COLTIVATORI CHE DIANOLE MASSIME GARANZIE CIRCA L’ASSENZA DI PESTICIDI;

6) ESERCITARE AZIONE DI CONTROLLO SULLE MENSE SCOLASTICHE;

7) RICHIEDERE UNA VERIFICA PERIODICA DELLA QUALITA’ DELL’ACQUA E DEI CONTAMINANTI IN ESSA CONTENUTI;

8) LEGGERE, INFORMARSI, DOCUMENTARSI PER RESPONSABILIZZARSI NEI CONFRONTI DELLA SALUTE;

9) EDUCARE I FIGLI AD UNA SANA ALIMENTAZIONE INNANZI TUTTO CON L’ESEMPIO;

10) NON DELEGARE AD ALTRI LA TUTELA DELLA PROPRIA SALUTE

*l’agricoltura biodinamica è ancora più restrittiva di quella biologica e si basa sull’assoluto rispetto dei cicli naturali

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