Un’ampia indagine conferma quello che gli agricoltori bio sostengo da tempo: l’agricoltura convenzionale mina la fertilità del terreno a lungo termine, riduce le difese naturali delle piante, provoca accumulo di fattori avversi (malerbe, insetti, crittogame). L’agricoltura bio alla lunga risulterà più produttiva di quella convenzionale. Il fatto è che la ricerca agronomia si è concentrata sul miglioramento genetico di varietà finalizzate all’agricoltura convenzionale. Orientando le risorse per la ricerca agricola alle esigenze dell’agricoltura bio il differenziale di rese si ridurrebbe del tutto. Il fatto è che non vi è interesse a minare il business delle multinazionali delle sementi, degli Ogm, dei pesticidi che ha molti agganci nella pubblica amministrazione, nella politica, nelle università, nelle organizzazioni agricole. Con il supporto della ricerca e dei servizi di extension il bio potrebbe diventare lo standard applicato a tutta l’agricoltura europea e un sostegno particolare potrebbe essere concesso ai sistemi di agricoltura naturale oltre il bio dei regolamenti (permacoltura, agricoltura sinergica ecc.) nel quadro anche di programmi di agricoltura urbana e civica di risanamento e riqualificazione del territorio e di rivitalizzazione delle comunità.

Permacultura

fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/12/10/news/confronto_rese_agricoltura_biologica_industriale-2406436/

10 dicembre 2014

Lo svantaggio produttivo delle coltivazioni che non usano concimi e pesticidi rispetto a quelle di tipo convenzionale è più basso di quanto stimato in passato e l’attenta gestione di opportune pratiche agricole potrebbe ridurlo ancora di più. È il risultato dell’analisi di 152 studi che hanno confrontato le rese delle due forme di agricoltura (red)

Le colture che non impiegano pesticidi e concimi di sintesi rendono il 19,2 per cento in meno di quelle convenzionali, una differenza inferiore alle rese, molto variabili, spesso indicate in letteratura. Lo ha scoperto uno studio di ricercatori dell’Università della California a Berkeley pubblicato sui “Proceedings of the Royal Society B”, nel quale è stata effettuata un’analisi di 115 studi già pubblicati, una meta-analisi in gergo tecnico, e che avevano confrontato la cosiddetta agricoltura biologica con quella convenzionale.

La meta-analisi ha anche scoperto che alcune pratiche di coltivazione potrebbero ridurre ulteriormente il divario di produttività con l’agricoltura convenzionale. “Il fabbisogno alimentare mondiale dovrebbe aumentare notevolmente nei prossimi cinquant’anni, è quindi cruciale un occhio più attento all’agricoltura biologica perché, a prescindere dall’impatto ambientale dell’agricoltura a scala industriale, la capacità dei fertilizzanti sintetici di aumentare la resa delle colture è in calo”, affermano gli autori.

In particolare, Claire Kremen e collaboratori sottolineano che un’attenta gestione di due pratiche agricole – la policoltura (in cui coesistono diverse coltivazioni in una stessa area nella stessa stagione) e la rotazione delle colture – consentano di ridurre sostanzialmente il divario di rendimento portandolo ad appena l’8 o il 9 per cento. L’entità del divario dipende inoltre dal tipo di coltivazione, e per alcune è pressoché insignificante, come nel caso delle leguminose.

“Il nostro studio suggerisce adeguati investimenti nella ricerca agroecologica per migliorare la gestione organica e per selezionare varietà, o cultivar, più adatte ai sistemi di agricoltura biologica, potrebbero ridurre il divario di rendimento o addirittura eliminarlo per alcune colture o regioni”, spiega Lauren Ponisio, autrice dell’articolo.

“È importante ricordare che il nostro attuale sistema agricolo produce molto più cibo di quanto è necessario ad alimentare la popolazione mondiale”, conclude Kremen. “Per eliminare la fame nel mondo è necessario aumentare l’accesso al cibo, non solo la produzione. Inoltre, aumentare la percentuale di agricoltura che usa metodi biologici e sostenibili di coltivazione non è una scelta, è una necessità. Semplicemente non potremo continuare a lungo a produrre cibo senza prenderci cura di suolo, acqua e biodiversità. “

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