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Uno studio pubblicato il 9 dicembre sulla rivista Neurology espone i risultati di uno studio che solleva nuove preoccupazioni circa i legami tra pesticidi e malattia di Parkinson e relativamente alla contaminazione delle catene alimentari. L’eptacloro epossido è un insetticida cloroganico (della “famiglia” del Ddt) largamente utilizzato in agricoltura sino agli anni ’70-’80 è oggi fuorilegge in molti paesi. Ma data la persistenza tutt’oggi si trovano residui negli alimenti e nelle acque.

Lo studio su Neuroly mette in relazione il consumo di latte con l’insorgenza del morbo di Parkinson nelle Hawaii. Qui sino al 1988 le coltivazioni di ananas erano trattate con eptacloro e le vacche erano alimentate con i residui e scarti di ananas.

I risultati dicono che il 90% di coloro che consumavano latte al tempo dell’uso dell’eptacloro presentano residui del pesticida nel cervello (chi non beveva latte solo nel 63% dei casi). Per di più chi consumava latte presenta il 40% in meno di cellule cerebrali nella Substatia nigra rispetto a chi non consumava latte. Ed è proprio questa perdita di cellule che provoca il Parlinson.

Questi dati sono stati ottenuti dalle autopsie di 449 uomini tra i 45 e i 68 anni che avevano aderito all’Honolulu Heart Program tra il 1965 t e il 1968.  Come è noto il morbo di Parkinson è al momento incurabile. Le cellule cerebrali non producono dopamina, il neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione del movimento e delle emozioni.

 

La correlazione tra latte e Parkinson non era nuova ma lo studio conferma osservazioni precedenti negli Usa che legavano la malattia con il consumo di latte alimentate illegalmente con sementi conciate con Eptacloro. Il morbo di Parkinson è una patologia dove le base genetica (colpisce i maschi) si intreccia a fattori ambientali. L’esposizione a insetticidi, erbicidi, fungicidi oltre a ferite alla testa è nota da tempo come condizione che favorisce l’insorgere dalla malattia. Paradossalmente il fumo appare come fattore di prevenzione della malattia.

Ovviamente non solo il consumo di latte o di frutta ad essere messi in discussione quando si mette in evidenza il nesso tra Parkisnson e pesticidi. Ma si deve insistere affinché questi alimenti siano esenti da pesticidi (anche quelli che non sono stati ancora collegati a gravi malattie).

 

PCB e DDT continuano ad essere presenti nelle catene alimentari del pianeta anche se sono stati banditi. Ma le nuove molecole che regolarmente – scaduto il brevetto – le multinazionali mettono sul mercato dell’avvelenamento sostenibile (“sostenibile” ovviamente per l’ipocrisia di istituzioni che sono permeabili alle lobby e che enunciano principi di precauzione solo per ingannare i sudditi) si riveleranno prima o poi pericolose. Ci vorranno i tempi della scienza (rallentata dal fatto che i finanziamenti sono condizionati direttamente o indirettamente dalle multinazionali, quando non complice e socia in affari), ci vorrà l’approssimarsi della scadenza dei nuovi brevetti. Solo l’abolizione senza se e senza ma dei pesticidi può fermare l’avvelenamento strisciante che significa GENOCIDIO STRISCIANTE, CONTROLLO DELLE NASCITE CON ALTRI MEZZI, DELIBERATA MUTAZIONE GENETICA DELLA SPECIE UMANA (i pesticidi e i tossici in generale non producono esemplari di Homo sapiens sapiens ancor più sapiens ma vale il contrario).

Pesticidi e bambini: l’esposizione da piccoli mette a rischio la fertilità da grandi

(01.12.2015) Gli uomini che durante l’adolescenza mangiano cibi contaminati da pesticidi rischiano seriamente di compromettere la propria fertilità. Lo afferma uno studio condotto sugli abitanti delle isole Faroe.

L’esposizione da adolescenti agli inquinanti ambientali organoclorurati può portare allo sviluppo di spermatozoi difettosi, secondo quanto affermano i ricercatori del Milken Institute School of Public Health della George Washington University. Lo studio, per la prima volta valuta il collegamento tra l’assunzione di queste sostanze in adolescenza e i problemi riproduttivi che si verificano negli adulti.

L’autrice della ricerca Melissa Perry ha guidato un team che ha sottoposto ad analisi i campioni di sangue e di sperma prelevati da 90 uomini tra i 22 e i 40 anni abitanti nelle isole Faroe, nel Nord Atlantico. Per 33 di questi volontari sono stati testati anchecampioni ematici prelevati all’età di 14 anni.

Faroe dieta pesticidi

La popolazione delle isole Faroe segue normalmente una dieta molto ricca di pesce, tra cui carne e grasso di balena, il che la rende più esposta rispetto alla media agli inquinanti organoclorurati, tra cui PCB e DDT, ancora utilizzati in agricoltura in alcuni paesi tropicali. Questi agenti inquinanti organici persistenti si accumulano nel grasso animale.

salmone cibi grassi sostanze inquinanti

Per valutare l’eventuale disomia della sperma, una condizione in cui gli spermatozoi presentano un numero anormale di cromosomi, i ricercatori, oltre alle analisi ematiche, si sono affidati anche ad un metodo di imaging sviluppato nel laboratorio di Melissa Perry. In questo modo è stato possibile scoprire che gli uomini che avevano livelli alti di pesticidi organoclorurati nel sangue sia a 14 anni che in età adulta presentavano un tasso superiore di spermatozoi con cromosomi anormali e, di conseguenza, un maggior rischio di sviluppare infertilità.

“La maggior parte delle persone può ridurre l’esposizione a PCB e DDT tagliando sugli alimenti che sono ad alto contenuto di grassi animali e scegliendo il pesce con saggezza. Questo studio, e altri simili, suggeriscono che le decisioni circa l’introduzione di sostanze chimiche nell’ambiente deve essere effettuata con molta attenzione, in quanto vi possono essere conseguenze impreviste lungo la strada”, ha commentato Perry.

Molti si arrovellano sul dilemma: “Ma come è possibile che chi mangia tanta frutta e verdura invece di essere meno colpito dal cancro lo è di più?”. Fanno fnta di non pensare che chi mangia tanta frutta e verdura mangia anche più pesticidi

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I vegetariani? Meno sani e con una scarsa qualità della vita

Una nuova ricerca suggerisce che i vegetariano sarebbero meno sani e con una minore qualità della vita che non gli onnivori, o chi mangia carne. Lo studio che va in controtendenza a tutti gli altri

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(05/04/2014)  Ma come? Non si era detto che chi segue una dieta vegetariana è più in salute, vive più a lungo ed è anche più felice? Sì. Sono infattinumerosi gli studi che supportano questa tesi. E ora, ecco arrivarne un altro che invece suggerisce l’esatto opposto: i vegetariani sarebbero meno sani e con una più scarsa qualità della vita rispetto a chi mangia anche carne.

Cerchiamo di capire come mai ora gli scienziati affermano che la dieta vegetariana non sarebbe così valida.
A sostenerlo sono i ricercatori della Medical University di Graz in Austria, coordinati dalla dott.ssa Nathalie Burkert, che hanno condotto uno studio cross-sezionale basato su dati ricavati dal “Austrian Health Interview Survey” e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE.


Burkert e colleghi hanno preso in esame 1.320 soggetti che sono stati abbinati in base alla loro età, sesso e status socio-economico. Di questi vi erano 330 vegetariani, 330 che mangiavano carne, ma anche molta frutta e verdura, e poi 300 che seguivano una dieta normale, ma con poca carne e, infine, 330 soggetti che seguivano una dieta ricca di carne.

Di tutti i partecipanti sono poi stati analizzati lo stile di vita e altri fattori che potessero abbassare o aumentare il rischio di determinate malattie. I risultati hanno mostrato, in linea generale, che i vegetariani sono più attivi fisicamente, fumano meno e bevono meno alcol, rispetto a coloro che consumano carne. Allo stesso modo, chi segue una dieta vegetariana ha in genere un più alto status socio-economico e un basso Indice di Massa Corporea (o BMI).
A prima vista parrebbe dunque che i vegetariani vivano meglio e, di conseguenza, più in salute. Ma, secondo i ricercatori, non sarebbe così. Da quanto emerso nello studio, i vegetariani avevano due volte più probabilità di soffrire di allergie, presentavano un aumento del 50% di attacchi di cuore e un aumento del 50% dell’incidenza di cancro.

Ma, scusate, il cancro non era legato al consumo di carni, soprattutto rosse? Qui le cose si complicano e cominciamo a sentire i primi segni di uno stato confusionale. Eppure, leggendo quanto riportato nello studio, secondo i ricercatori è proprio così: i vegetariano sarebbero più a rischio cancro rispetto agli onnivori. E, sempre rispetto a questi ultimi, la loro salute sarebbe più scarsa.
Per esempio, secondo lo studio, i vegetariani hanno riportato elevati livelli di compromissione da disturbi, malattie croniche, e di soffrire in modo significativo più spesso di ansia e depressione.
I vegetariani, poi, sarebbero dei soggetti più inclini a pratiche di malasanità, come evitare le vaccinazioni e non fare cure preventive.


«Il nostro studio – scrivo gli autori – ha dimostrato che gli adulti austriaci che seguono una dieta vegetariana sono meno sani (in termini di cancro, allergie e disturbi di salute mentale), hanno una minore qualità della vita, e ricorrono anche più spesso all’assistenza medica».
«Pertanto – proseguono i ricercatori – un continuo, energico programma di salute pubblica per l’Austria è necessario al fine di ridurre il rischio per la salute a causa di fattori nutrizionali».

Che dire allora delle linee guida del Ministero della Salute, o di quanto suggerito dall’AIRC (l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro)? L’AIRC, per esempio, dichiara che «Un’alimentazione sana, che tenga alla larga anche le malattie di cuore oltre che quelle tumorali, richiede soprattutto diridurre drasticamente l’apporto di grassi e proteine animali, favorendo invece l’assunzione di cibi ricchi di vitamine e fibre. Per questo occorre portare a tavola almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno; privilegiare nella scelta di cereali, pane, pasta e riso quelli integrali e abbinarli sempre a un po’ di legumi».
E, sempre a proposito di tumori, il Ministero della Salute dice: «L’alimentazione influenza anche l’insorgenza di alcuni tumori. Un consumo eccessivo di carni rosse e carente di fibre (frutta, verdura, legumi e cereali integrali) è associato al rischio di sviluppare tumori dell’apparato digerente(stomaco, esofago, intestino)».

A questo punto, i sintomi di confusione mentale hanno preso il sopravvento sugli altri. Ma, con quel briciolo di lucidità che ci resta, possiamo ritenere che una dieta sana sia quella che non esclude le sostanze utili al buon funzionamento dell’organismo; che l’equilibrio deve essere la prima cosa e che gli alimenti che ingeriamo dovrebbero essere “vivi” e sani – cosa che è difficile ottenere con una dieta fatta di cibi raffinati, industriali e via discorrendo.
Quanto agli studi. Be’, come sempre, aspettiamo il prossimo che contraddica il precedente.

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Giovanni Beghini

(26.04.14) Strane cose nel mondo. I livelli tollerabili di glifosate nell’acqua potabile e nel latte materno variano a seconda della potenza e dell’importanza delle multinazionale dell’agrofarmaco, cioè a seconda della quantita di ettari di terreno coltivato ad OGM. E qui noi europei siamo fortunati.

Ma dobbiamo anche pensare al ruolo di esempio e di guida che l’Europa deve avere in questo “campo”, dobbiamo “condividere” questa “fortuna”, peraltro sempre minacciata.

Prendiamo l’esempio di USA ed Argentina e confrontiamo con Europa.

In Europa il livello massimo consentito (LMR) è di 0,1 ug/l nell’acqua potabile mentre negli Stati Uniti l’EPA ha stabilito il livello massimo di contaminazione di legge ( MCL,LMR ) per il glifosato a 700 ug / l, 7.000 volte il MCL in Europa In Argentina non esiste il limite..

Monsanto e tutti coloro che stabiliscono i LMR sostengono che il glifosato non è bioaccumulabile . Da scienziato senior della Monsanto , Dan Goldstein ha negato persino di recente . ” Se ingerito , il glifosato è rapidamente escreto , non si accumula nei tessuti grassi o del corpo, e non subisce metabolismo negli esseri umani , viene escreto immodificato nelle urine . Scoprire che i livelli di glifosato nel latte materno sono molto più alti rispetto a qualsiasi valore riportato nei campioni di urina è una fonte di preoccupazione sia per il pubblico in generale e lo dovrebbe essere per i governi di tutto il mondo, dal momento che i dati stabiliscono senza ulteriori dubbi che il glifosato è bioaccumulabile ; che si accumula nel corpo delle persone in un certo periodo di tempo . Questo significa che i nostri tessuti del corpo possono essere esposti a livelli più elevati di cosiddetti livelli di sicurezza fissati dalle autorità di regolamentazione .

Su un totale di 10 campioni inviati dalle madri degli stati negli Stati Uniti , 3 donne avevano livelli rilevabili di glifosato nel loro latte materno . Il più alto livello di glifosato è stato rilevato in una madre Florida ( 166 ug / l) e le altre due madri con i risultati ” positivi ” sono stati da Virginia ( 76 ug / l) e Oregon ( 99 ug / l) .

I livelli riscontrati nell’analisi del latte materno di 76 ug / 166 ug / l sono 760-1600 volte superiore alla direttiva europea acqua potabile permette singoli pesticidi . Tuttavia, sono meno di 700 ug / L massimo livello di contaminanti ( MCL) per il glifosato negli Stati Uniti, che è stato deciso dalla US Environmental Protection Agency ( EPA ) sulla base del apparentemente falsa premessa che la società Glyphosate non dà bioaccumulazione.

Il test iniziale è stato effettuato utilizzando il metodo ELISA (immunologico) ed è possibile che anche i campioni che erano negativi contenessero livelli ” preoccupanti ” di glifosato, se testati con metodi più sensibili.

Jessica M. di Virginia , una delle mamme che sono risultati positivi per il glifosato nel latte materno , ha detto. “E ‘ inquietante sapere che c’è glifosato nel mio corpo , soprattutto nel mio latte che poi contamina il corpo di mio figlio. Essa è non utilizza nessun tipo di carne o pesce, e solo raramente usa prodotti lattiero-caseari . Questo mi dimostra realmente e dovrebbe mostrare agli altri , come sia pervasiva questa tossina, che è presente nel nostro sistema alimentare . ”

“Quello che abbiamo trovato incoraggiante è che nelle donne che mangiano biologico e non OGM molto rigorosamente , per diversi mesi a due anni , non è stato trovato alcun livelli rilevabili di glifosato nel loro latte materno . “

Sorprendentemente , il nuovo studio statunitense per le mamme in tutta l’America e Pulse sostenibile trovato i livelli massimi di glifosato nelle urine di oltre 10 volte superiore a quelle che si trovano in Europa.

Dei 35 campioni ricevuti da tutti gli Stati Uniti , 13 campioni erano al di sopra del livello minimo rilevabile . I tre livelli più elevati sono stati riscontrati nelle donne con il più alto in Oregon ( 18,8 ug / l) . Altri risultati positivi sono stati trovati in campioni provenienti da stati di California , Washington , Maryland , Colorado e Hawaii.

Gli esperti dicono GE settore delle colture come il colpevole dei risultati sia latte materno e nelle urine , a causa della quantità di glifosato utilizzato in Roundup Ready colture GM negli Stati Uniti

Per concludere dobbiamo unire tutte le forze per arrivare eliminare l’uso del glifosate, iniziando dai comuni virtuosi, all’agricoltura, all’Italia, all’Europa a tutto il pianeta. Se vogliamo salvarci.

 

 

Attenzione, non si tratta di casualità. I piccoli frutti, come le mele, “richiedono” (in funzione di produttività, varietà, tecniche di coltivazione) un elevato grado di “protezione fitoterapica” ovvero numerosi trattamenti con pesticidi. Residui di pesticidi nelle mele e nei piccoli frutti sono sistematicamente più frequenti ed elevati rispetto ad altri prodotti ortofrutticoli. Il consumatore attratto dall’immagine di naturalezza dei piccoli frutti “di bosco” pensa che siano più “naturali”. Invece è vero il contrario. Allora non bisogna consumare più piccoli frutti? No. Come nel caso delle mele ci si deve orientare almeno per questi prodotti al biologico

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fonte: http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2014/03/20/news/pesticidi-nei-frutti-di-bosco-maxi-multa-alla-surmont-1.8888455

(21.03.14) Pederobba. L’Arpav trova tracce di fitofarmaci tra ribes e mirtilli surgelati La ditta: noi non li produciamo. Il Comune stacca il verbale da 15 mila euro

PEDEROBBA. Pesticidi tra i frutti di bosco surgelati. Stangata la Surmont di Pederobba. Che ha perso pure il ricorso al Tar con cui contestava la multa datale dal Comune. Ora o ricorre al tribunale civile di Treviso o paga gli oltre 15mila euro di multa staccata dall’ente locale dopo il verbale dell’Arpav di Verona.

La Surmont srl ha sede a Pederobba, confeziona e commercializza surgelati. A farla finire nel mirino dell’Arpav è stata una confezione di “Misto frutti di bosco”.

Tra ribes e mirtilli surgelati l’Arpav di Verona ha trovato esidui di propargite, un pesticida. Il campione sottoposto ad analisi dall’Arpav era stato prelevato da un deposito di Santa Maria di Sala e le prime analisi avevano riscontrato la non conformità per la presenza di questo residuo.

L’azienda, ancor prima della revisione delle analisi, aveva provveduto a chiedere un’audizione e a presentare una sua memoria. In pratica aveva affermato che non coltivava quei prodotti, ma li acquistava all’estero. In particolare aveva presentato delle fatture di acquisto di frutti di bosco in Cile e Polonia.

Aveva pure osservato che non coltivando, non faceva uso di prodotti fitosanitari, ma mirtilli, ribes, more e lamponi arrivavano già surgelati e la Surmont si limitava a miscelarli e a commercializzarli.

Ma in questa materia le norme italiane sono ancor più rigide di quelle comunitarie e così per l’Arpav, anche se non era stata la Surmont a coltivare quei prodotti e quindi a usare i prodotti fitosanitari, tuttavia era tenuta a controllare le caratteristiche di quei prodotti con proprie analisi.

Il Comune ha dato ragione all’Arpav e ha ordinato alla Surmont di pagare una sanzione amministrativa di 15.493 euro entro trenta giorni e altri 476 euro da versare all’Arpav a copertura delle spese delle analisi effettuate. Sempre che la Surmont non ricorra al tribunale di Treviso contro l’ingiunzione del Comune di Pederobba di pagamento della sanzione. «È l’Arpav che ha fatto tutte le analisi», dice il sindaco Raffaele Baratto, «la Surmont è una bella realtà aziendale del nostro territorio, ma il Comune è vincolato a procedere in base alle risultanze dell’Arpav».

44% dei prodotti bio con residui di pesticidi, nell’ 8% dei casi superato il limite che fa ritenere deliberato l’impiego della molecola, nel 2% dei casi superati anche i limiti massimi che deve osservare l’agricoltura convenzionale. Un quadro poco confortante che riguarda il commercio global dei prodotti bio (quelli canadesi rappresentavano solo il 20% di quelli analizzati).Troppo pesante il contributo degli effetti deriva ma anche troppo forte la tentazione a usare i pesticidi. Non c’è che da trarne una conclusione: vanno introdotti regolamenti sempre più severi per ridurre gli effetti di deriva, ma bisogna gradualmente eliminare i pesticidi da tutta l’agricoltura.

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Fonte:

http://ici.radio-canada.ca/regions/manitoba/2014/01/10/001-niveaux-pesticies-usage-intentionnel-produits-biologiques.shtml

http://ici.radio-canada.ca/regions/manitoba/2014/01/08/001-aliments-bio-contamines-pesticides-analyse-acia-fruits-legumes.shtml

Circa la metà della frutta e della verdura bio analizzata nel corso di due anni dall’agenzia canadese per l’ispezione degli alimento (ACIA) presenta residui di pesticidi

I dati ottenuti da Radio-Canada, grazie alla legge sull’accesso all’informazione, mostrano anche che, in alcuni casi, i residui di prodotti chimici eccedono i limiti imposti pr l’ahricoltura convenzionale.

L’ACIA non può impedire che tali prodotti siano venduti come bio sul mercato canadese e sostiene che non vi sono rischi per la salute.

Uva, fragole e patate in testa

Secondo i dati dell’ACIA il 45,8% della frutta e della verdura analizzata tra il settembre 2011 e quello del 2013 contiene tracce di pesticidi. Tra i prodotti più contaminati vi sono l’uva, le fragole e le patate. Tra i meno contaminati si trovano le carote.

I dati mettono anche in evidenza che nell’ 1,8% dei casi i residui eccedono i limiti imposti anche per i prodotti dell’agricoltura convenzionale. Nella maggior parte dei casi si tratta di funghicidi, pesticidi utilizzati per contenere lo sviluppo di funghi e muffe.

La maggior parte dei prodotti analizzati sono di importazione, solo un quinto sono canadesi. Tra i prodotti locali il 43% si è rivelato positivo per la presenza di almeno un pesticida.

Quantomeno meno contaminati

Il grado di contaminazione è risultato comunque inferiore del 78,4% rispetto ai prodotti convenzionali ma lascia inquieto il direttore generale dell’Associazione per il commercio dei prodotti biologici: “Noi puntiamo naturalmente a risultati migliori ma non siamo sorpresi”. Egli sottolinea come le quantità di pesticidi rinvenute sono generalmente basse, frazioni di parti per milione. E mette in rilievo come gli alimenti bio contribuiscono ad un ambiente senza pesticidi.

Spesa inutile, secondo un esperto

Da parte sua il Prof. Rick Holley dell’Universiytà del Manitoba conferna che le quantità di pesticidi ritrovate sono generalmente poco elevate ma si domanda se abbia senso pagare di più per questi alimenti e butta lì: “Se uno paga per avere alimenti sani, senza pesticidi, non sono soldi ben spesi”. Inoltre quando le quantità eccedono i limiti di legge c’è da ritenere che ci sia un uso deliberato in violazione delle norme sull’agricoltura bio.

Uso deliberato?

L’8% degli alimenti biologici analizzati dagli ispettori canadesi presentano residui di pesticidi così alti da far ritenere che vi è stato un utilizzo deliberato di tali prodotti.

La sanità canadese ha fissato dei limiti massimi di residui per i pesticidi (LMR). Per l’ACIA (l’agenzia canadese per l’ispezione degli alimenti) quando i residui eccedono del 5% i LMR si deve pensare ad un utilizzo deliberato dei pesticidi.

Radio-Canada ha analizzato i dati analitici ottenuti in due anni dall’ ACIA e ha scoperto che l’8% della frutta e della verdura biologica rientravano in questa categoria. L’analisi di Radio-Canada non ha tenuto conto dei prodotti consentiti in agricoltura biologica o di quelli che persistono a lungo nell’ambiente come il DDT.

Vietati negli Usa, ma non in Canada

Negli Usa l’USDA (Dipartimento per l’agricoltura degli Stati Uniti) impedisce che tali prodotti siano venduti come bio. “Il concetto è che un prodotto bio di principio non dovrebbe presentrare residui dal momento che è ottenuto senza utlizzare pesticidi sintetiuci, ma sono le derive a determinare tali residui”. Dice Miles McEvoy direttore aggiunto del programa bio nazionale americano.

In Canada non esiste un tale divieto. L’ACIA ribadisce che non può impedire la vendita di prodotti che eccedono del 5% i limiti massimi del LMR perché non vi è un rischio per la salute. Però l’Agenzia quando scopre un prodotto che supera del 5% i LMR avvette l’organiso che cura la certificazione bio e dovrà essere quest’ultimo a verificare con il produttore la fonte della contaminazione.

Per il resto il sistema di certificazione in Canada è uguale a qullo degli USA.

Processi penali

Dallo scorso anno l’USDA ha sottoposto a controllo obbligatorio per la presenza di pesticidi il 5% del commercio bio. Ma questo sistama non esiste n Canada dove l’ACIA ispeziona un certo volume di prodotto bio nel quadro del normale programnma ispettivo degli alimenti.

L’USDA ha comminato sanzioni per 500 mila dollari a una dozzina di imprese e le ha anche trascinate in tribunale. Le sue indagini hanno portato in prigione tre persone tra le quali un agricoltore dell’Oregon che è strato condannato per frode elettronica avendo venduto 1,8 milioni di kg di mais eticchettato faudolentemente come bio.

Da parte sua l’ACIA non ha fatto cenno ad alcun processo contro produttori bio. Gli ispettori avevano raccomandato di mettere sotto accusa un panificio britanno-colombiano, ma non sono stati ascoltati.

In compenso l’Agenzia ha revocato la certificazione bio per imprese fraudolente. L’ha fatto nel caso della società del Quebec Jirah Milling and Sales Inc nel 2011, che ha però restituito la certificazione sette mesi dopo.

Si chiama “avvelenamento sostenibile” quello al quale il consumatore, cavia inconsapevole del sistema agroalimentare globale, è quotifdianamente sottoposto. Il quadro della presenza di residui è lo stesso nei diversi paesi: i limiti di legge sono quasi sempre rispettati, ma in ogni alimento è facile rinvenire livelli misurabili di più pesticidi.

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Fonte: http://www.panna.org/blog/pesticides-our-daily-bread

di Emily Marquez

Non è proprio uno shock , ma un rapporto recentemente pubblicato dall’ Health and Safety Executive del Regno Unito indica che vi sono residui, per quanto bassi, di pesticidi negli alimenti che si trovano comunemente nei supermercati . Settantasette per cento degli alimenti amidacei testati – tra cui vari tipi di pane – conteneva residui misurabili .

Tra i pesticidi trovati c’è il controverso glifosato chimico , con il 23 % di barrette di cereali contenenti residui dell’erbicida di punta della Monsanto .

Il programma di monitoraggio dei pesticidi pubblica delle relazioni trimestrali sui residui di antiparassitari nei prodotti alimentari, comprese frutta e verdura . La relazione più recente include i risultati sul campionamento degli alimenti amidacei e cereali : barrette di cereali, pane, pasta e grano. Nei campioni di alimenti in questo gruppo sono stati individuati 248 pesticidi.

Disaggregando i dati sui farinacei si osserva che cinque tipi di pesticidi sono stati trovati nei prodotti alimentari amidacei, con campioni prelevati da cinque paesi di origine (Belgio, Francia, Irlanda, Paesi Bassi e Regno Unito) . Il maggior numero di campioni ha presentato residui sia di insetticidi organofosforici (OP) che di due erbicidi (glifosato e chlormequat ).

Tra i prodotti alimentari esaminati il 75% del pane, il 90% delle barrette di cereali , e il 38 % della pasta conteneva almeno un residuo di antiparassitario .

Mentre i residui non erano maial di sopra dei livelli considerati “sicuri” nei prodotti alimentari , un erbicida ( chlorpropham ) è stato trovato nel grano ad un livello superiore a quello massimo raccomandato raccomandata

Anche a bassi livelli …

I fosforganici rappresentano sostanze notoriamente neurotossiche e un gran numero di studi suggeriscono che l’esposizione prenatale a questi composti chimici può influenzare lo sviluppo neurologico e cognitivo nonché la funzione motoria dei bambini.

Studi su roditori suggeriscono che l’esposizione del feto a bassi livelli diel fosforganico clorpirifos può determinare effetti negativi sia sullo sviluppo degli organi che a livello cognitivo.

La generalità della popolazione è esposta a basse concentrazioni di pesticidi attraverso il cibo e l’ambiente . E ben inteso che tali bassi livelli di esposizione, nel caso di sostanze chimiche che presentano i interferenza endocrina come i fosforganici, possono influenzare negativamente lo sviluppo e altri processi chiave .

Quanto è sicuro il “sicuro” ?

Secondo l’ EPA Sistema Informativo Integrato sul Rischio 2007 , il cloruro di clormequat è ” leggermente tossico per i mammiferi un base all’esposizione orale acuta”.

Il glifosato, il principio attivo di Roundup della Monsanto, è stato nelle notizie ultimamente a causa della sua posizione dominante come erbicida top in questo paese . Mentre non ci sono prove schiaccianti circa il ruolo del glifosatorelativamente ai principali fattori di rischio sanitario studi indicano che dovremmo continuare a porci delle domande su questo erbicida così pesantemente utilizzato. Con così tanti di noi esposti non fa male essere prudenti.

Intanto sappiamo che nel nostro cibo vi sono pesticidi e le relazioni annuali delle commissioni di sicurezza alimentare e simili continuano a dirci che è così . Gli autori di questo ultimo rapporto dicono alla gente del Regno Unito di non preoccuparsi in quanto i residui sono a livelli inferiori a quelli che il governo indica come accettabili .

Ma quando si tratta in particolare di fosforganici è necessario essere scettici di fronte a qualsiasi livello considerato “sicuro”.