http://www.ruralpini.it/Pesticidi-anche-sui-ghiacciai-alpini.html

di Michele Corti

Il fenomeno del trasporto a media distanza dei pesticidi è ancora poco conosciuto. Esso dovrebbe essere tenuto conto per autorizzare e revocare l’uso dei pesticidi. I risultati di un gruppo di ricerca dell’Università di Milano Bicocca, ricavati dallo studio delle acque di fusione di sei ghiacciai alpini, mettono in evidenza la gravità del fenomeno.
In alcuni casi sono state riscontrate concentrazioni di pesticida poco inferiori a quella letale per il 50% di individui di un piccolo crostaceo acquatico utilizzato come test. Preoccupante anche come il ghiaccio riveli una contaminazione costante di pesticidi, dai primi anni ’90 al 2013. I risultati dovrebbero spingere per la messa al bando di pesticidi da tempo individuati come pericolosi per la salute e l’ambiente e dovrebbero far riflettere chi ha fiducia nell’ambientalismo neoliberale che fa credere che creando i parchi si possa proteggere e ricreare una natura “incontaminata”. Solo l’ecologia integrale, attenta alla salute dell’uomo, alle comunità delle aree interne e “periferiche”, oltre che all’integrità degli ecosistemi quale espressione del creato, può risolvere la crisi ecologica. Non quello che proclama che il capitalismo e il consumismo “corretti” sono capaci di risolvere i problemi che essi stessi hanno creato.

Ruralpini si occupa da 10 anni di pesticidi denunciando il pericolo per la salute umana e degli ecosistemi, un pericolo spesso volutamente sottovalutato anche dall’ambientalismo mainstream, tutto teso a creare aree protette, a dare patenti di sostenibilità a favore delle multinazionali, a favorire il mercato dei crediti di carbonio, dei servizi ecosistemici, dei titoli di biodiversità in un contesto di green economy e di green washing che vede l’ambientalismo in sempre più stretta simbiosi con le big corporation (con le quali si scambia le cadreghe dei consigli di amministrazione). Così le battaglie contro gli inceneritori, contro i pesticidi sono condotte da comitati e gruppi locali ai quali le grandi organizzazioni “verdi” concedono, se va bene, un patrocinio (che non costa nulla), salvo mettersi di traverso se i comitati contestano le centrali a biomasse o i “termovalorizzatori”.
Così anche i comitati locali contro i pesticidi (senza se e senza ma) sono stati riportati sotto l’ombrello dell’ambientalismo mainstream che piace alle elite, accolto negli ambienti accademici, che, sul tema, è più soft.

Pesticidi come pilastro del potere globalista

Toccare i pesticidi significa non solo andare contro gli interessi delle multinazionali delle chimica ma mettere in discussione un pilastro del sistema di potere mondiale che si basa sul sistema globalizzato di produzione e di commercio internazionale di alimenti a basso costo. Quello che ha messo fuori mercato buona parte dell’agricoltura contadina e distrutto la sovranità alimentare dei popoli.
Ma le grandi organizzazioni ambientaliste con il global food system ci fanno affari. Una delle operazioni più spregiudicate di collusione tra i big dell’ambientalismo mondiale e le multinazionali (del cibo, del petrolio, della chimica) è stata la Round Table on Responsible Soy (vai a vedere) che aveva per scopo la legittimazione ambientalista della soia OGM (quella resistente al glifosato, causa di aumento esponenziale dell’uso di questo pesticida nel mondo). Nel programma facevano parte WWF

, Conservation International, Fauna and Flora International, the Nature Conservancy e altre primarie ONG ambientaliste, così come Monsanto (OGM, ora acquisita da Bayer), Cargill (la più grande azienda al mondo non quotata in borsa, prima nel commercio dei cereali), ADM (altra multinazionale del commercio dei cereali), Nestlè, BP Oil e i grandi supermercati british ASDA. 


I pesticidi viaggiano

L’ipocrita cupola del mondo conservazionista, intrinseco alle elite e alla nuova classe capitalista transnazionale, continua a focalizzare le proprie energie sulla tutela di animali carismatici (lupo, tigre, elefante). Per proteggerli  si creano parchi a tutto spiano dai quali si scacciano milioni di esseri umani. Comunità indigene e tradizionali,  che vivevano in modo sostenibile in simbiosi con foreste e savane che vengono gettate nella  povertà e nell’emarginazione, per diventare manodopera a basso costo in paesi dove  i salari sono già bassissimi rispetto agli standard occidentali. Ne abbiamo parlato di recente in occasione della sentenza della Corte suprema indiana che condanna milioni di persone ad essere cacciate dai parchi della tigre ( 23.2.19 Ambientalismo, colonialismo, capitalismo).
All’ambientalismo-che-piace-alle-elite torna molto comodo insistere con l’ideologia della wilderness, della “natura incontaminata”, dei “santuari della natura”. Torna comodo insistere sui “parchi fortezza” che devono essere tutelati da ogni “disturbo antropico”, difesi da confini invalicabili (spesso materializzati).
In nome della difesa della biodiversità si cacciano cacciatori-raccoglitori, pastori, contadini in tutto il mondo. Avevano vissuto per migliaia di anni in quei territori conservandone la biodiversità  ma ora, in nome della “conservazione” devono andarsene. Perché? Perché le aree protette sono un grande business: non solo vengono perimetrate  un business per l’ecoturismo (che disturba gli animali anche se chiamato eco), un business per il mercato dei titoli di biodiversitù, per i crediti di carbonio, per i PES  (pagamenti per i servizi ecosistemici). Tolte di mezzo le comunità che potevano rivendicare qualche diritto sui territori, il business viene spartito tra elite locali e i nuovi colonialisti (ambientalisti in prima fila). Ma non è finita: creati i parchi si trovano (casualmente, ovvio) giacimenti di preziose risorse minerarie e diamanti.
I parchi non sono solo business ma anche un comodissimo alibi per evitare di difendere la biodiversità e l’integrità degli ecosistemi su terreni che implicano lo scontro con il potere economico. Difendere la natura recintando un pezzo di superficie del pianeta è una mistificazione. Non solo il cambiamento climatico ma anche l’inquinamento non si arrestano di fronte ai limiti di un Parco.
Nel 2013 avevamo riferito (vedi l’articolo di Ruralpini) gli eloquenti risultati di uno studio condotto dal Servizio Geologico degli Usa (1) sulla presenza dei pesticidi nei tessuti delle rane dei parchi nazionali della Sierra Nevada in California. Se non si cambia agricoltura i veleni arrivano anche nei santuari della natura, persino in un parco mitico come Yosemite, voluto dal profeta del conservazionismo: John Muir (e che fu reso “incontaminato” cacciando con la forza gli indiani che vi abitavano da migliaia di anni). La contaminazione da pesticidi della neve nei parchi nazionali dell’Ovest degli Usa era stata peraltro osservata in precedenza da Hageman e coll.(2).  

Coltivazioni intensive di frutta in California. Da qui i pesticidi arrivano sino alla Sierra Nevada, quella dei famosi parchi nazionali, modello con Yellowstone del parchismo colonialista mondiale

Evidenze da casa nostra

Sul numero che uscirà a maggio della rivista Environmental pollution è pubblicato (on line è già disponibile) un articolo (3), frutto di una ricerca sul campo un gruppo dell’Università Bicocca di Milano, che conferma la gravità dei fenomeni di trasporto a medie distanze dei pesticidi e il ruolo dei massicci montani nell’intercettare, a causa del gioco dei venti e delle abbondanti piogge, una significativa componente di questo trasporto.
I risultati hanno suscitato un po’ di interesse anche in media abbastanza distratti su temi come questi, non troppo graditi ai grandi interessi economico-finanziari e scomodi anche per l’ambientalismo istituzionale mainstream (come sopra ricordato). Il fatto è che ad essere interessati dai risultati siano alcuni dei ghiacciai tra i più conosciuti delle nostre Alpi e che, sul banco degli imputati vi è l’agricoltura industrializzata della pianura padano-veneta. In realtà noi ci metteremmo anche quella alpina, “traviata” dai modelli intensivi come quello della monocoltura melicola (alla Melinda) in val di Non (vedi nostro articolo). Anche perché dove c’è frutticoltura come in alcune valli alpine, c’è largo uso di Clorpirifos.

I ghiacciai presi in esame sono stati: quello del Lys, nel massiccio del monte Rosa, il Morteratsch nel gruppo del Bernina, i Forni (Orles-Cevedale), il Tuckett (Brenta), ilPresena (Presenella), il Giogo Alto (Palla Bianca-Similaun). Nell’estate 2016 sono stati raccolti campioni dell’acqua di fusione di tutti i ghiacciai elencati, in più, nel 2013, è stato eseguito un carotaggio (102 m di profondità) nel ghiacciaio del Lys al fine di ricostruire l’andamento storico dell’inquinamento del ghiacciaio da parte dei pesticidi.
La tossicità dell’acqua di fusione dei ghiacciai è stata valutata con un indice (TER) che rapporta il livello di concentrazione osservato nel campionamento ambientale con la concentrazione del pesticida che risulta letale per il 50% degli individui (un piccolo crostaceo Daphnia magna nel caso degli insetticidi, micro alghe nel caso degli erbicidi).
In accordo con il regolamento europeo 1007/2009 della Commissione il rischio di contaminazione è “accettabile” (ovviamente si tratta sempre di una valutazione politica) se è inferiore a un centesimo di quella che uccide il 50% delle Daphnia  e a un decimo di quella che uccide il 50% delle alghe.  

I pesticidi analizzati

Sono stati analizzati i seguenti pesticidi: clorpirifos, terbutilazina, metolaclor, metil-clorpirifos, desetil-terbutilazina (metabolita della terbutilazina) alaclor, atrazina. Va precisato che l’atrazina è stata bandita in Italia negli anni ’90 e nel 2000 dall’Europa, l’alaclor è stato bandito in Europa dal 2006.
Nessun ghiacciaio tra quelli considerati si è rivelato esente da contaminazione di pesticidi. Alaclor e Atrazina sono stati rintracciati solo nelle acque di fusione del Lys. Contaminazione con terbutilazina e il suo metabolita è stata riscontrata in tutti i ghiacciai tranne il Giogo Alto. Il Clorpirifos metile è stato trovato nel Lys e nei Forni. In tutti i ghiacciai e in tutti i campioni analizzati è stata riscontrata presenza di Clorpirifos, un insetticida fosforganico ampiamente utilizzato. Mentre le contaminazioni con gli altri pesticidi sono risultate sempre “accettabili” (nel senso sopra precisato, sia ben chiaro!), quelle con Clorpirifos sono sempre risultate inaccettabili. Il primo luglio 2016 le acque di fusione dei Forni presentava un indice TER di 1,4, ovvero molto prossimo alla dose letale 50. 

In diversi paesi il Clorpirifos è vietato. La Puglia lo vieta sull’olivo. Ma sulle Alpi è ampiamente utilizzato, specie sulle mele. Non solo inquinamento dalla pianura ma anche prodotto nelle stesse aree alpine

Il nuovo DDT

I dati ottenuti dai ricercatori della Bicocca sono preoccupanti perché confermano come il Clorpirifos si diffonde a grandi distanze e persista nell’ambiente. Era già nota la sua presenza  nelle zone artiche (4) e nelle catene montuose (5). Il carotaggio sino a 102 m di profondità ha messo in evidenza la presenza costante del Clorpirinfos dall’inizio degli anni ’90 sino al 2013, anno del campionamento. Le concentrazioni presentano un picco nel 1997-99 e un minimo nel 2000-2002, seguito da un rialzo dei valori. Un fatto grave che certifica come, nonostante gli allarmi sulla tossicità dell’insetticida in questione, non vi sia stato alcun passo indietro da parte di chi ne consiglia l’uso (spesso uffici di consulenza agricola pubblici).

Il pericolo del Clorpirifos è grave per l’ambiente acquatico ma anche per le api, gli animali superiori e l’uomo in quanto è un interferente endocrino (6). Studi medici mettono in evidenza come l’esposizione al Clorpirinfos del feto (succede nel caso di lavoratrici agricole) sia causa di ritardi di apprendimento, problemi di memoria, sindromi comportamentali (iperattività e incapacità di concentrazione), minor Q.I. nei bambini (7).
Ruralpini si è occupato  parecchie volte del Clorpirifos (8). Preferiremmo non farlo più. Ma il problema non è superato e il far credere che con i Parchi e i lupi si ricostituisca una natura incontaminata ostacola molto il progresso della lotta ai pesticidi. Distratti dagli “animali carismatici”, che per magia rigenerano l’ambiente (secondo la narrazione fraudolenta degli ambientalisti), dalle ragazzine con le trecce che fanno tremare (sic) i potenti e da altre favole. Favoler che dimostrano solo come oggi l’elite disprezzi il popolo e la sua intelligenza e alle quali molti cittadini  vogliono credere perché rappresentano una comoda opzione mentale per poter mettersi a posto a buon mercato, senza dover andare controcorrente, senza lottare, la coscienza. Ma intanto l’avvelenamento (sostenibile e a norma di legge UE) prosegue e riguarda tutti noi, sin dentro le nostre cellule. 


Note

(1) K.L. Smalling, G.M. Fellers, P.M. Kleeman, K.M. Kuivila, Accumulation of pesticides in Pacific Chorus Frogs (Pseudacris regilla) from California’s Sierra Nevada Mountains, USA in «Environmental Toxicology and Chemistry», 32, 9, (2013):2026-2034

(2) K. J. Hageman, W. D. Hafner, D. H. Campbell,  D. A. Jaffe, D. H. Landers, S. L. M. Simonich,  Variability in pesticide deposition and source contributions to snowpack in western US national parks. in «Environmental science & technology», 44, 12, (2010): 4452-4458;  K. J. Hageman, S. L. Simonich,D. H. Campbell, G. R. Wilson, D. H Landers, Atmospheric deposition of current-use and historic-use pesticides in snow at national parks in the western United States, in « Environmental Science & Technology», 40, 10),(2006):3174-3180.

(3) C. Rizzi, A. Finizio, V. Maggi, S. Villa, Spatial-temporal analysis and risk characterisation of pesticides in Alpine glacial streams, in «Environmental Pollution», 248 (2019): 659-666.

(4) 
M. H. Hermanson, E. Isaksson, C.Teixeira, D. C. Muir, K. M. Compher, Y. F. Li, K. Kamiyama, K. (2005). Current-use and legacy pesticide history in the Austfonna ice cap, Svalbard, Norway, in « Environmental science & technology», 39, 21, (2005), 8163-8169.

(5) Z. Santolaria, T.  Arruebo, A. Pardo, J.M. Matesanz, A.  Bartolomé, J. Caixach, J. S. Urieta, Evaluation of airborne organic pollutants in a Pyrenean glacial lake (The Sabocos Tarn), in «Water, Air, & Soil Pollution», 226,11, (2015):383; 
C. Ferrario, A Finizio, S. Villa, Legacy and emerging contaminants in meltwater of three Alpine glaciers, «Science of the Total Environment», 574, (2017): 350-357; Y. de Souza Guida, R.O. Meire, J. P. M Torres, O. Malm,  Air contamination by legacy and current-use pesticides in Brazilian mountains: An overview of national regulations by monitoring pollutant presence in pristine areas. «Environmental Pollution», 242 (2018):19-30Hageman et asl., op, cit., 2006 e 2010.

(6) Chi vuole documentarsi su questo pesticida dal punto di vista medico può scaricare una recente esaustiva pubblicazione:  R.Turci, E. Sturchio, J. Businaro, L. Casorri, M. Imbriani, C. Minoia,Interferenti endocrini. Schede monografiche 6. Clorpirifos e clorpirifos-metile in «Ital Med Lav Erg», 33 (2011) 
:149-184 (http://gimle.fsm.it/33/2/05.pdf )
(7) V. Rauh , S. Arunajadai, M. Horton, F. Perera, L. Hoepner, D. B. Barr, R. Whyatt, Seven-year neurodevelopmental scores and prenatal exposure to chlorpyrifos, a common agricultural pesticide, in «Environmental health perspectives»;119, 8,(2011): 1196-1201; V. A. Rauh, F.P. Perera, M.K. Horton, R.M. Whyatt, R.Bansal, X. Hao, B. S. Peterson, Brain anomalies in children exposed prenatally to a common organophosphate pesticide, in «Proceedings of the National Academy of Sciences», 109, 20,(2012): 7871-7876.
(8)  (04.01.15) Clorpirifos etile = nuovo DDT ;

(24.04.13) Basta Clorpirifos. Basta veleni ;

(30.07.10) Se l’esposizione al Chlorpyrifos etile comporta gravi rischi per la salute perché usarlo a tappeto?

Annunci