Archivi per la categoria: patologie ambientali

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/19/agricoltura-a-proposito-dei-danni-da-pesticidi/1438386/#

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di Patrizia Gentilini

Alimentazione e sicurezza alimentare, anche grazie ad Expo, sono argomenti di estrema attualità: correlati a questi temi sono usciti in questi giorni due comunicati stampa di particolare rilievo in quanto affrontano i rischi per la salute e l’ambiente rappresentati dall’utilizzo di pesticidi in agricoltura.

Il primo, datato 30 gennaio u.s. ed inviato alle Autorità competenti, è dell’Associazione dei Medici per l’Ambiente ed affronta il tema delle deroghe per l’utilizzo di principi attivi già messi al bando per la loro pericolosità. Il problema è di estrema attualità in quanto in questi giorni, ad esempio, la Regione Veneto sta valutando se concedere deroghe per 26 sostanze: si pensi che ben 598 sono i pesticidi già autorizzati in deroga nel nostro Paese fino al 31 Maggio 2015. Si ricorda anche che l’ultimo rapporto Ispra sui pesticidi nelle acque italiane evidenzia una “ampia diffusione della contaminazione” ed il rilevamento di ben “175 sostanze diverse, un numero più elevato degli anni precedenti”. Nel suddetto rapporto viene trattato, come in passato, il tema delle miscele di sostanze e vi si afferma che “la valutazione di rischio, infatti, nello schema tradizionale considera gli effetti delle singole sostanze, e non tiene conto dei possibili effetti delle miscele che possono essere presenti nell’ambiente. C’è la consapevolezza, sia a livello scientifico, sia nei consessi regolatori, che il rischio derivante dalle sostanze chimiche sia attualmente sottostimato e si impone una particolare cautela anche verso i livelli di contaminazione più bassi.”

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Isde Italia ribadisce che è ormai assodato che l’esposizione a pesticidi comporta non solo gravi ed irreversibili alterazioni a carico dell’ambiente e della biodiversità, ma può correlarsi anche a gravi conseguenze sulla salute umana. Questi effetti, già evidenziati nelle categorie di persone esposte professionalmente, riguardano oggi tutta la popolazione umana, stante l’utilizzo sempre più massiccio e diffuso di questi agenti in ogni parte del pianeta. Le conseguenze di tali esposizioni possono rivelarsi particolarmente gravi – anche a basse dosi – in particolare se si verificano durante la vita embrio-fetale e nella prima infanzia, aumentando il rischio di danni cerebrali e di malattie che possono manifestarsi anche nelle fasi più tardive della vita. Vi è ormai evidenza di forte correlazione fra esposizione a pesticidi e patologie quali cancro, malattie respiratorie, malattie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e sclerosi laterale amiotrofica (SLA), autismo, deficit di attenzione ed iperattività, diabete, disordini riproduttivi, malformazioni fetali, disfunzioni tiroidee. La possibilità che alcune di queste malattie agiscano modificando alcune funzioni fondamentali delle cellule, comprese le cellule della linea germinale, non può che accrescere le preoccupazioni per la salute pubblica. È quindi più che mai importante promuovere pratiche agronomiche sostenibili in grado di soddisfare i bisogni alimentari di tutti.

La Direttiva 2009/128/CE, di cui il PAN (Piano di Azione Nazionale) costituisce recepimento e applicazione, prevede che “gli utilizzatori professionali di pesticidi adottino le pratiche o i prodotti che presentano il minor rischio per la salute umana e l’ambiente tra tutti quelli disponibili per lo stesso scopo”: ciò conferma la necessità di promuovere tecniche agronomiche radicalmente alternative alle attuali. Le Autorità competenti non possono essere complici della legittimazione di pratiche e prodotti chimici di sintesi già vietate per ragioni di sicurezza. Il Principio di precauzione, sancito dall’Unione Europea, deve guidare anche a livello nazionale e locale ogni decisione in materia di attività e sostanze pericolose.

Il secondo comunicato è del 17 febbraio ed è a firma del Tavolo delle associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica di cui fanno parte: Aiab, Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, Fai, Federbio, Firab, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Slowfood, Touring Club Italiano, Associazione Pro Natura, Siep, UpBio Wwf. In questo comunicato congiunto si fa notare come l’Italia sia il maggior consumatore europeo di pesticidi per unità di superficie coltivata dell’Europa occidentale, con un consumo pari a 5,6 chili per ettaro ogni anno, valore doppio rispetto a quelli della Francia e della Germania. Si riprendono anche i dati dell’Ispra circa la contaminazione delle acque e si riportano le sostanze che più spesso hanno determinato superamento dei limiti: glifosate, metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina. Le associazioni suddette lanciano pertanto un allarme sul tema del Piano di Azione Nazionale sull’utilizzo sostenibile dei pesticidi previsto dalla direttiva europea del 2009 e adottato in Italia solo nel 2014 ed affermando che: “Il Piano italiano non contiene proposte concrete per tutelare la salute dei cittadini e dell’ambiente”. Non è prevista una sensibile riduzione delle sostanze chimiche in uso, ma solo l’obbligo dal novembre 2015 di rispettare ciò che andrebbe rispettato per legge, ossia le prescrizioni contenute sulle etichette degli agrofarmaci”.

“Il rischio è che le multinazionali della chimica continuino a condizionare l’applicazione delle politiche europee nel nostro Paese e la destinazione di miliardi di euro di soldi pubblici che verranno spesi da qui al 2020 con l’applicazione della PAC, la politica agricola comunitaria. La stessa nuova programmazione dei Programmi di Sviluppo Rurale dalle Regioni per le misure agroambientali rischia di essere destinata sempre più a pratiche agronomiche che prevedono l’uso massiccio di pesticidi. Bisogna invece favorirne la reale riduzione principalmente attraverso la conversione al biologico, premiando quelle aziende agricole in grado di fare a meno dei pesticidi e che producono benefici per tutti: cibo sano, tutela dell’ambiente e della biodiversità agricola e naturale”. Il Tavolo conclude chiedendo “che i provvedimenti in attuazione del Pan seguano un iter trasparente visto che riguardano temi fondamentali per tutti i cittadini come la tutela della salute delle persone e dell’ambiente, che dovranno essere in primo piano per il nuovo periodo della programmazione dei fondi comunitari. Per questo il tavolo delle Associazioni ha chiesto un incontro al ministro dell’Agricoltura e alle Regioni ma le lettere inviate all’inizio di dicembre non hanno ricevuto ancora nessuna risposta”.

Quanto affrontato nei due comunicati è di cruciale importanza perché, come ricordato nel comunicato dei Medici per l’Ambiente, anche sul piano delle rese economiche, l’agricoltura basata sulla chimica di sintesi è stata messa in discussione. Una recente metanalisi dell’Università di Berkeley, che ha esaminato 115 ricerche scientifiche per confrontare agricoltura biologica e convenzionale, ha concluso che non vi sono prove sufficienti per affermare che l’agricoltura convenzionale sia più efficiente e dia rese maggiori rispetto a quella biologica, affermando che: “È importante ricordare che il nostro attuale sistema agricolo produce molto più cibo di quanto sia necessario per sfamare il pianeta. Per sradicare la fame nel mondo è necessario aumentare l’accesso al cibo, non solo la produzione. Inoltre, aumentare la percentuale di agricoltura che utilizza metodi biologici e sostenibili non è una scelta, è una necessità. Non possiamo semplicemente continuare a produrre cibo senza prenderci cura del nostro suolo, dell’acqua e della biodiversità”.

L’agricoltura biologica è purtroppo molto spesso bistrattata, ma recenti ampie indagini hanno evidenziato che, ad esempio, una alimentazione di tipo biologico in gravidanza riduce in modo significativo il rischio di complicanze gravidiche quali l’eclampsia e di malformazioni quali l’ipospadia.

Ciò non deve stupire se pensiamo che i principi attivi presenti in un gran numero di pesticidi possono agire come interferenti endocrini a dosi estremamente basse specie in periodi cruciali quali la vita intrauterina: sono ormai decine e decine gli studi che confermano i rischi connessi all’esposizione a tali sostanze. Ad esempio una revisione di 13 studi caso-controllo pubblicati fra il 1987 e 2009 per indagare il rischio di leucemia infantile correlato ad esposizione residenziale a pesticidi ha evidenziato che il rischio più elevato, oltre il doppio dell’atteso, si aveva per esposizione durante la gravidanza anche a pesticidi per uso domestico; da un’altra revisione del 2013 che ha preso in esame gli effetti dei pesticidi sul neurosviluppo (in particolare sulla sfera sensoriale, motoria, cognitiva, su QI e sulla morfologia cerebrale con risonanza magnetica) è emerso che 26 su 27 studi evidenziano effetti neurocomportamentali, con una relazione dose-risposta in 11 su 12 studi; inoltre 10 studi longitudinali, che hanno valutato l’esposizione prenatale, hanno riscontrato effetti comportamentali all’età di 7 anni ed alterazioni motorie specie nei neonati; addirittura in 2 gruppi di 20 bambini ciascuno, con livelli medio/alti e medio/bassi di clorpirifos valutato alla nascita sul cordone ombelicale, una risonanza magnetica nucleare eseguità in età scolare ha evidenziato alterazioni cerebrali anche per i bambini esposti ai più bassi livelli di clorpirifos.

Di quali altre evidenze abbiamo bisogno per capire che è urgente invertire la rotta?

Perché non promuovere da subito e senza esitazioni una agricoltura che utilizza metodi biologici, la sola in grado di rispettare, ancor prima dell’ambiente, la salute umana ed in special modo quella delle generazioni a venire?

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Una malata di MCS dal Veneto scrive a tutti noi che ci battiamo per l’eliminazione dei pesticidi, per la salute e l’ambiente, l’aria e l’acqua pulite, un’agricoltura “rinaturalizzata” incoraggiandoci a continuare a combattere con più forza. “Semi puliti” chiama Giovanna dal Cin i comitati che si battono contro l’uso dei pesticidi e altre forme di inquinamento ambientale (come le biomasse). “Dobbiamo diventare migranti dell’inquinamento? Dobbiamo rinchiuderci nelle caverne, nei rifugi sotterranei come per evitare i bombardamenti della guerra (il riferimento è a un centro di cura per allergie in una ex miniera in Valle Aurina in Sudtirolo)?” O forse non è meglio lottare contro i tanti avvelenamenti “entro i limiti di legge” cui siamo sottoposti?

 

Insieme costituiamo semi puliti che germoglieranno

 

A Michele Corti e agli amici del coordinamento pesticidi no grazie

Sono qui a scambiare dopo la segnalazione di Sara (vedi l’articolo pubblicato su questo blog e ripreso dal sito http://www.ruralpini.it https://pesticidinograzie.wordpress.com/2014/01/22/multiple-chemical-sensitivity-atto-di-accusa-contro-aria-malata-e-pesticidi/ )
Confermo: la Lombardia, il Veneto, l’Emilia  sono all’estremo delle forze come aria. L’aria è malata, per non dire forse che l’abbiamo uccisa.
Sara mi ha fatto venire in mente che una sera d’agosto tornavo nel pomeriggio da Bergamo per arrivare a Treviso, in auto con un’amica.
Con due mascherine non riuscivo a tutelare la mia salute, ma anche la mia amica non malata, non riusciva a respirare.
Abbiamo pregato per arrivare a casa.
L’inquinamento è devastante.
Siamo in tanti con sindromi neuro-immuno-endocrino tossiche come la sensibilità chimica multipla, diventiamo sensibili a piccole dosi di inquinanti, sviluppiamo un’olfattività molto accentuata che porta immediatamente a problematiche infiammatorie, neurologiche, respiratorie e a reazioni corporee molto forti. Ogni giorno noi lottiamo con le particelle d’aria e con gli alimenti, viviamo costantemente con il principio di precauzione e si applica l’evitamento come prevenzione. E’ una disfunzione endocrina, immunitaria, enzimatica, metabolica, recettoriale con modificazioni genetiche.
L’asma,  la sindrome di Sjogren, le tiroiditi,  le sclerosi, il diabete, il Parkison, l’Alzaimer, le allergie, le intolleranze, la fibromialgia, la stanchezza cronica, il cancro… ecc. sono in grande aumento e sono sempre patologie collegate all’ambiente chimico e alla tossicità.
Sono malattie croniche, molto diffuse e in aumento.
Noi che abbiamo la sensibilità ci troviamo ad essere i sensori dell’ambiente.
Comprendo Sara: molti di noi si sono già trasferiti in altre zone più pulite, più sane, per applicare la prima prevenzione: l’evitamento.
C’è chi vive su un fiume, chi è andato sul mare verso Sud, chi si ritira in montagna…famiglie divise, affetti spezzati, che dire?
A volte mi chiedo come fuggire, a volte mi chiedo come affrontare la realtà urlando l’emergenza.
E’ per questo che ora condivido, mi sento sostenuta da  tutti voi del coordinamento no pesticidi, dall’Isde e insieme ad altri “angeli” , INSIEME fondiamo  associazioni, comitati territoriali come semi puliti,  piantati per germogliare e trasformare.

Un anedottoto per tutti: nei pressi di  San Candido c’è la valle Aurina, posto incontaminato con ancora l’acqua  sana e l’agricoltura naturale e contadina. In fondo alla valle, all’estremo Nord dell’Italia, sotto la vetta d’italia  c’è Predoi: qui è stato creato un centro climatico: una miniera di rame  dismessa utilizzata per accogliere pazienti con varie allergie.

Molti sono i pazienti, tantissimi bambini che soggiornano  sotto terra per trovare ristoro e salute.
La cura funziona per diverse ragioni. La mia considerazione è che questa terapia  è un segnale forte e chiaro: abbiamo bisogno di andare dentro la madre terra per trovare beneficio e aria purissima?

Molte sono le associazioni che danno l’emergenza per pazienti allergici alla chimica: in Veneto a marzo del 2013 la M.C.S. è stata riconosciuta, ma mancano ora le norme e l’azione applicativa  per il centro di cura e diagnosi.
Ora un’associazione veneta, l’Anfisc, ha individuato  un gruppo  di medici  plurispecialisti  e ha trovato un centro disponibile, Borgo-Trento di Verona, per creare  questo centro, ma  la Regione accoglierà, finanzierà, collaborerà?
E’ questo un esempio concreto di possibile interazione tra cittadini pazienti/associazione  e politica. Funzionerà? Me lo auguro di tutto cuore.
Se potete fare qualcosa perchè ciò avvenga, potremmo esprimere ancora fiducia nelle istituzioni.
Penso che, come è avvenuto nella Rurh negli anni novanta, solo se istituzioni e cittadini lavoreranno insieme con responsabilità si potrà ancora salvare il  territorio e il  pianeta, l’aria, l’acqua, l’agricoltura  come beni comuni.

Giro a Lei, Michele,  questa comunicazione se desidera può postarla per favore anche sul coordinamento “no pesticidi” e girarla a Sara, se lei lo ritiene possibile.
Con sincera solidarietà a Sara e  come Sara ci sono Vania,  Laura e i suoi quattro figli, Bruno, Vanna, Paola, Antonella, Daniele, Marco, Bruna, Zoe, Camilla, Francesco,  Silvia, Dina, Livia, Ebe, Emanuela, Gabriele, Susanna, Andrea  ….per ogni nome c’è una vita in gioco per la salute.

Grazie per chi si muove e agisce con responsabiltà verso la prevenzione:  e’ questa l’ arma più efficace per non finire tutti migranti per l’inquinamento  o peggio ancora a cercare un sito nel ventre della terra come protezione, come durante i bombardamenti.
Grazie di cuore a  tutti voi e  con fiducia verso un cambiamento.


Giovanna

fonte: http://www.ruralpini.it/Inforegioni19.01.14-Rinata-in-montagna.html

(19.01.14) La storia di Sara Capatti, una giovane bergamasca affetta da MCS, multiple chemical sensitivity che ha voluto raccontare cosa significhi questa diffusa ma non riconosciuta patologia. E sta smuovendo le acque

Sara, malata di MCS rinata in montagna grazie alla vera solidarietà

di Michele Corti

Questa storia, che si presta a tante importanti riflessioni, mi è stata segnalata dall’amico Giancarlo Moioli. Da tempo, però, desideravo trattare di MCS (Multiple chemicals sensitivity): una malattia sociale che ha molto a che fare con le lotte in cui credo come tanti amici che conosco. Lotte per ridurre l’avvelenamento “sostenibile” cui siamo consapevolemente e cinicamente sottoposti dal sistema industriale capitalistico attraverso l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che ingeriamo, i prodotti tossici che il consumismo perverso impone nelle mura domestiche con il pretesto di “iperpulizia”, “splendore”, “profumo”, “disinfezione”. Intanto la vita in salute declina inesorabilmente anche se i media di regime sbandierano più facilmente i dati di una vita che si allunga (ma con Parkinson, Alzheimer, obesità, cancro, diabete). Ribelliamoci prima che sia troppo tardi

La sindrome da sensibilità chimica multipla (MCS) (o intolleranza ambientale idiopatica) rappresenta una patologia sociale in larga parte non riconosciuta, negata, cammiuffata, perché troppo scomoda sia per il sistema industriale e consumista, sia per il sistema sanitario. Quest’ultimo largamente improntato all’ “industria della cura” (grande consumo di farmaci che arricchisce le multinazionali) e ben poco alla prevenzione, all’igiene ambientale.

Per il sistema medico la MCS è ancora largamente una “malattia psicosomatica” . Ne consegue che i pazienti devono subire anche l’umiliazione di essere trattati come “malati immaginari”.  La Regione Emilia Romagna, che aveva aperto un laboratorio sullaa MCS, l’aveva classficata “malattia rara” salvo poi fare marcia indietro. Di tutto si può dire della MCS salvo che sia una malattia rara. Meglio non classificarla.

Negli Stati Uniti si stima un’incidenenza di MCS tra il 10 e il 15% della popolazione delle aree industriali. Il Dipartimento della salute della California ha riconosciuto attraverso indagini specifiche un’incidenza di MCS del 16%.

Ne consegue che molti pazienti affetti da MCS vedono scambiata la propria patologia per altre di tipo allergico.

La OMS nel 1996 ha definito la MCS come un disturbo acquisito con molteplici sintomi ricorrenti, associato a diversi fattori ambientali, tollerati dalla maggioranza della popolazione. Qualcuno potrebbe metterla sul piano “una questione di sfiga”. Lo fanno anche per il cancro che si continua ad attribuire a “mutazioni casuali” e non a determinanti ambientali che incidono sul complesso del genoma.

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Quando il corpo dice “basta” al bombardamento chimico

La MCS si manifesta in seguito all’esposizione a sostanze chimiche che non causano effetti avversi nella popolazione generale. I meccanismi biochimici sono ancora oscuri come oscuro è il ruolo del sistema immunitario (della serie “ma la Scienza non doveva sapere tutto nel XXI secolo?”)  Fatto sta che l’organismo “cede” e non tollera più qualsiasi piccola traccia di sostanze di sintesi nell’ambiente, come pesticidi, disinfettanti, detersivi, profumi, deodoranti personali o per la casa, vernici, solventi, colle e prodotti catramosi, sostanze impregnanti del legno, materiali dell’edilizia, carta stampata, inchiostri, scarichi delle auto, particolato, prodotti della combustione, prodotti plastici, farmaci, anestetici.  Il forte inquinamento che si ha tra le mura domestiche (sia per l’uso di prodotti per “igiene e pulizia” sia per via dei prodotti chimici utilizzati in edilizia e nell’industria del mobile) fa si che ad essere più colpite sono le donne che trascorrono più tempo tra le mura domestiche (ma potrebbero esserci delle determinanti fisiologiche legate).

Un mondo di apparente pulizia e splendore (in realtà sporco di chimica). Un sepolcro imbiancato

La pubblicità bombarda le casalinghe di “suggerimenti” a deodorizzare e disinfettare a tappeto superfici, indumenti, mani, oggetti, figli e mariti. Un modo per aumentare a dismisura la presenza negli ambienti domestici di composti volatili tossici (quelli che conferiscono alle tavolette per il WC, al detersivo per i piatti, ai deodoranti ecc. ecc. le “fresche fragranze” di pino o di limone per intenderci). C’è l’ossessione a coprire ogni profumo, aroma, odore naturale con aromi e profumi di sintesi per farci vvere in una bolla dentro la quale non sappiamo più riconoscere i segnali chimici naturali. Un modo per renderci sempre più impoveriti sensorialmente, per impedirci di riconoscere la varietà dei profumi e degli aromi naturali nel cibo e nell’ambiente. C’è anche la tendenza a farci vivere in un ambiente sterile, protetti da farmaci e prodotti chimici (ma anche sempre più fragili e vulnerabili). Disinfettare tutto uccide anche i microrganismi “buoni” che vivono in simbiosi con la nostra pelle. Una tendenza parallela alla sterilizzazione dei cibi (che come sappiamo non ci mette al sicuro da tossinfezioni)Il rischio è che i patogeni diventino sempre più resistenti “mitridizzati” alle dosi di antibatterici con le quali si trovano a costante contatto.

Recentemente la FDA (Food and Drugs Administration) statunitense si è espressa contro i saponi antibatterici mettendo in luce come siano inutili e pericolosi:  Secondo Colleen Rogers, microbiologa della Fda, “i rischi associati all’uso quotidiano e a lungo termine dei saponi antibatterici possano superare i loro benefici, ed alcune sostanze possono contribuire alla resistenza batterica agli antibiotici ed avere imprevisti effetti ormonali”.

CHIMICA-CASA

Una malattia non riconosciuta

La MCS si presenta attraverso vari sintomi ( di tipo irritativo a carico delle vie aeree, dell’apparato visivo, dell’apparato gastroenterico, associati spesso a cefalea e a malessere generale) e stadi di gravità.  Quando si manifesta in frma grave (come conseguenza di un persorso di peggioramento) risulta altamente invalidante in quanto per evitare tutte le sostanze chimiche il malato deve isolarsi ritirandosi a vita privata, evitare il contatto con gli altri che possono essere contaminati da sostanze chimiche ed evitare anche tutti i luoghi di vita sociale compresi scuole, sedi istituzionali, luoghi di lavoro, lavoro, locali pubblici.  Nel paese dei finti invalidi, però, la MCS non è riconosciuta come malattia invalidante e sono pochissime le strutture che assistono i malati. Questi ultimi, tra l’altro, non possono frequentare ambulatori e corsie perché la forte presenza di farmaci e disinfettanti rende questi ambienti off limits.

Sara Capatti, la malata di MCS che ha voluto far conoscere la propria storia e che ha innescato la gara di solidarietà di cui parleremo tra poco, ha vissuto – nonostante la sua giovane età – tutti i disagi dei malati di MCS. Deve vivere reclusa in casa con l’aria purificata da due depuratori. Vive grazie al sostegno economico del fratello operaio e può curarsi solo recandosi a Roma presso una struttura specializzata del Gemelli (il Lazio è la sola regione, insieme al Veneto, che riconosce la MCS). Ma il viaggio è un inferno: deve viaggiare di notte quando c’è meno traffico e inquinamento con i finestrini chiusi e senza condizionatore anche in estate.

Non nasconde di essere stata oggetto di umiliazioni da parte di personale sanitario che l’ha trattata da malata immaginaria (solo perché la medicina ufficiale da una parte riconosce la MCS, dall’altra tende ad assimilarla a un disturbo psicosomatico).

Vivo segregata in casa per sfuggire alle allergie

Una vita “al naturale” obbligata

Sicuramente un modo per non peggiorare è quello di evitare tutte quelle sostanze che possono creare problemi. I malati di MCS devono stare alla larga dai prodotti chimici che utilizziamo nella nostra vita condizionata dal consumismo e dalla dittatura industriale. Devono usare prodotti per la pulizia naturali e consumere alimenti bio (nei quali purtroppo i residui di pesticidi non sono assenti). Fanno quello che dovremmo fare tutti, si astengono da quello che fa male a tutti anche se in modo non così manifesto.

I malati di MCS sono scomodi anche perché sono persone in carne e ossa, con un volto pallido (devono stare ai domiciliari senza aver commesso alcun reato) e triste. Per altre patologie sono solo complesse indagini epidemiologiche, controverse analisi geostatistiche che ci dicono quanto fanno male gli inquinanti (polveri sottili, metalli pesanti, pesticidi, diossine e C.). Solo raramente i morti hanno un volto. Nella maggior parte dei casi c’è una “stima”, un numero anonimo di morti in più. Solo raramente (vedi amianto e ora centrali a carbone) i morti di cancro hanno un nome e un volto. Ma sono quasi sempre riconoscimenti postumi (anche perché a volte servono esami autoptici). I malati di MCS come Sara, invece, sono un atto di accusa vivente contro le multinazionali della chimica e una politica che non ha il coraggio di mettere in discussione i loro profitti. La ragazza di Calusco d’Adda, paese della provincia di Bergamo) ha voluto raccontare la sua storia. Ed è arrivata la solidarietà. Quello che le istituzioni non vogliono fare (risconoscere la sua malattia ed aiutarla) l’ha fatto il fratello che non solo aiuta Sara ma le ha anche pagato delle vacanze in montagna vincolandosi il quinto dello stipendio. Quelle vacanze in Val Pusteriua, lontano dalla camera a gas nella quale tanti di noi vivono: la Pianura Padana.

Dopo l’appello dell’Eco di Bergamo un’associazione di Calusco e alcuni privati generosi hanno coperto le spese per due settimane di vacanza a San Candido. Il gestore del residence ha offerto un’alra settimana. A San Candido Sara ha potuto recarsi in chiesa e nei negozi (inimmaginabile a Calusco). Ora desidera trasferirsi a vivere a San Candido. Sempre che rimanga l’ospedale, però, perché anche a Bolzano si sta provedendo a tagliare i piccoli ospedali e San Candido è una rarità per una località sopra i 1000 m.

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 Sara con la sua storia potrà – da testimonial della sofferenza – aiutare la montagna a mantenere l’ospedale. È la società dell’edonismo compulsivo, dello splendore apparente, del materialismo che ritiene che la sofferenza sia inutile e che i sofferenti non possano avere un ruolo sociale importante. Che sia meglio nascondere chi soffre, allontanare malattia e morte (aumentando l’angoscia e la paura per esse).

Sara come altri malati di MCS ha un ruolo importante. Sono i campanelli d’allarme dell’aggressione della chimica ai nostri corpi. Malati come Sara, che vengono allo scoperto, possono rendere problematico realizzare nuovi impianti a combustione (compresi quelli a legna per produrre un po’ di energia elettrica pseudorinnovabile), possono aiutare a farla finita con le irrorazioni di pesticidi a distanza ravvicinata dalle case. E il suo trasferirsi in Val Pusteria è un atto di accusa non solo contro la politica che autorizza nuove fonti inquinanti in Pianura Padana ma anche contro modelli di insediamento e di turismo che intasano i fondovalle, che rendono cattiva anche l’aria delle montagne di casa. Se Sara si trasferisse ai piedi della Presolana, in una bellissima conca che però è piena di seconde case, in alcuni mesi dell’anno soffrirebbe per una qualità dell’aria simile a quella delle città padane.

Una montagna di riflessioni controcorrente. Grazie Sara per aver parlato della tua storia.